La Juventus di Amaral

La breve ed anomala esperienza del “ginnasiarca” brasiliano sulla panchina della Juventus.

Estate 1962: la Juventus è chiamata a girare pagina. Lo sconcertante dodicesimo posto finale nel campionato 1961-62, accompagnato da una figuraccia in Mitropa Cup, ha ufficialmente chiuso un ciclo vincente. Umberto Agnelli, pressato dagli impegni aziendali, lascia nel luglio del 1962, dopo aver già abbandonato l’altra presidenza, quella della Federcalcio. Se ne va con un bottino favoloso (tre scudetti e due Coppe Italia in sei an­ni) e con un pizzico di magone per il fresco mortificante piazza­mento, un sospiro appena al di sopra della zona retrocessione.

Al suo posto, sale al soglio presidenziale l’onorevole Vittore Ca­tella, deputato (liberale), alto dirigente della Fiat ed eroe di guerra come ufficiale d’aviazione. Un uomo d’azione, insomma, per prendere in mano una situazione che innanzitutto esige coraggio. Catella di calcio si intende il giusto: ci mette il braccio e la faccia, col giovane Giampiero Boniperti, impegnato a studiare da presidente, nelle vesti ufficiali di suggeritore tecnico. È per l’appunto Boniperti a volare a Rio de Janeiro, con l’idea sicuramente originale di prelevare dal grande emporio del Brasile doppio campio­ne del mondo il “marine” Paulo Amaral.

Si parlava di uomini d’azione. Questo Amaral è un tipo tutto palestra e famiglia, dai muscoli scolpiti e dal cranio rasato, con l’espressione del duro e una solida fama di preparatore atletico della Nazionale. In questa veste ha affiancato i Ct Feola (’58) e Moreira (’62) nelle due vincenti spedizioni mondiali della Nazionale auriverde. Ma è anche un fior di allenatore e all’epoca per l’appunto allena il Vasco da Gama, dopo aver lavorato in un altro grande club, il Botafogo. Insomma, è abituato a trattare con campioni autentici, divi e primedonne compresi, sa imporre la disciplina (addirittura allena per hobby pugili dilettanti) e in più conosce a menadito il 4-2-4 assurto da qualche tempo in Italia a verbo evangelico della tattica.

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Amaral a colloquio con Luis Del Sol

Il vangelo secondo Paulo, ecco pronto il programma. Tanto più che un tipo del genere, così poco propenso, almeno nell’aspetto, a buttarla sul goliardico, pare l’ideale per appoggiare un paio di briglie sul collo riottoso di Omar Sivori, già rivale di Boniperti sul campo e grande mestatore di spogliatoio, per via del posto privilegiato nel cuore della famiglia Agnelli, che lo autorizza a spadroneggiare spesso e volentieri. Amaral accoglie la proposta con entusiasmo e subito pronuncia la parola magica: zona. «I calciatori latini, in particolare i brasiliani e gli italiani» spiegherà in una intervista, «hanno estro e intelligenza di gioco da vendere e quindi la marcatura a zona è particolarmente adatta a loro. Io stimo Rocco che ha inventato il Catenaccio ed è stato copiato in tutto il mondo, ma qualsiasi tattica ha il suo ciclo e poi bisogna trovare qualcosa di nuovo. E la zona per l’Italia è una grossa novità, tale da mettere in crisi molti avversari che ormai hanno mandato a memoria, automatizzato, il calcio all’italiana».

Per il suo 4-2-4, ha bisogno innanzitutto di un regista difensivo, un classico numero 5 alla brasiliana, e consiglia a Boniperti tale Amaro, un cognome che è tutto un programma. Dovrebbe essere la grande novità bianconera, ma non arriverà neppure… all’aperitivo. Rappresenta il primo passo falso del tecnico: «È più forte di Sani, di Didì, di Gerson e di Mengalvio» esagera il “marine”, che gli affianca un giocatore di identica taglia atletica, il cursore spagnolo Del Sol, gran motore del Real Madrid, lui pure alto 1,68. Con la differenza che mentre Amaro accoppia al tocco morbido dei brasiliani una raccapricciante lentezza, l’iberico è un instancabile portaborracce, pur senza il colpo di genio del fuoriclasse. Bastano poche prove per decidere che il brasiliano lumaca è fuori categoria: Amaro non esordisce neppure nel nostro campionato, Amaral è onesto a sufficienza da sostituirlo per vie interne, senza chiedere ulteriori esborsi alla società.

L’attacco, che ha appena visto partire il torreggiante centravanti gallese Charles, in declino precoce dopo un intervento a un ginocchio, viene innervato con l’arrivo del brasiliano Siciliano, discreto nel Venezia, ma non all’altezza di un grande club. A novembre arriverà al suo posto Miranda, atletico e quasi immobile gattone, che quando fa le fusa molla sberle di terrificante potenza. Amaral disegna la sua squadra secondo lo schema brasiliano: Anzolin in porta, Castano e Salvadore difensori centrali che si alternano nel ruolo di libero, entrambi in linea coi terzini Emoli e Sarti, cui compete l’aiuto al centrocampo, come del resto alle due ali: Stacchini, la più offensiva, sulla destra, e Sacco, o Dante Crippa, dall’altra parte.

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La Juventus 1962/63

Due attaccanti chiamati continuamente a rientrare per dar manforte al centrocampo. Le due punte avanzate sono appunto il potente brasiliano Miranda (o la già declinante meteora Nicolè) e il demoniaco trequartista argentino Sivori. In pratica, Sacco (o Crippa) funge da Zagallo e Sivori da Pelé, a voler ricalcare lo schema del Brasile campione del mondo. A centrocampo il fulcro della manovra è incarnato dal piccolo, instancabile spagnolo Del Sol, coadiuvato da Leoncini, un grintoso faticatore, ben lontano, quanto a qualità tattiche, dal regista vagheggiato da Amaral e invano cercato nel quasi omonimo connazionale Amaro.

Bastò poco, al nuovo tecnico, per conquistare l’etichetta di “ginnasiarca“. Un po’ l’aspetto, che lasciava scarso spazio all’immaginazione, con quei pettorali e i bicipiti guizzanti sottopelle, un po’ il lavoro sul campo, da autentico cultore della preparazione fisica. La governava partecipando con entusiasmo in prima persona a ogni esercizio, il primo a cominciare, l’ultimo a mollare, salvo poi chiudere con qualche balzo scimmiesco: meta preferita, la traversa della porta, su cui andava a sedersi a godere lo spettacolo dei suoi ragazzi spremuti come arance all’ora del cocktail.

Fu sufficiente l’avvio stentato del campionato, coi primi contraccolpi della rinuncia al libero, per suscitare commenti pesantemente ironici. Il “ginnasiarca” era un cultore di muscoli, il calcio, un’altra cosa. Non era vero, e il tempo lo avrebbe dimostrato. Assestata la squadra, oliati i meccanismi difensivi, a dispetto di valori tecnici decisamente inferiori alla concorrenza (soprattutto a centrocampo), la Juventus si dimostrò combattiva, atleticamente prestante e solida, con un Sivori scintillante, al punto da duellare con l’Inter per lo scudetto fin quasi sotto lo striscione del traguardo, chiudendo al secondo posto. Un segno preciso di rinascita, premessa al primo, storico traguardo internazionale, la Coppa delle Alpi.

La critica però pungeva feroce, pronta a imputare ogni errore difensivo alla scellerata “allegria” difensiva. Mentre dallo spogliatoio si levavano sussurri di fronda sempre più insistenti, per la scarsa simpatia seminata dalla durissima preparazione imposta dal tecnico. Il bilancio largamente positivo valse al tecnico la conferma, in un clima societario peraltro già invaso da vistose perplessità.

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La Juventus 1963/64

Il guaio fu che nell’estate del 1963 Amaral scivolò su una nuova buccia di banana. L’uomo che aveva giurato sulle qualità di Amaro, consigliò ai suoi dirigenti di coprire il vuoto al centro dello schieramento offensivo con un altro connazionale, Nené, presentandolo come il centravanti di sfondamento ideale per sublimare in avanti le qualità di Sivori. Non molto altro portò il mercato, le ali Dell’Omodarme e Menichelli, lo stagionato attaccante brasiliano Da Costa.

Lo schieramento di partenza di quella seconda stagione prevede Anzolin in porta, Gori e il mediano Leoncini terzini, Castano e Salvadore difensori centrali, Del Sol e Sacco a centrocampo, Dell’Omodarme e Menichelli ali e Nené e Sivori punte. «Non vi chiedo molto» spiega ai giocatori il presidente Catella in ritiro; «vi chiedo soltanto di guadagnare… un posto in più dello scorso torneo».

Nené era tutt’altro che un brocco, come avrebbe dimostrato la splendida carriera italiana corredata dallo scudetto col Cagliari, ma non era un centravanti. Casomai, un uomo di manovra dotato di classe e fantasia. Le bastonature della critica ripresero pesanti ai primi passi falsi e a quel punto Amaral, avvertendo terra bruciata intorno, decise di annacquare il suo 4-2-4: l’eccessiva staticità del gioco, con la squadra disposta sulle tre linee orizzontali, minacciava infatti di favorire avversari ormai a conoscenza del modulo e abili nell’affrontarlo con azioni offensive studiate ad hoc.

Così le marcature si restrinsero, con duelli uomo contro uomo, sia pure in uno schieramento ancora tendenzialmente a zona, in cui i due stopper, Castano e Salvadore, operavano a turno come autentici liberi, alle spalle dei compagni, davanti al portiere, in una disposizione verticale anziché orizzontale. Nessuno avrebbe potuto più scrivere che la Juventus faceva harakiri rinunciando al libero.

Il mutamento di rotta la dice lunga sulla barcollante posizione di Amaral, un uomo le cui certezze sembravano sempre meno granitiche, di fronte all’urgenza di produrre risultati importanti. Il modulo dimezzato però non favoriva le espressioni tecniche, così come la constatazione che Nené tutto poteva fare, su un campo di calcio, tranne che il centravanti di sfondamento. La maglia di Charles restava senza erede e in una Juventus ricca di ali e mezze punte il problema rischiava di diventare un micidiale complesso. Proiettato oltretutto nelle ribollenti aree di rigore, Nené tradiva la desuetudine ai controlli asfissianti e pativa le rudi attenzioni dei difensori.

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Amaral e Nenè, il grosso equivoco della Juve

Tutto questo sarebbe forse rimasto senza conseguenze, se a imbizzarrirsi non fosse stato a un certo punto il “reuccio” della squadra, Omar Sivori. Entrato in rotta di collisione con Amaral per l’insofferenza alla sua pesante sferza atletica, il fuoriclasse argentino si impuntò secondo ormai consolidata tradizione: o lui o io. I risultati positivi e l’orgoglio dell’uomo tutto d’un pezzo indussero Amaral ad accettare la sfida. Provò la squadra senza il “Cabezon”, scavandosi in pratica la fossa sotto la panchina.

Con la Juventus in testa alla classifica in campionato e all’indomani di un successo, sia pur di misura, contro l’OFK Belgrado in Coppa delle Fiere, Amaral venne esonerato. Nonostante l’evidente assurdità del provvedimento alla luce dei risultati, la stampa non perdonò al tecnico la sua eresia.

Si distinse per anticonformismo Vittorio Pozzo, l’anziano ex Ct, commentatore per “La Stampa”, che dedicò al brasiliano in anticipata partenza un addio colmo di dignitoso rispetto: «Saluto in Amaral una persona seria, una persona a modo. Faceva quello che riteneva fosse suo dovere fare con grande impegno, con un senso di onestà profondo, con uno spirito che aveva in sé qualcosa di religioso quasi. Io non andavo d’accordo con qualcuno dei principi tecnici che egli professava. Il che non vuol dire proprio nulla. Nel gioco del calcio ogni linea direttiva rappresenta una materia opinabile. Lui aveva le sue idee, io avevo le mie, ma io rispettavo e ammiravo l’uomo che, nell’applicazione delle sue, metteva tanta abnegazione e tanta dirittura. Vorrei che, andandosene, sappia che qualcuno che lo ha seguito da lontano, anche non sempre approvandolo, lo apprezza e lo stima. Era un uomo che camminava diritto».

Amaral esce di scena rispettando un rigoroso riserbo, negandosi alla polemica. Viene sostituito con Eraldo Monzeglio, che si mette docile agli ordini di Sivori. Si torna al passato, alle marcature a uomo, e l’esperimento coraggioso del “ginnasiarca” brasiliano finisce nel cassetto, mentre la Juve scivola nel caos e va incontro a una stagione negativa.