Mondiali 1990: il consuntivo di Gianni Brera

Lo Strazio in Finale

L’Italia è stata in certo modo beffata per propria colpa. I suoi meriti vanno ricercati nella organizzazione prima ancora che nella resa tecnico-agonistica, inficiata da errori di conduzione e da lacune spiegabili con la politica delle importazioni dall’estero

Primo consuntivo tecnico, non proprio allegro per gli italiani, del XIV Campionato mondiale di calcio. La Germania ha vinto la finale con una povera e malconcia Argentina, peraltro così fiera ed orgogliosa da meritarsi la nostra ammirazione. L’ Argentina era stata ripescata fra le terze classificate dopo aver perso clamo- rosamente con il Camerun, aver battuto di trucco l’Urss e pareggiato con la Romania. Ha poi realizzato la prodezza grande di sorprendere il Brasile, che l’aveva dominata, con un solo bruciante blitz in contropiede. La prodezza è stata ripetuta contro l’Italia, che l’ aveva infilata nel primo tempo ma era inopinatamente scoppiata nel secondo.

Il lettore sa come la pensiamo a proposito di quella topica infelice: Vicini non ha avuto subito sentore che i suoi prodi fossero scoppiati e pensando di potere ancora vincere largo non ha provveduto a difendere l’1-0 inspessendo i difensori. Così l’Argentina ha pareggiato e, giunta ai rigori, ha messo a frutto il proprio montante ottimismo contro la delusa cupezza degli italiani. Anche i tedeschi avevano messo fuori gli inglesi battendo meglio i rigori. Le due finaliste con tie-break avevano fatto scandalo e tuttora lo fanno. Gli italiani si consideravano beffati dalla malasorte e dagli immeritevoli argentini; gli inglesi, meno emotivi, maledicevano all’incongruità della formula. Fatto è che la prima finale, giocata a Bari il sabato, è riuscita molto più varia e brillante della seconda, giocata a Roma per il primo posto.

Io non perdo finale del torneo dal lontano ahimè 1954: posso dire senza sentirmi né severo né tanto meno sadico di non avere mai assistito a uno strazio paragonabile a quello offerto da Germania-Argentina. I poveri e esasperati cuginetti del Rio del Plata erano stati malamente falcidiati dagli strani arbitri di questo Mundial: giocavano con le riserve di Caniggia, Giusti, Olarticoechea e Batista. Il solo Caniggia avrebbe accresciuto del buon 50 per cento le possibilità offensive della squadra di Bilardo. Giusti avrebbe meglio tenuto il centrocampo con Olarticoechea, capace di rifiniture come pochi. Ridotti a giocare con le riserve di squadre secondarie italiane (!), gli argentini si sono piccati di non mollare, aspettando chissà mai l’opportunità di un colpaccio in contropiede. I tedeschi hanno giocato due buone spanne sotto il loro standard. Hanno sempre tenuto palla senza mai impostare uno schema degno della loro fama. Per vedere un appoggio profondo si è dovuto aspettare Matthaüs all’86’ : è scattato Voeller e l’ argentino Sensini ha commesso fallo da rigore entrando sulle sue piote anziché sulla palla.

Credo di capire i sottili cavilli psicologici per i quali quasi tutti gli italiani hanno dubitato che ci fossero gli estremi del rigore: volevano sminuire il successo dei tedeschi arricchendo il proprio rimpianto per la mancata finale: e anche dimostrare che il primo tempo degli italiani contro l’Argentina era stato migliore di quello fornito dai tedeschi. Mi dispiace, ma il rigore era sacrosanto (para mi, se capiss), e lo avevano maturato gli stessi argentini difendendosi in una finale mondiale come avrebbe fatto l’umile Cremonese sul campo di una milanese o della Juventus.

Subìto il rigore, gli argentini hanno dato fuori da matti confer- mandosi nevrotici nella misura in cui Maradona era afflitto da mania di persecuzione. Maradona è stato fischiato per motivi che tutti conoscevano a incominciare da lui. La gente ha fischiato anche l’inno nazionale argentino e questo è valso a rinnovare l’ impressione di scarsa civiltà già dettata agli esordi del torneo. Beckenbauer ha marcato Maradona con Buchwald, che lo ha picchiato virilmente, non lasciandogli battere più di una punizione dal limite. Il centrocampo tedesco è stato mediocre e le punte hanno agito in mischie così folte da non riuscire a combinare molto più di nulla. Per questo gli italiani hanno rimpianto che non ci fossero gli azzurri! Contro quei tedeschi, avrebbero vinto di sicuro. Affermazione in verità arbitraria e infantile la sua parte. I tedeschi non toccavano terra semplicemente perché erano bravi gli argentini a difendersi.

Non è detto che gli italiani avrebbero fatto altrettanto: certo, avrebbero combinato più degli argentini in attacco: ma purtroppo nel calcio non esistono controprove. Quando era necessario mettere sotto gli argentini, sono stati gli azzurri a lasciarsi mettere sotto e quindi è inutile adesso recriminare… Maradona è stato protagonista passivo per le ingiurie, che ha puntualmente ricambiato. Non è più un giocatore di calcio, sebbene tutti temano di affermarlo, dopo averlo decantato come la massima espressione dell’arte pedatoria. Il resto dell’Argentina ha compiuto autentici prodigi come il suo bravissimo allenatore. Più di questo non avrebbe potuto ottenere: e gli alibi per accontentare i nazionalisti sono 1001. Sicuramente, in Argentina si griderà all’ingiustizia e alla sopraffazione. Maradona ha addirittura affermato che è stata la mafia a volerlo umiliare! Strano: pensavamo che i suoi rapporti eccezionali si fermassero ai confini con la camorra…

I tedeschi hanno conquistato in Italia la loro sesta finale e non vi è da stupire che abbiano finalmente vinto la terza. Adesso vantano un libro d’oro pari a quello del Brasile e dell’Italia, che di finali ne hanno conquistate quattro, vincendone tre. A rigore, era giusto che la Germania si mettesse in ordine con la storia e con la statistica. Nessun Paese ha saputo far meglio nel dopoguerra. L’Italia è stata in certo modo beffata per propria colpa. I suoi meriti vanno ricercati nella organizzazione prima ancora che nella resa tecnico-agonistica, inficiata da errori di conduzione e da lacune facilmente spiegabili con la politica autolesionistica, e in gran parte amorale, delle continue importazioni dall’estero.

Gianni Brera