Quel gol di Maradona ed il mistero del calcio

maradona-cvmn884-wp

Un gol che racchiude l’essenza e un po’ il mistero del gioco del calcio, quella sintesi di istinto e ragione, slancio e calcolo, impulso e attesa, muscoli e testa, individualismo e altruismo, normalità e talento che tutto combina e muove.


Anatomia di un gol. E che gol! “Il più bello del secolo” per alcuni; “il più bello di tutti i mondiali” per altri. Perché vogliamo ripercorrerlo e, passo per passo, analizzarlo e ricostruirlo? Perché racchiude l’essenza e un po’ il mistero del gioco del calcio, quella sintesi di istinto e ragione, slancio e calcolo, impulso e attesa, muscoli e testa, individualismo e altruismo, normalità e talento che tutto combina e muove.

L’autore è Diego Armando Maradona. Il mondiale è quello dell’86. Lo stadio è l’Azteca di Città del Messico. Il giorno è il 22 giugno. La partita è Argentina-Inghilterra. Il gol è segnato al decimo del secondo tempo. Il risultato è 2-1. Il successo vale la semifinale. Necessaria, e forzatamente approssimativa, la descrizione: rapido disimpegno di Enrique verso Maradona poco all’interno della propria metà campo. Palla scomoda perché ricevuta spalle alla porta e con due avversari in marcatura, scaglionati su ogni lato (Beardsley davanti, Samson dietro). Controllo e rapida giravolta con dribbling largo (“per evitare il fallo” ricorda Diego) che manda a vuoto i due. Accelerazione centrale con Reid in opposizione frontale e di nuovo Beardsley in recupero da dietro. Nuovo cambio di velocità e poi di direzione che li taglia fuori. Corsa diretta verso la porta, inserimento quasi violento in area (energia e decisione sempre in crescendo), ultimo slalom sugli impotenti Fenwinck e Butcher (superati con forza e grazia) ed infine, sul punto di cadere, tocco di sinistro a rete dopo aver eluso (marcata torsione del busto) l’uscita bassa di Shilton. L’intera giocata dura 10 secondi, 60 sono i metri percorsi, 6 gli avversari superati, 15 i tocchi di palla.

Tutto ha inizio dall’egoismo (vigliaccheria) o dalla pigrizia (“semplice burocrazia”) di Enrique che si disfà del pallone appoggiandolo, svelto svelto, al primo compagno che gli viene incontro, sebbene braccato da più avversari e con il loro fiato davvero sul collo. L’attenuante è che lo consegna a Maradona che dà subito un senso (controllo orientato che equivale ad un dribbling) al suo non senso. Enrique è un mediano-gregario (cuore, partecipazione, servizio, sacrificio) che però nella circostanza pensa solo a se stesso (ma forse non pensa), liberandosi immediatamente di un peso (il pallone) per trasferirlo interamente sulle spalle di un compagno.

Il gol prende dunque avvio da un errore, o da una leggerezza, che avrebbe fatto scuotere la testa a ogni allenatore. Lo stesso Enrique, rivolgendosi a Maradona negli spogliatoi a fine partita, sembra riconoscerlo, sfiorando l’autocritica e mischiando ironia e gioco delle parti: “Sfido che hai segnato, con l’assist che ti ho fatto!”. Ma, sotto la doccia, s’intrecciano altre stupefacenti confidenze. Sempre in riferimento a questa giocata e senza il tempo di rivedere il suo miracolo in tv, Maradona confessa a Valdano: “Volevo passarti la palla, ma non ho trovato lo spazio“. “Perché, hai visto anche me?” rimanda incredulo quest’ultimo. “Sì, mi accompagnavi, all’altezza del secondo palo, ma non ho potuto dartela“. Davvero impressionante!

Ma non è finita qui; c’è altro di straordinario. Sempre Maradona: “Quando mi sono ritrovato davanti al portiere ho pensato di tirare sul secondo palo, ma mi sono ricordato della partita di Wembley…“. Wembley, sette anni prima: amichevole Inghilterra-Argentina. Maradona è autore di una giocata simile: nugolo di avversari superati, solo davanti al portiere, tocco finale, pallone indirizzato sul secondo palo, fuori di un soffio. Anche qui una significativa, determinante appendice: “Dovevi scartare anche il portiere” gli dice suo fratello (“el Turco”) a fine partita. Un rimprovero, una raccomandazione capitalizzati a distanza di sette anni. Non a caso Diego dedicherà proprio al suo “hermano” il gol capolavoro dell’Azteca.

Proviamo, con l’aiuto e il contributo di vari autori, a entrare nel piccolo universo di questa creazione agonistica che Giorgio Vasta (“Trilogia delle consapevolezze e dei sorrisi”) prende come esempio di un modo di percepire profondamente condizioni e risorse del gioco in un preciso momento, soffermandosi su “la consapevolezza strategica di Maradona”. Quando vediamo Diego tutto ripiegato su se stesso, come rapito dalla sua stessa travolgente azione, sembra di assistere a un episodio di possessione nel quale il posseduto è completamente separato da qualunque coscienza di ciò che accade intorno. Maradona resta sempre sul pallone, con gli occhi e il corpo, al massimo perlustra i metri immediatamente successivi; non guarda, eppure sa dove è Valdano, prende in considerazione l’ipotesi di passargli il pallone ma rinuncia per mancanza di spazio.
Si tratta – afferma Vasta – di percepire lo stato del gioco e le possibilità che quello stato può generare, si tratta di guardare (e sentire, e sapere tutto in un istante, nonostante la precisione di questo sguardo abbia in sé qualcosa della contemplazione lenta piuttosto che dell’occhiata fugace), di guardare e scegliere e obiettare a questa prima scelta e ancora prendere una seconda decisione e muoversi di conseguenza. È un momento nel quale la consapevolezza viene a coincidere con l’istinto“.

È dunque un’immagine concreta e fugace che attraversa la mente di Maradona, ma che viene rifiutata seguendo un processo di “ricerca, selezione, cambi, dubbi, misura del tempo e delle distanze, informazioni compresse in un flash di lucidità in mezzo a una corsa incredibile“, in mezzo a “una progressiva e delirante accelerazione di problem-solving tecnico-calcistici“.
Quando Maradona dà inizio alla giocata ha soltanto una vaga idea di quello che cerca. Si presume il gol e non è certo che voglia segnarlo lui. Le idee e i ricordi gli vengono mentre gioca ed è così che riesce a risolvere molti problemi. Riesce anche a segnare. Scrive Valdano pensando a lui e a Garrincha: “L’opera che certi genii progettano ha sempre un fine che la motiva, ma di solito la cominciano senza conoscere il modo di portarla a termine. Si buttano in mezzo a terzini carnivori e solo allora iniziano a pensare dov’è la via di uscita. Confidano che l’abilità e la fantasia si occuperanno di tirarli fuori dai problemi in cui si sono appena cacciati. Sanno benissimo che un imprevisto potrà provocare un improvviso cambio di strategia, ma hanno fiducia…“.

Nell’epigrafe all’articolo (“Due irraggiungibili, ma è di Diego il gol del secolo” – Appendice a tavola rotonda su Pelé o Maradona – Limes 2003) da cui sono state riprese queste parole, Valdano riporta un pensiero di Vinicius de Moraes rivolto a Garrincha: “Ha un presentimento: ci si lancia più rapido del proprio pensiero, la palla danza felice fra i suoi piedi, un piede diviento “.
Giorgio Vasta si sofferma sull’incipit – “Ha un presentimento” – per affermare che “ci sono consapevolezze che non si fondano su una conoscenza certa ed empiricamente verificabile, bensì su un azzardo, su un’ impressione, su una percezione tanto arbitraria quanto indiscutibilmente legittima dell’immediato futuro“. Nel calcio, questo immediato futuro è quello del gioco, è quello che succederà al pallone calciando in un determinato momento e in un determinato modo. C’è così una consapevolezza che è “pensiero istantaneo organizzato“.

Ma nel pensiero di Vinicius de Moraes c’è ancora un di più. È il di più di Garrincha nell’essere “più rapido del proprio pensiero“. Proprio come Maradona. Diego infatti corre (imprendibile) con il pallone selezionando le scelte, le direzioni, le opzioni, richiamando tutte le energie del suo corpo (impressionante quel suo petto gonfiato!) congiunte a tutte le risorse della sua tecnica ed infine, nel tumulto di questo invasamento, ricorda. Le sue gambe sono più veloci del suo pensiero, superato, nell’attimo stesso del suo esercizio, dal vortice dell’intera opera. Tocchiamo qui con mano tutta l’essenza della creazione agonistica; abbiamo qui l’incredibile prova della “vertiginosa creatività di un genio del calcio in azione”, come annota Valdano.

Xavier Renedo (“Scrivere il calcio – 3. Due poetiche del verso e una del calcio”) ritiene che una delle più brillanti idee sviluppate da Josep Carner (autore catalano, 1884-1970) nel saggio “Virtù d’una parola” sia la concezione positiva delle difficoltà che si presentano al poeta mentre compone. Così condensa il suo pensiero: “Nella creazione di un poema la libertà consiste nella scelta personale degli ostacoli, veri e propri collaboratori. È proprio a loro, e non a procedure magiche, automatiche o scientifiche che dobbiamo il fatto di poter valorizzare tutte le risorse dell’ombra o della vita segreta, come la possibilità di conseguire la bellezza formale“. Maria Corti, in un articolo sulla creazione poetica, scrive che “con assoluta libertà non si costruisce, non si inventa“. Poincaré era solito dire che “inventare è scegliere“: e scelta vuol dire rifiuto di possibilità alternative. In noi ancora risuona un rilievo del professor Carlo Vittori – “Programmare è cambiare” – nel quale percepiamo un invito a fissare un ordine e dei confini solo per superarli, per fare nuova ed efficace ogni cosa al loro interno. Il gol di Maradona rimanda a qualcosa di più: la valutazione positiva degli ostacoli e delle difficoltà.

Sono le “difficoltà collaboratrici” di Carter, quelle disseminate lungo l’appassionato percorso di Diego, lungo quell’autostrada imboccata contromano che solo una mente senza gabbie poteva portare a termine. “Invece di tirare – scrive Valdano – scartò anche il portiere e senza più alcun impedimento segnò il gol che fu un’antologia di menzogne ben raccontate e di piani perfettamente frustrati, in quei dieci infiniti secondi durante i quali l’intelligenza ha saputo essere libera“.
La libertà del calciatore va di pari passo con la libertà del poeta: entrambi sanno giocare con le difficoltà. Preziose, ora per segnare un gol, ora per scrivere una poesia. Oltre all’intelligenza, c’è il ruolo essenziale della memoria nella giocata di Maradona. Il riferimento è all’amichevole di Wembley, a quel gol mancato di un soffio. Se la prima confidenza a Valdano ci ha introdotto nel paradosso dello spazio, la seconda, relativa a questo fatto, delinea il paradosso, altrettanto sconcertante, del tempo. All’Atzeca, quel 22 giugno 1986, Diego fa tutto come sette anni prima, fuorché, sul punto di concludere, scartare anche il portiere dopo un ricordo, un ripensamento, una valutazione. “Ad affascinarmi nella storia di questo gol – scrive Giorgio Vasta – è il fatto che la consapevolezza coincide con un’esitazione“.

Maradona esita in un primo momento quando pensa di poter servire Valdano, poi quando arriva davanti a Shilton. “Esitando crea spazio alla consapevolezza, le costruisce un alveo naturale nel quale la consapevolezza può venire a installarsi. Sembra incredibile ma quei dieci secondi sono disseminati di pause infinitesimali nelle quali la consapevolezza è accaduta come un’epifania, come un lampo silenzioso ed efficace, che compare per un istante e poi dilegua producendo però un effetto concreto, una conseguenza verificabile“. Josep Carner offre un’ulteriore chiave di lettura partendo dal concetto che “la memoria è di per se stessa artistica“.

Essa, infatti, quando si tratta di inventare nuove realtà, giocando con le parole o con il pallone, ricorda soltanto quei fatti che, in virtù della loro potenza creativa, possono diventare uno stimolo nel momento della creazione rifiutando tutti gli altri. In questo modo la memoria è “un libro che serve all’immaginazione per immergersi nel ‘conosciuto’ o nel ‘ricordato’ in modo da inventare qualcosa di inatteso. Si può pensare che sia successo proprio questo nella testa di Maradona nell’istante in cui ha preso la decisione definitiva di concludere a rete“.
All’inizio del nostro contributo abbiamo scritto, per legittimare la ricostruzione di questo gol di Maradona, che in esso c’è tutto il succo e tutta la complessità del gioco del calcio. Al termine, possiamo trarne degli insegnamenti? O è artificioso, persino offensivo, cercare di ricavare qualche linea operativa, magari da proporre anche ai ragazzi, da tale “prodigio”?
Noi riteniamo che ci si debba provare perché non bisogna essere Maradona, né Enrique, né Valdano per evitare in campo un comportamento egoistico, per mettere la pienezza di sé a disposizione degli altri, per pensare che niente è impossibile, per sentire la squadra rivale e ogni ostacolo come opportunità, come occasioni per migliorare. I dubbi sono altri: si deve allenare i ragazzi anche a ricordare, a capitalizzare le acquisizioni remote? Puntare su questo tipo di memoria non rischia di ingabbiare, di inibire? Occorre incoraggiare l’istinto? Come coniugarlo con la consapevolezza e la responsabilità di sentirsi parte di un insieme? E la percezione? L’azzardo? L’avere un presentimento? Mister, che devo fare? Mi controllo, mi fermo o vado dove mi porta il cuore? Ci fermiamo qui, davanti a problemi di merito e di metodo le cui risposte…”fischiano nel vento”. Abbiamo una sola certezza: chi allena nel calcio, allena un mistero.