HERBERGER Sepp: vita, morte e miracolo di Berna

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Uno storico trionfo “drogato” dalle voci, le voci maligne che si levarono all’indomani dell’impresa di Sepp Herberger non erano, appunto, più che voci, insinuazioni, maldicenze: sufficienti però a macchiarla in modo indelebile, tanto nel calcio è radicata l’abitudine a dare per scontato ciò che non può essere provato. Così la grande vittoria della Germania Ovest ai Mondiali del 1954, che vide crollare sul traguardo l'”Aranycsapat”, la squadra d’oro ungherese, la più micidiale macchina da calcio di tutti i tempi, viene ancora oggi tramandata come il successo del doping.

Le prove? Non ci sono. All’epoca non esistevano controlli specifici ed è pure probabile che si facesse diffuso ricorso a pratiche chimiche, ma nessun riscontro oggettivo è stato mai portato alle malevoli congetture che attribuirono al fattore un ruolo determinante. Un elemento è sempre stato considerato decisivo: poche settimane dopo la finale di Berna, tutti i giocatori della Nazionale tedesca salvo Posipal, Liebrich e Kohlmeyer vennero colpiti da una forma di itterizia che li prostrò nel fisico fino a imporre una sospensione dell’attività agonistica. Le polemiche infuriarono, gettando un’ombra sulla conquista. Ciò che quasi nessuno ricorda è che anche il Ct Josef Herberger venne colpito dal morbo e dovette sottoporsi a settimane di cure speciali a Bad Mergentfeim.

Se ne doveva forse concludere, come argomentò polemicamente Friederbert Becker, direttore del periodico calcistico “Kicker”, che pure il Commissario tecnico si era drogato?
L’interessato, una volta guarito, respinse ogni accusa ricordando quanto la sua squadra fosse stata abile a sfruttare meglio l’assurdo regolamento della manifestazione rispetto ai magiari. Nel girone degli ottavi, tedeschi e ungheresi dovevano affrontare la modesta concorrenza di Turchia e Corea del Sud. Il meccanismo del Mondiale 1954 prevedeva però solo due incontri per squadra ed eventuale spareggio tra compagini a pari punti.

Dunque, mentre l’Ungheria dava spettacolo seminando gol e ammirazione, Herberger giocava le sue carte in modo magistrale: affondava la Turchia e poi contro i magiari teneva a riposo cinque titolari, tra cui i due attaccanti Ottmar Walter e Schäfer, andando incontro al massacro.
Perdeva per 3-8, costringendosi a giocare una partita in più, in realtà una nuova passeggiata con la Turchia (7-2). Ma aveva ottenuto un doppio vantaggio: ora conosceva bene gli ungheresi (cui aveva celato il vero volto della propria squadra) e cinicamente aveva provveduto a menomare l’astro Puskas, duramente picchiato dal macellaio Liebrich.

Quando le due squadre si ritrovarono in finale, la grande Ungheria era stremata per i tesori di energie spesi nella rissa col fortissimo Brasile e nel durissimo corpo a corpo, prolungato ai supplementari, col coriaceo Uruguay campione uscente. Per giunta, il colonnello Puskas scese in campo nonostante l’evidente zoppia. I tedeschi invece avevano piegato la Jugoslavia con molta fortuna e poi si erano sbarazzati della favorita Austria (strapazzata 6-1) soprattutto grazie alla impetuosa forza fisica. Gli ungheresi non avevano rivali, sul piano tecnico, e andarono sollecitamente in vantaggio per 2-0. Poi, l’eccezionale tenuta atletica dei rivali prese il sopravvento e il 3-2 finale premiò una squadra coriacea, dura e cinica. Non certo la depositaria del miglior calcio, ma di sicuro la più efficace nel gestire il torneo. Sepp Herberger aveva compiuto il suo capolavoro.

Era un uomo tenace, abile psicologo, che otteneva il rispetto e l’assoluta fedeltà dei propri uomini grazie al dialogo e all’interesse fattivo per i loro problemi fuori dal campo. I tedeschi erano quasi tutti dilettanti e Herberger si preoccupò che tutti avessero un adeguato lavoro part time, così da tenere in campo la mente sgombra da preoccupazioni. Tatticamente, non attuò alcuna rivoluzione, ma con la forza d’urto della sua squadra mise a nudo le deficienze difensive del Sistema, cui pure l’Ungheria si conformava nel settore arretrato.

Herberger aveva un passato di qualche importanza. Era nato il 28 marzo 1897 a Mannheim, aveva giocato da interno di buona qualità nel Waldhof, nel VfR e infine al Tennis Borussia Berlino, dove chiuse la carriera avendo all’attivo anche tre presenze in Nazionale e due reti. Divenne istruttore di calcio, diplomandosi all’Istituto Germanico di Educazione fisica di Berlino e nel 1932 venne chiamato dal Commissario tecnico Otto Nerz nei ranghi federali, diventando suo assistente. Quando alle Olimpiadi del 1936 la Germania venne sconfitta dalla modesta Norvegia nei quarti allo stadio olimpico di Berlino sotto gli occhi di Hitler, Nerz dovette rassegnare le dimissioni e Herberger venne nominato Commissario tecnico.

Nonostante l’esordio negativo – la sconfitta con la Svizzera di Rappan al Mondiale 1938 alla guida di una squadra innervata dagli austriaci avrebbe tenuto l’incarico per ben 28 anni, prima di passare il testimone, nel 1964, al suo assistente Helmut Schön (lui pure futuro campione del mondo).
Realizzò l’impresa titanica del 1954 dopo aver ricostruito la Nationalmannschaft dalle macerie della guerra, lanciando la Germania tra le potenze del calcio.

Possedeva una personalità spiccata e sapeva scegliere gli uomini. A ogni novizio della Nazionale proibiva alcol e tabacco, per il resto trattava gli uomini con molta familiarità e ne conquistava il rispetto anche con la ferrea competenza di calcio internazionale, maturata viaggiando in lungo e in largo per avere un panorama costantemente aggiornato (all’epoca non sbraitava ancora mamma tivù). Non per niente il grande Hugo Meisl, creatore del “Wunderteam” austriaco, usava dire che solo tre persone al mondo si intendevano davvero di pallone: lui, ovviamente, e poi l’italiano Vittorio Pozzo e il tedesco Herberger.

Nel 1950 aveva ricostruito la squadra dal nulla, impostandola su alcuni uomini chiave, primo tra rutti il grande Fritz Walter, che accontentava facendo giocare anche il fratello Ottmar, peraltro ottimo fromboliere. L’impetuoso Rahn era un goleador prolifico e la difesa, seppur schierata a tre secondo il Sistema, contava uomini di impressionante durezza come Liebrich e Posipal. A parte un piccolo blocco del Kaiserslautern, i giocatori provenivano da squadre diverse, eppure il carisma di Herberger ne fece un gruppo omogeneo, dalla spinta vincente.

L’Ungheria era la squadra delle meraviglie. Aveva incantato il mondo strapazzando l’Inghilterra a Budapest e poi a Wembley, aveva triturato gli avversari alle Olimpiadi di due anni prima. Lo shock della sua sconfitta fu tale che al fischio di chiusura della fiammeggiante finale di Berna sorsero le voci più disparate: che l’Ungheria, in profonda crisi economica, avesse venduto il titolo in cambio di una fornitura di trattori dalla rinascente Germania Ovest; o che l’arbitro avesse sabotato il Paese dell’Est per motivi politici (in realtà la direzione di gara non aveva destato polemiche). E, appunto, il doping. Ma Herberger aveva vinto, questo solo contava. La sua Nazionale, si dice ancora, smise improvvisamente di vincere; è vero; l’Italia stessa, massacrata al primo turno al Mondiale, ebbe a incontrarla pochi mesi dopo il trionfo di Berna e relativa epidemia di itterizia e andò a vincere sul campo di Stoccarda per 2-1 (30 marzo 1955).Ma lo stesso non sarebbe accaduto alla Nazionale di Bearzot abile a vincere il Mondiale del 1982 e subito dopo incapace di qualificarsi per gli Europei del 1984?

In compenso, Herberger riprese a tessere paziente la sua tela e ai Mondiali 1958 presentò, con la stessa ossatura, una Nazionale nuovamente competitiva, che si piazzò quarta dopo avere inciampato in semifinale sulla Svezia dei professori. Lasciò nel 1964, quando ormai Schön si stava spazientendo e l’ostracismo per gli assi impegnati all’estero rischiava di impoverire una Nazionale potenzialmente ancora protagonista. Lui l’aveva instradata verso la gloria, pilotandola in quattro edizioni dei Mondiali e dimostrando la predisposizione dei tedeschi ai tornei di breve ma intensa durata. Sulla sua scia, la Germania occidentale sarebbe stata una costante protagonista di Europei e Mondiali. Ritiratosi in pensione, è morto il 28 aprile 1977.

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