ZOFF Dino: l’ultima Leggenda

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Gli inizi

Dino Zoff, figlio di Mario e di Anna, aveva sogni grandi come tutti i ragazzi della sua età. Avrebbe voluto fare il calciatore, da grande. Ma conosceva il significato di certi valori. La fatica, il lavoro. Glieli aveva trasmessi papà Mario, che alla mattina partiva per i campi e tornava solo dopo il tramonto per tenere in piedi la famiglia. Avrebbe voluto fare il portiere di calcio, il piccolo Dino. Ma venne su senza smanie, senza viaggiare troppo con la fantasia. Prima il lavoro, la scuola. Poi il calcio, e se davvero un giorno fossero venuti fuori i numeri allora sì, se ne sarebbe parlato. Era il verbo del Mario, e Dino non fece fatica ad accettare perché era in sintonia.

Così, arrivarono i tempi dell’officina. Dino partiva ogni mattina in bicicletta verso Gorizia per andare a sistemare motori. Altra vocazione. Ci sapeva fare, il ragazzo, e il mestiere gli piaceva. Portava a casa i primi soldi, sessantamila al mese, e i padroni gli permettevano anche di andare a giocare a pallone. Tra i pali, naturalmente. A faticare, anche lì, perché quello era il credo e lo sarebbe sempre stato. I suoi idoli di ragazzo, del resto, erano sportivi che si arrampicavano quotidianamente sui muri alti del sacrificio. Fausto Coppi e Abdon Pamich, eroi di modestia, uomini veri. Campioni nel ciclismo e nell’atletica, discipline in cui non puoi barare quando resti solo con te stesso a misurare i limiti della tua resistenza.

Fatica, sacrificio. Parole ricorrenti, nel vocabolario di un ragazzo del Friuli che imparava a farsi uomo e ad esprimersi con poche frasi, con l’arte dei gesti e dei silenzi, degli sguardi e delle pause. Fatica, sacrificio. Nella vita, nel lavoro e anche nello sport. Nel calcio. Il portierino cresceva, sudava, giocando nella Marianese, praticamente sottocasa. Ma era, appunto, un portierino. Piccolo e gracile, a quindici anni. Si parlava di lui, vennero a vederlo gli osservatori di Inter e Juve. Ma ai provini lo scartarono, nell’ordine, Giuseppe Meazza e Renato Cesarini. Lui non si abbatté. Si rimboccò le maniche, in officina e sui campi. E nel frattempo maturò, anche fisicamente. Avrebbe potuto diventare un buon meccanico, il figlio del Mario. Diventò calciatore. Diventò leggenda.

Zoff (in piedi, primo da destra) nell’Udinese del 1961-1962

L’oro di Napoli

Alla fine, qualcuno finalmente notò il portiere della Marianese. Racconta Luigi “Cina” Bonizzoni, che lo fece esordire in Serie A nell’Udinese e lo lanciò definitivamente nel Mantova, che «il vero scopritore di Dino si chiamava Comuzzi, girava tutto il Friuli come osservatore e lo portò all’Udinese». Dove iniziò la leggenda, l’avventura. Una brutta domenica di fine estate, in fondo: è il 24 settembre del ’61, Dino ha diciannove anni e mezzo, Bonizzoni lo mette in campo contro la Fiorentina e lui incassa cinque reti. Le ricorda ancora oggi: «Andai al cinema qualche giorno dopo. Nell’intervallo c’era la Settimana Incom, fecero vedere i gol di quella partita e io sprofondai sotto le poltroncine».

Poi la retrocessione, la prima stagione da numero uno in Serie B. Nonostante questo, Dino non riuscì a essere profeta in patria. Due anni difficili, gelo intorno e poca propensione al perdono da parte dei tifosi. Per ogni errore, un processo. Meglio cambiare aria. E l’aria nuova, pulita, la trovò a Mantova. Con Bonizzoni allenatore, appunto.
«Lo vidi arrivare con una 600 elaborata che filava velocissima. Il cofano era legato con una cinghia, perché rischiava di alzarsi controvento. Sì, Dino non aveva dimenticato come si curano i motori. Ma quella macchina gliela proibii. Mi sembrava un rischio assurdo». Mantova fu la tranquillità, la maturità. Tre stagioni in A e una in B, una progressione costante. Accanto a compagni di squadra che si chiamavano Gigi Simoni, Gustavo Giagnoni, e poi Tomeazzi, Cancian, Nicolè, Sormani, Schnellinger. E Santarelli, il portiere arrivato da Bologna con un ginocchio malandato, che si fece da parte e prese il giovane Zoff sotto la sua ala protettrice.

Mantova fu la famiglia, anche. L’incontro con Anna, l’amore, il matrimonio. Quattro anni indimenticabili, prima di quel trasferimento rocambolesco: doveva essere Milan, all’ultimo momento (addirittura qualche minuto oltre quello che allora era il tempo massimo) fu Napoli. E Napoli fu un altro passo nella costruzione della leggenda.
Cinque stagioni in cui il calcio italiano imparò a conoscere Dino Zoff. Fino ad aprirgli le porte della Nazionale, dove iniziò la convivenza con il più grande dei suoi rivali, Ricky Albertosi, esattamente l’opposto di Dino dal punto di vista tecnico e caratteriale. All’ombra di Ricky, Zoff visse l’avventura mondiale di Messico ’70 dalla panchina. Ma l’Europeo ’68, quello della doppia finale con la Jugoslavia, fu un’emozione tutta sua.

E dietro alle prime gioie azzurre, l’azzurro di Napoli. Napoli e Dino Zoff, un amore apparentemente strano e incomprensibile. Città estroversa, uomo chiuso e riflessivo. Così vicini, così lontani. Fatti l’uno per l’altra, nonostante tutto. E che squadra, poi, davanti alla porta di Zoff. Altafini e Sivori, Juliano e Panzanato, Canè e Montefusco, Barison e Bianchi. Un gruppo che avrebbe potuto andare oltre il secondo della stagione ’67-68. Si parlava di scudetto, certo, in quegli anni napoletani. Se non arrivò, fu per certi problemi che si vivevano fuori dal campo: le lotte al vertice della società, la frenesia che agitava i dirigenti e inevitabilmente si ripercuoteva sui giocatori.

Zoff a Napoli: 143 presenze tra il 1967 e il 1972

Zoff a Napoli: 143 presenze tra il 1967 e il 1972

Gli anni della Signora

È già una stella, Dino Zoff. E il bello deve ancora arrivare. Anno 1972, il campione ha trent’anni precisi quando si chiude il ciclo di Napoli. Quando arriva il richiamo della Signora del calcio italiano. Lassù, a Torino, la Juventus sta rifondando e rinascendo intorno a un gruppo di giovani che faranno storia. Ci sono Bettega, Causio, Anastasi, Altarini, Capello.C’è posto anche per Zoff. Che chiude in valigia i ricordi migliori e parte per una nuova avventura. Durerà undici stagioni, e forse all’inizio neppure lui l’avrebbe immaginato. Lo inseguiva da tre stagioni, la Juventus.
Era un altro Zoff, così diverso da quel ragazzino scartato al famoso provino del ’58. Era un portiere che dava sicurezza.

Certo, i grandi “numeri uno” del passato forse non lo hanno mai amato del tutto: troppo lontano dal concetto di uomo volante, mai percorso da quella vena di follia che per tradizione portava i portieri alla bravata, al gesto spettacolare. In un mondo di adorabili pazzi, Dino Zoff porta la sua saggezza antica. Niente fuochi d’artificio, tanta concretezza. La prima Juve di Zoff, quella del ’72-73, vince subito lo scudetto. Lui la ricorderà sempre come la più bella, la più spettacolare. «C’erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juve mi è rimasta nel cuore».

Arrivò altro, dopo. Cabrini, Tardelli. E soprattutto gli stranieri. Il primo fu Brady, a ruota arrivarono Platini e Boniek. Gli anni di Trapattoni, per capirci, e di un calcio italiano che riapriva le frontiere e si faceva più scaltro, più scafato. Undici stagioni e almeno due cicli bianconeri. Che finalmente riempirono la bacheca di Zoff di trofei. Sei scudetti, una Coppa Uefa, due volte la Coppa Italia. E una serie di record difficili da battere. Di fedeltà, di longevità.

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Con la Juventus 11 campionati di fila senza saltare un match

Il mondo in mano

Negli anni della Juventus, Dino Zoff diventa il Mito. SuperDino, per tutti. E gli anni bianconeri sono anche i migliori anni azzurri, quelli in cui Zoff diventa inamovibile e insostituibile tra i pali della Nazionale e tutti gli eredi non possono che accomodarsi ad aspettare che il re abdichi. Quattro Mondiali vissuti intensamente: quello della panchina a Messico ’70, quello delle delusioni e dei rimorsi per un’Italia incompiuta nel ’74, in Germania. E poi, i più importanti. Argentina ’78, la condanna e il declino annunciato. Spagna ’82, la rivincita e il trionfo del campione che risorge senza troppi proclami, non con le parole ma con il lavoro duro.

In Argentina, Zoff sale sul banco degli imputati. Il quarto posto dell’Italia è considerato una mezza debacle, attribuita soprattutto a lui, alla sua incertezza nel respingere i tiri da lontano. Zoff, si dice, sta diventando vecchio, ha i riflessi appannati. Lui incassa le critiche, non le approva ma tace. E riparte. Quattro anni dopo, più ancora che quelle della finale contro la Germania, l’immagine del trionfo mondiale degli azzurri è quella della mano di Zoff che al 90° della semifinale tra Italia e Brasile inchioda sulla linea di porta il pallone colpito di testa da Paulo Isidoro, salva il vantaggio azzurro e trascina la squadra in finale.

E il campione che si rialza guarda dritto davanti a sé, e il suo sguardo sembra rivolgersi a quelli che lo avevano condannato prima del tempo in Argentina. Ditelo adesso, c’è scritto in quello sguardo, che sono vecchio e appannato. Un attimo. Perché Dino Zoff non è un uomo in cerca di rivincite. Quello che gli interessa è andare oltre, migliorarsi. Anche a quarant’anni. E a quarant’anni, infatti, diventa campione del mondo.

Il Mito azzurro

Altra immagine. La carezza a Bearzot dopo la vittoria in finale, prima di alzare la coppa al cielo, da capitano. Un sorriso aperto, finalmente, e quella carezza leggera a un uomo della sua stessa terra, come lui e più di lui spesso ingiustamente criticato. Un uomo a cui Dino Zoff sente di dovere molto, dal punto di vista tecnico e soprattutto da quello umano. Dino Zoff chiude la carriera azzurra dopo 112 partite, per lungo tempo record assoluto per un giocatore italiano, sopravvanzato ultimamente solo da Paolo Maldini e Cannavaro. La sua faccia tranquilla e sicura è finita sulle copertine di Time e di Newsweek, le sue mani che alzano la Coppa su un francobollo commemorativo dopo il trionfo mondiale.
Ha giocato con Burgnich e Facchetti, con Castano e Guarneri, ha visto nascere in azzurro Antognoni, Tardelli, Scirea, Graziani, Cabrini, Paolo Rossi e Bergomi. Ha vinto un titolo europeo e un Mondiale, e anche questa impresa in Italia non è riuscita a nessun altro.

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Una nuova carriera

«Non posso parare anche l’età», spiega commosso Zoff il 2 giugno 1983, annunciando il proprio ritiro. Dino accetta di allenare i portieri della Juve, ma dopo due anni si dimette. «È un ruolo senza futuro che mi va stretto», chiarisce, assumendo la guida della nazionale olimpica, che si qualifica imbattuta per i Giochi 1988 di Seul, dove però in panchina si siede Rocca perché Zoff ha scelto di tornare alla Juve, chiamato da Boniperti per sostituire Marchesi. Un quarto e un terzo posto in campionato e la conquista di Coppa Italia e Coppa Uefa, non bastano a Dino per meritarsi la considerazione di Montezemolo, che sogna una squadra-spettacolo e strappa Maifredi al Bologna. «Non mi sono mai aspettato niente da nessuno», commenta gelido Zoff prima di trasferirsi alla Lazio. Quattro stagioni sulla panchina biancoceleste, ingaggiato da Calleri e confermato da Cragnotti, preludono a un nuovo ruolo per Dino, quello di presidente, abbandonato per pochi mesi nel 1997 per rimpiazzare in panchina Zeman e trascinare la Lazio dal dodicesimo al quarto posto.

Due anni più tardi arriva l’offerta per guidare la nazionale dopo la mancata conferma di Cesare Maldini. Potrebbe essere il coronamento di una carriera straordinaria, che Zoff festeggia conquistando la qualificazione per l’Europeo. In Olanda l’ Italia si spinge sino alla finale con la Francia, arriva a un passo dal titolo ma si fa raggiungere sul pareggio al 90′ per poi regalare la vittoria ai francesi, lanciati da un golden-gol di Trezeguet. Una sconfitta onorevole e rocambolesca che non sembra compromettere le quotazioni di SuperDino, sul quale s’ abbattono però poche ore dopo le sorprendenti e feroci critiche di Silvio Berlusconi al quale Zoff replica indignato presentando immediate le dimissioni. La decisione è irrevocabile e qualcuno insinua che Dino abbia preso la palla al balzo per sbarazzarsi di un incarico prestigioso ma scomodo.

Per lui però è di nuovo pronto un ruolo alla Lazio, dove subentra a Eriksson, che ha scelto di fare il c.t. dell’ Inghilterra. Il terzo posto finale gli vale la conferma per la stagione successiva, ma tre pareggi filati in campionato e lo scivolone casalingo contro il Nantes in Champions League gli costano l’ esonero. È il settembre 2001. L’ultima panchina è del campionato 2004-2005 quando condusse la neopromossa Fiorentina ad una sofferta salvezza subentrando a gennaio al posto dell’esonerato Sergio Buso. Da allora esilio dorato per super-Dino, eroe irripetibile di un’altra epoca.

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I ricordi di una carriera

Mondiali 1982
«Chi non ha vissuto suc­cessi sportivi difficilmente può capire cosa si prova in certi momenti. Solo lo sport può darti sensazioni così violente. Fra le mie vittorie nessuna tiene il confronto con il mondiale, anche perché ho rag­giunto quel traguardo in condizioni parti­colari: l’età molto avanzata, la fascia di capitano, una squadra partita così così e arri­vata al titolo in un crescendo entusiasman­te. Per me è stata veramente la consacra­zione di tutta una carriera»

Italia Brasile, la parata sulla linea
«Ebbi paura. Una paura tremenda. Mi rivenne in mente un episodio di dieci anni prima. Giocavamo contro la Romania, fermai una palla buona di almeno venti centime­tri, l’arbitro fischiò il gol e si portò al cen­tro del campo. Così contro il Brasile, men­tre ero a terra, con la palla a un niente dal gol, ho rivisto tutta la scena e ho temuto che si ripetesse»

4 spedizioni mondiali
«Tutte le volte avevamo una squadra forte. La differenza di risultati sta soprattutto nelle condizioni psicologiche con le quali si giunge all’impegno. L’Italia va sempre ai mondiali carica di responsabilità. Se poi strada facendo subentrano ulteriori tensioni, allora la situazione può precipitare»

Mondiali 1974
«Troppe paure, troppe tensioni. E troppi generali, in quella spedizione. E quando dico generali non mi riferisco ai giocatori. I giocatori sono solo soldati»

Mondiali 1978
«Nel calcio, eccettuati uno o due casi su cento, tutti i tiri sono in teoria parabili. Anche quei quattro lo erano. In generale, le critiche che mi piovvero addosso non erano ingiustificate. L’ho sempre detto io stesso che in quel mondiale non ebbi un grande rendimento». Eppure Bearzot non diede ascolto a nessuno e lo confermò per altri quattro anni: «Vuol dire che era uno che ci vedeva bene, nonostante qualcuno non lo stimasse. E infatti poi ha vinto il mondiale…»

Mondiali 1970
«Ci rimasi male, perché due anni prima, nella squadra che vinse il campionato d’Europa, il titolare ero io. Avevo preso il posto proprio di Albertosi. Dopo gli Europei giocai anche le qualificazioni mondiali, ma per la fase finale il Commissario tecnico si affidò al mio collega, anche perché giocava nel Cagliari e in quella nazionale c’era un discreto blocco del Cagliari che aveva appena vinto lo scudetto. Ma queste cose vanno accettate e al di là di tutto credo che Albertosi meritasse piena considerazione»

Napoli
«Il mio era un Napoli potenzialmente straordinario. Peccato vivesse un periodo di crisi societaria. I problemi di ambiente e di organizzazione erano troppi per poter pensare veramente in grande. Nelle mie cinque stagioni è comunque capitato spesso di occupare le posizioni alte della classifica»

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«Sivori è stato mio compagno per due anni. Nel primo giocò, nel secondo si fece male a un ginocchio e smise. Era dunque un Sivori a fine carriera, ma io lo avevo incontrato da avversario quando era nel fiore. Nel ’64, quando ero a Mantova, mi è anche capitato di “sderenarlo” in uno scontro di gioco. Gli fratturai due costole. Omar era comunque un grande. Potrebbe giocare anche oggi, perché i fuoriclasse vanno bene in tutte le epoche»

Juventus
«In undici anni ho vissuto tre Juve diverse. La prima, con Bettega, Capello, Anastasi e grandi giocolieri come Haller e Causio. Poi, con l’arrivò di Benetti e Boninsegna, iniziò la Juve di mezzo, incredibilmente solida. Non era una squadra, era un carrarmato, un tank, un rullo compressore. Poi l’ultima Juve, quella di Platini e Boniek e tutto il gruppo dei nazionali di Spagna. Quella è stata la più grande, peccato non sia stata consacrata dalla Coppa dei Campioni. Alla finale eravamo giunti in modo trionfale»

Inghilterra Italia 0-1, 1973
«Di belle prestazioni me ne ricordo tante e non ho mai fatto classifiche di merito. Ma certo quella volta a Wembley giocai particolarmente bene. Una notte memorabile. Per capire, bisogna ricordare cosa significasse a quei tempi battere gli inglesi. Ci riuscivano in pochi, non era mica come adesso»

Consigli
«Bisogna rimanere coi piedi per terra, specialmente oggi che si arriva ad alti livelli attraverso una vita meno dura. I giovani oggi hanno più personalità, ma meno abitudine a soffrire. Ecco perché alcuni si perdono per strada, mentre una volta chi riusciva ad entrare nell’ambito del calcio maggiore otto volte su dieci proseguiva. Quanto ai miei inizi, furono abbastanza stentati. A Udine ero un prodotto del vivaio e non mi fu facile affermarmi. A diciannove anni esordii in A beccando cinque gol dalla Fiorentina, pensate un po’ che bell’auspicio. Feci ancora un anno con l’Udinese, poi andai a Mantova. Perché mi lasciarono partire? Non ero ancora maturo»