Antonio Ghirelli: il calcio, romanzo popolare

La sua bellezza sta in un misto di imprevedibilità assoluta e di assoluta razionalità

di Antonio Ghirelli

ghirelli-calcio1Sono sempre stato innamorato del football, anche (e forse soprattutto) quando rappresentava l’oggetto del mio lavoro professionale, ma adesso comincio a chiedermi se non si stia producendo anche nel suo ambiente, almeno in Italia, quella «mutazione genetica» di cui parlava Pasolini a proposito della gioventù proletaria. Da ragazzo, ed ero un ragazzo molto povero, il campionato di calcio era per me un mito. Non potevo andare allo stadio Ascarelli, dove giocava allora, a metà degli anni Trenta, il Napoli che era la squadra della mia città e del mio cuore, ma proprio questo esilio contribuiva ad alimentare il mito insieme con la lettura del giornali sportivi, il «Littoriale» in prima fila, e con le travolgenti radiocronache di Nicolò Carosio.

Con i miei compagni di scuola, giocavamo a football nella palestra dell’Umberto I, per la strada, nel viali della villa Comunale, dovunque potessimo ritrovarci insieme ad inseguire una palla di gomma, di carta o di stracci. Con il pallone di cuoio non ho mai giocato, e sempre per ragioni economiche, in ogni caso, come tutte le «schiappe», ero piazzato costantemente in porta, con i pali immaginari che erano segnati dalle cartelle di scuola, da due pietre o dagli alberi della villa. Oltre che tentare di evitare i gol avversari, avevo anche il compito di fare la guardia: paradossalmente, il gioco era proibito e al profilarsi dei vigili urbani, mi spettava il compito di lanciare l’urlo di avvertimento . La parola d’ordine era seguita da una nostra fuga generale in direzione della riviera di Ghiaia, al di là del galoppatoio che circondava la villa Comunale. L’uomo del municipio abbozzava inseguimento per onore di firma, salvo desistere dopo pochi passi; ma, nove volte su dieci, ci rimettevamo la palla, comprata in cooperativa.

Più tardi, in coincidenza con i primi anni di professione, riuscii a farmi affidare la cronaca domenicale ed ottenni la prima tessera stampa. Ricordo che il mio esordio per conto della «Voce» di Napoli nel 1946, quando già mi ero trasferito al Nord, coincise con una straordinaria partita tra le nazionali d’Italia e d’Ungheria, che fu giocata a Torino e che gli azzurri vinsero in «zona Cesarini» con un gol di Loik. Quel giorno non avrei mai immaginato che, dieci anni dopo, per una serie di complicate circostanze, sarei diventato giornalista sportivo a tempo pieno e avrei smesso soltanto a distanza di diciotto anni, dopo aver diretto un settimanale («Il Calcio e il Ciclismo Illustrato») e due quotidiani specializzati («Tuttosport» e «Il Corriere dello Sport»).

In quei diciotto anni ebbi modo anche di scrivere per i «saggi» di Einaudi una Storia del calcio in Italia che fu il primo tentativo di ricostruire le vicende del gioco più popolare sullo sfondo di quelle sociopolitiche del Paese; in sostanza la prima analisi in chiave marxista della funzione che il sistema capitalistico prima e il regime fascista poi, hanno assegnato allo sport. Questo per dire che la passione per il gioco non mi ha mai distolto da una riflessione approfondita e consapevole sugli interessi economici e sulla strumentalizzazione politica delle classi dominanti rispetto ad un fenomeno cosi caratteristico della civiltà industriale.

Ma poiché non sono mai stato un marxista dogmatico (cosi come non lo fu mai lo stesso Marx), l’approfondimento e la consapevolezza del meccanismi di sfruttamento di quella che oggi si chiama «la società-spettacolo» non mi hanno mai distolto dalla passione perii gioco. La sua bellezza sta in un misto di imprevedibilità assoluta e di assoluta razionalità. La partita rassomiglia non ad un racconto ma ad un romanzo di fine Ottocento perché l’azione, la forma, la psicologia di ogni singolo giocatore si intreccia con quelli dei suol compagni di squadra e dei suoi antagonisti, e come se non bastasse arbitro e guardialinee interferiscono nella storia, complicandola, deviandola, risolvendola. Senza contare il pubblico, il clima, la stampa, che costituiscono altri elementi essenziali per determinare il corso degli avvenimenti.

Si tratta, insomma, di un grande e sorprendente «happening» che si svolge sotto i tuoi occhi, ti coinvolge, ti delude, ti esalta; e come tale io l’ho sempre raccontato, poco badando ai fattori tecnici, pochissimo a quelli tattici, sforzandomi invece di cogliere quel tanto di vita che c’è in ogni incontro nel suo farsi. Il romanzo l’ho sempre vissuto, e reso, con l’abbandono che si raccomanda in ogni caso allo spettatore ingenuo e, naturalmente, con la vigilanza critica che si impone ad ogni testimone avvertito, tenendo conto degli interessi pratici, degli affari, delle possibili magagne, ma anche dei sentimenti e delle tradizioni, del risvolti umani, dei precedenti. E delle reazioni popolari.

Tutto ciò sta cambiando? Me lo sto chiedendo da un pezzo, forse dal giorno in cui i primi episodi di dura violenza si sono manifestati (in Inghilterra prima che altrove), forse dal giorno in cui in Italia si è scoperto l’infame trucco delle scommesse alterate, forse dal giorno in cui il maledetto tatticismo ha finito per inquinare la fantasia e l’impegno di giocatori, allenatori e dirigenti, imponendo la legge del risultato come la sola idonea a garantire quattrini, successo, popolarità. Mi sto chiedendo se per caso la «mutazione genetica» del neocapitalismo, della società cosiddetta «postindustriale», non stia avvelenando anche il gioco più bello del mondo. Qualcuno, in Inghilterra, ha detto nientemeno che nel prossimo secolo sui verdi campi dell’isola si perderà persino il ricordo del «game» e questa francamente mi è sembrata una bestemmia, il pericolo di una decadenza, però, esiste. Sta a tutti noi, innamorarsi del gioco, scongiurando) battendoci con le unghie e coi denti per esorcizzare tutti i mostri che ne insidiano la vitalità: il denaro, la violenza, lo sciovinismo, di nazione e di regime, il tatticismo ottuso.