Le perle dell’Arciposta di Brera

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Dalle colonne del Guerin Sportivo, ecco una selezione delle migliori domande/risposta che ci restituiscono uno splendido spaccato dell’Italia pallonara della seconda metà degli anni 70

DUINA VS RIVERA

Caro Brera, hai detto che «el scior Vittóri» Duina va bene per il Milan, però mi pare che abbia incominciato molto male, rendendo noto proprio alla vigilia di Bruges-Milan l’intenzione di far fuori il tuo amico Nereo Rocco. Va bene che poi ha smentito, ma è chiaro che l’ineffa­bile Renato Tammaro parlava a suo nome. Non è così? Se puoi dirmene qualcosa, grazie, se no, prego; e cordiali saluti.

Caro Boffelli, ho considerato la conquista di Duina da parte di Rivera (spalleggiato dal chi­rurgo Pizzagalli) l’unico vero en plein nella sua carriera dirigenziale. Duina è un industriale-com­merciante di grande abilità e di cultura anche no­tevole; non è il bruto-dinamico di tante storiel­le lombarde: è uno che ha fatto regolari studi di economia e di quelli si è servito per costruire la propria fortuna. Oggi è alla testa di una hol­ding internazionale grazie a cui può dirmi tran­quillamente di valere 50 miliardi. Ama la caccia, tanto al beccaccino quanto all’elefante (la caccia grossa – egli dice- dà emozioni e gioie inef­fabili). Non andava a San Siro da trenta-quarant’anni: ha accettato di andarci per il Bologna e non si è molto esaltato. Conta di trasformare il Milan in una polisportiva sul cliché dei grandi clubs inglesi costituitisi in colonia o… paesi equipollenti (come l’Argentina e l’Uruguay). Per questo si è affidato a Renato Tammaro, appas­sionato e fattivo dirigente della Riccardi.
Renato ha seguito la squadra a Bruges e ha parlato da ingenuo come c’era da aspettarsi da parte di uno della parrocchia atletica. I giorna­listi di calcio non chiedevano di meglio che far casino e l’hanno fatto. Il Milan ha perso a Bru­ges e qualcuno darà la colpa a lui e a Duina, che certamente ha intenzione di far fuori Rocco. Mi ha detto infatti (e io non l’ho scritto) che la posizione del mio amico in seno al consiglio del Milan è anomala: s’è mai sentito di un consigliere stipendiato come un tecnico e di un tecnico nominatosi consigliere? Ancora: non basta il valido Trapattoni ad allenare e dirigere la squadra? Non basterebbe Rivera, se non do­vesse occuparsi d’altro che non sia il calcio? In­fatti, Duina, ha accettato di soccorrere Rivera (che non ha il becco d’un quattrino) a patto che lui diventi capo del «Tempo Libero» nelle aziende Duina, e soprattutto che lavori a vendere i posti-barca del porticciolo turistico di Sanremo, costruito dal Duina con la modica somma di venti miliardi.
Lo stipendio di Rivera non viene più pagato dal Milan, bensì da Duina, e non supera i trenta milioni annui. Questo significa che Duina non ha nessuna intenzione di lasciar pagare dal Milan un giocatore-dirigente valutato come il Rivera dei bei tempi andati. Tutto mi sembra molto chiaro e pratico, secondo la natura di Duina. Tolto di mezzo il giocatore-dirigente Rivera (che Rocco si è affrettato a rivolere in squadra), neanche i suoi tecnici personali avrebbero più ragion d’ essere. Può darsi che mi sbagli ma, tutto som­mato, me par minga. Ciao, Boffell: e viva sem­pre il Milan.

MAZZONE E LA FIORENTINA

Egregio Brera, ti pongo due domande dopo aver letto sul Guerino che la tua previsione per lo scudetto dice Fiorenti­na. Io sono un vecchio tifoso viola ed un pronostico del genere fatto da te non può non stuzzicarmi certe illusioni. Però, scusami: io non vedo come possa fare la Fiorentina ad arrivare allo scudetto, sen­za un uomo gol del calibro di Savoldi, Anastasi o Boninsegna. Come possa fare senza una valida riserva ad un uomo co­me Merlo tecnicamente validissimo, ma troppo spesso bloccato da malanni o squalifiche. E per di più, come possa far­lo con la stessa identica difesa che lo scorso anno subì le reti più assurde e in­genue. Forse i Bresciani, i Casarsa o i Desolati potranno competere in futuro con i vari Bettega, Anastasi, Gori, Capel­lo, Zoff, ecc. Ma adesso?
E infine, riuscirà davvero Mazzone a domare i giovani leoni viola e a farli dan­zare come vuole lui? Vede dottor Brera, noi fiorentini diciamo che il viola è una fede, ma lei quali argomenti ha conside­rato per fare il suo pronostico?
Per finire, due domande lampo: perché in Italia gli idoli calcistici trovano sempre masse enormi di imitatori (ricorda dopo Sivori, quanti giocatori andavano in campo con i calzettoni alla cagarella?), ma nessuno della nuova ondata ha pro­vato ad imitare (dico solo provato) Gigi Riva? Tante volte l’espressione «rombo di tuono», oppure «bomber» è volata di giornale in giornale, di bocca in bocca. Eppure il nostro Riva è rimasto una fuga­ce meteora in un firmamento di signori­ne, di abatini, di paurosi attaccanti. Forse non esistono in Italia ventenni altrettanto atletici, coraggiosi e potenti co­me lo è stato Riva?
Ti ringrazio, caro Brera, e ti pongo i miei più cordiali saluti.

Anche Mazzone ha detto che gli manca il Boninsegna: ma certo si riferiva al pro­totipo, non al tigre di marmo che tutti co­nosciamo oggi. Quanto a Savoldi e Ana­stasi, mi consenta di dire che la Fioren­tina ha qualcosa di meglio! Ha mai sen­tito parlare di un certo Bresciani? Gio­cava nel Foggia; faceva la punta pura, ora al centro ora all’estrema, e segnava fior di gol nonostante non avesse una ve­ra e propria squadra a lavorare per lui. C’è poi Casarsa, che considero uno dei giovinotti più interessanti del vivaio, e an­cora Antognoni, che la naturale prudenza deve aver consigliato a giocare indietro, ma senza dubbio ha i mezzi del grande centravanti in potenza, non escluso nep­pure lo scatto.
Ora mi ascolti bene: può darsi che io mi faccia banali illusioni, sempre possibi­li nel calcio: ma un, trio di attacco fon­dato su Casarsa, Antognoni e Bresciani mi sembra unico nel nostro campionato. E dietro a quello (con Antognoni flottan­te alla Hidegkuti), giostrerebbero uomi­ni come Caso, Merlo e Guerini. Quanto alla difesa, ritrovando Roggi e Galdiolo sarà fra le più forti e ringhiose d’Italia: o che la vole di più, sor Guido?
Io mi sono espresso d’acchito per la Fiorentina obbedendo alla simpatia. Nel­l’imminenza del campionato procederò al solito pronostico cartomantico: e vedre­mo se la simpatia troverà conforto nei responsi delle carte (o schede).
Le calze a cacaiola non le ha inventate Sivori: erano una prerogativa dei dribbloni sudamericani: il primo a lasciarle ca­dere, se non erro, è stato Puricelli, uruguagio del Bologna. La sua domanda mi sembra impreziosita dall’ironia, per ob­bedire alla quale lei non si perita di con­fondere fra moda formale e doti agoni­stiche. Per quanto lei faccia cadere le calze, mai riuscirà a imitare il genio di Sivori: e per quanto si butti a corna bas­se in avanti, mai troverà il tempo e la po­tenza di Rombo di tuono. Il quale, pove­retto, non è stato affatto una fugace me­teora, se è vero che ha spopolato dal 1966 al ’70, e poi ancora dopo il Messico; e an­cora (sembra, mi auguro!) dopo Stoc­carda.

MILANO UBER ALLES

Egregio Signor Brera, le ho già scritto altre volte e le mie lettere si equivalevano tutte: qualche domanda di calcio e poi gli elogi che le rinnovo anche in questa occasione.
La mia lettera, tuttavia, è di protesta nei suoi confronti e spero che lei riesca ugualmente a trovare il tempo per rispon­dermi. In una sua risposta ad un lettore, lei ha scritto che «… Milano è una buona e cara città, abitata da gente attiva e so­stanzialmente onesta. Mi preme segnalarle – scrive ancora lei – che né Buticchi, né Rivera sono milanesi».
Penso che ogni lettore del Guerino sap­pia che lei è uno sciovinista convinto dei colori lombardi, che elegge Riva a mi­glior giocatore italiano anche perché è nato nella sua regione. Però ora lei esa­gera: affermare che la metropoli milanese sia buona e cara ed abitata da gente con propositi francescani, è sinceramente trop­po. Io non sono di origine lombarda (for­se l’avrà capito), ma mi sono trapiantato definitivamente a Milano e quindi posso affermare che non esiste, almeno in Italia, città più soffocante. Una città – sia ben chiaro – a cui ormai sono af­fezionato, ma che è sempre sulle pagine dei giornali per quotidiani fatti di san­gue e rapine, compiute da persone che lei definisce «amabili».
Adesso non mi dica che la stragrande maggioranza dei delinquenti milanesi non sono… milanesi. Il contadino semina e se non trova il terreno adatto non racco­glierà poi la frutta. Evidentemente Mila­no è la… fruttivendola della delinquenza.
Perché le ho scritto? Perché sono spez­zino come Buticchi, nato cioè in una città che non si erge a culla della super-razza-italiota, ma che è nobile ed altezzosa nella sua modestia.
E non si preoccupi, tutto il mondo è paese: Caino ed Abele nascono da sempre in ogni parte del mondo, anche in Lom­bardia… ed anche a La Spezia.
Grazie e distinti saluti al più grande giornalista sportivo.

Dio La perdoni, amico mio, perché Lei non sa quel che si dice. Come ha potuto affezionarsi a Milano e nello stesso tem­po considerarla soffocante? Certo, non è una città d’arte: ma sul piano urbanistico è una delle pochissime città italiane de­gne di venir considerate europee; e non è neppur vero che non sia bella: in effetti è l’unica città al mondo che abbia te­stimonianze sicure dell’evoluzione architettonica dai tempi classici ai nostri giorni.
Quanto alle statistiche sulla delinquen­za, mi consenta di dirLe che legge male i giornali. I delinquenti sono come gli stor­nelli: si affrettano e si radunano là dove è più facile beccare l’uva. Garantito che l’80 per cento dei delitti perpetrati a Mi­lano non sono dovuti a milanesi e ancor meno a lombardi. Che Milano fosse av­viata a diventare la Chicago degli Anni Venti avevano capito i sociologi fin dal­l’inizio della pace (disemm insci). E Dio sa quanto se ne dolgano i veri milanesi.
Davvero ella pensa che io sia stato en­tusiasta di Riva solo perché lombardo come me? Questa è madornale. Proprio io – e non io solo, per fortuna – ho sulla coscienza di non aver capito Riva in occasione di un Francia-Italia giocato nel­l’imminenza dei mondiali 1966. Purtroppo, non lo capì nemmeno Fabbri e fece la rovina propria e della nazionale italiana, che andò in Inghilterra con uno stuolo di brocchetti e neppure un attaccante dotato di un po’ di coraggio.

BONIPERTI, MAZZOLA, RIVERA

Gentile Signor Brera, premetto che non amo molto scrivere a qualcuno senza co­noscerlo e soprattutto per cose come quel­la che vorrei sottoporre al suo giudizio, che reputo tra i migliori ed equi.
Siamo un gruppo di amici e tra tre di noi è venuta fuori una scommessa alquan­to forte riguardo tre calciatori: Boniperti, Mazzola, Rivera.
Ora due sostengono che Boniperti fu un grande calciatore e trascinatore con molta classe, mentre l’altro sostiene che Mazzola e Rivera sono due grandi trasci­natori, uomini squadra, fuoriclasse con grande visione di gioco. Ora ognuno am­mette la grandezza di ciascun giocatore, ma da una parte si vuole ritenere più grande Boniperti e dall’altra Mazzola e Rivera. Secondo lei chi si avvicina di più alla verità? In parole povere chi ha ra­gione? Le dico in confidenza che la som­ma in palio e alquanto alta, i franchi cam­biati in lire sono circa due bigliettoni da centomila, per cui il suo giudizio sarà in­sindacabile.
Nella speranza d’una sua risposta, in­sieme ai miei amici la saluto cordialmente e la ringraziamo di cuore.

Immagino che il vostro Mazzola sia Alessandro e non Valentino: si trattasse di Mazzola senior, non esiterei un istan­te a scegliere lui: ma questo probabilmen­te avreste fatto anche voi, senza proce­dere a scommesse di sorta. Bene, vediamo ora di sintetizzare l’arte, i pregi, i difetti dei tre che vi hanno portato al dissidio.
Struttura atletica migliore in Boniperti, alto sul metro e settanta, robusto, pro­porzionato, dotato di scatto e di tiro assai forte, massime al volo con il destro. Atti­tudine al comando dovuta alla nascita (agricoltore sul suo; studi per tutti i fra­telli, e per i genitori, prima). Difetti: ec­cessiva astuzia nei calcoli: rari slanci di generosità. Pregi: tocco di palla superio­re, bel dribbling, forte e bel tiro anche al volo; intelligenza pratica; ottima visione di gioco; equilibrio interiore; educazione buona sotto ogni aspetto.
Rivera: istintiva eleganza dovuta alla coordinazione. Tocco di palla delizioso. Tiro non potente (forza più velocità egua­le a potenza) ma indubbiamente forte, di destro. Dribbling istintivo, talora attuato contemporaneamente all’arresto della pal­la con accompagno in avanti. Visione di gioco superiore. Egotismo plateale nel trattener palla e danzarvi intorno. Senso goleadoristico inferiore a quello di Boniperti e dello stesso Mazzola. Senso acro­batico quasi nullo. Personalità di grande spicco. Scarsa cultura rispetto alle ambi­zioni economiche e sociali.
Mazzola: nasce come prodotto sintetico del calcio milanese, che lo vuole degno del padre morto a Superga. Meazza lo chiama Cretinetti e lo insulta quando esa­gera nel tener palla mentre i compagni sono già piazzati in attesa del lancio o del passaggio. Ossuto al punto da denuncia­re momenti di rachitismo (come Rivera, che è un, brevilineo di statura abbastan­za alta). Fronte quasi olimpica, testimo­ne di notevoli sconquassi ereditari. Cosce ipertrofiche rispetto alla struttura alquan­to esile. Da queste cosce, immagino, gli viene una facoltà di scatto che gli altri due non posseggono, e ancora la partico­larità di tender la gamba al tiro mentre il piegamento del ginocchio induce gli av­versari ad attendersi un altro passo di corsa. Destro secco e improvviso. Tiro forte con i due piedi. (Egotismo quasi in­fantile, per cui passa la palla solo quan­do è marcia, non curandosi affatto di dosarla come garberebbe a chi la riceve. Povero senso registico, nonostante le am­bizioni. Notevole paura nelle entrate acro­batiche (idem per Rivera; un po’ meno paura aveva Boniperti, che pure non era un eroe). Viene lanciato nell’Inter e vi figura bene per il costante sacrificio di Milani, il suo panzer di approccio. Intel­ligenza discreta come la cultura.
Detto questo, confermo di aver sempre considerato Rivera e Mazzola due grandi mezzi giocatori; e Boniperti grande in as­soluto. Spero mi crediate. Vi saluto cor­dialmente.

VOI, DOTTI MEDICI E SAPIENTI

Egregio Brera, scenda un poco dai suoi gradini di sapiente e parli con uno che sta tutto il giorno su una gru. Lo faccia semplicemente, senza quei paro­loni che fanno dire sempre sì ma che al sodo poi non si capisce niente. Vorrei sapere da lei perché non ha mai potuto sopportare Rivera come giocato­re, non come uomo perché l’ha già detto mille volte (lo rispetta).
2) Lei sul Milan dice che è povero, che vince po­co (in Italia). Per favore mi spieghi i motivi, visto che lei sa tutto.
3) Voi giornalisti avete la libertà di stampa, ve­ro? Allora perché vi limitate a dire solo cose di vostro comodo e non la verità fino in fondo, magari su partite con arbitraggi scandalosi?
4) Voi giornalisti avete contribuito a far eleg­gere come CU. una persona che di calcio ne capisce poco o niente: cosa vuol dire «convocare per valo­rizzare»? Spero che l’aver vinto con la Finlandia e con l’Olanda non significhi aver già bella e pron­ta la squadra dei Mondiali. Lei la pensa in questa maniera? Se sì, sarebbe un’illusione perché dalle sue critiche mi pareva avere altre idee.
Forse, Brera, lei riderà e mi compiangerà, ma non importa. Io le ho scritto in parole povere quello che penso del calcio italiano e di lei come giorna­lista. Sinceramente ho smesso di andare allo stadio non per la violenza (tutto il mondo è paese) ma per lo schifo di certe cose che il pubblico non vede e perciò sopporta. Io leggo sempre le sue lettere e mi chiedo se i nomignoli che le affibbiano non siano delle prese in giro. Se così fosse, io mi permetterei di chiamarla Archimede visto che lei pare aver in­ventato il linguaggio calcistico italiano.
Non mi sembra di aver offeso nessuno in questa lettera: se così fosse, mi scusi. La cabina di una gru non è la palestra ideale per scrivere lettere a Gianni Brera.

Sa che faccio? Invece di scendere dai miei gra­dini invito lei a saltare dalla sua gru. Se stando così in alto si diventa tanto spregiosi del prossimo, che gliene frega a lei di conoscere le mie opinioni? Mi domanda di Rivera calciatore: ne scrivo da di­ciassette anni: se non ha ancora capito i motivi per ì quali ho criticato più che lodato, non m’illudo che li afferri adesso.
Se scopre che i giornalisti di­cono solo quello che gli fa comodo, perché ne legge i servizi? Se ha notato che non dicono la verità, perché non la grida lei dall’alto della sua gru?
Mi sono caricato d’insulti e di malevolenza per avere sempre cercato di rendere al meglio quella che ai miei occhi era la realtà obiettiva: ecco adesso che uno con tutti i miei quarti di plebeità mi piglia per il bavero accusandomi di usare paroloni per lui incomprensibili.
Questa della comprensibilità è una vecchia storia di comodo: a chi mi dice: cosa si­gnifica questo, cosa quest’altro?, Io bonariamente rispondo: niente, significa: ho molto rispetto per i poveri, tra i quali sono nato, ma non rispetto i po­veri che s’indignano per la propria ignoranza: quel­li sono degli imbecilli, e tanto più ignoranti quanto più deplorano la cultura degli altri. Io scrivo piano a costo di apparire goffo e sciatto più che non mi piaccia.
Ho preso la cazzuola in un cantiere estre­mamente povero di attrezzi funzionali e me li sono fatti e inventati via via che procedevo nel lavoro.
Questo è ammesso da chiunque sappia leggere. Lei mi chiama Archimede. Bene: anch’io chiedo un punto di appoggio per salire fino alla sua gru e…qui mi fermo, del tutto incredulo che uno capace di manovrare quel portentoso braccio di Lucifero rie­sca a scrivere anche lettere cosi coglione. Nonché librato nel cielo, lei deve svolgere i suoi mediocri uffici in un magazzino semi-interrato. Infatti, non ha nemmeno coscienza del tono, fra l’altezzoso e il finto-spartachiano, assunto nello scrivere questi in­sulti.
Stia bene in ogni caso. E grazie di aver contri­buito, in certo modo, alla mia prima colazione. Ho ingerito tanto veleno che se adesso mi morde una vipera rimane lì secca. Altro che manovratori di metaforiche gru!

ALLENATORI CHE VANNO, ALLENATORI CHE VENGONO

Amico mio, sei un simpatico rompiballe, ma è indubbio che di calcio ne conosci più tu di tutti gli altri giornalisti messi assieme. Parliamo allora di allenatori (mestiere ingrato!). Dunque, Suarez se ne va e arriva Giagnoni: pensi che sia un cambio giusto? Pensi che l’allenatore col colbacco e Gigi Ri­va possano coesistere?
Secondo: Maestrelli è tornato in panchina. Sono contento per lui, mi dispiace per Corsini che ha pa­gato per colpe non sue. Pensi, comunque, che Tom­maso sia in grado di dare la carica ad una squadra in lotta per non retrocedere? Ci vuole grinta, corag­gio, bisogna sapere imporsi all’anarchia di una squa­dra che continua a perdere. Sotto questo aspetto, forse Corsini era più idoneo di Maestrelli, ancora in via di convalescenza.
Infine Fabbri: l’ex-commissario azzurro della Co­rea è arrivato a Terni e la squadra ha ripreso a vin­cere. Cos’è, un miracolo?

Gli accoppiamenti calcistici sono sempre casua­li: congiurano gli astri, si usa dire, ed è anche vero: ma tutto dipende dalla nostra insufficienza intellet­tiva, razionale, a posteriori si può notare che Corsini veniva da squadre di rango mediocre, avvezze a umili cabotaggi nelle zone basse della classifica, e che la Lazio doveva ancora perdere la lustra e l’il­lusione della squadra dominatrice d’un anno. Cor­sini non poteva onestamente sapere del livello d’antan e commisurarlo a quello attuale. Si confida che possa Maestrelli, al quale va anche il nostro fra­terno augurio di patiti.
In Sardegna saltabeccano irresoluti dopo per aver perso troppe occasioni di adeguarsi alla cangiante realtà economica del Paese e dell’isola in particolare. Si fossero accorti in tempo di non poter sempre met­tere insieme i soldini per la Rolls Royce, si sareb­bero risparmiata l’umiliazione di dover abdicare oggi in maniera così triste e tristanzuola. Sissignore c’è anche un po’ di malevolenza, perché la parte assunta dai dirigenti nei confronti di Suarez conferma un co­stume deteriore anche tra i sardi, che pure si procla­mano diversi. Quanto a Giagnoni, si è piegato al sen­timento: molti connazionali sardi (è la parola) gli hanno telegrafato di accorrere a salvare la patria pe­data: vi si è deciso quando non ha più potuto esi­mersi, e anche — si dice — quando Arrica ha messo su carta un regolare contratto, stilato sulla base di 80 milioni in caso di salvezza. Fabbri è rientrato in lizza e questo mi rallegra: è intelligente: un bagno di umiltà non può che rin­saldarne le doti psicologiche, che erano carenti a di­spetto dell’intelligenza vivida. Parlo di psicologia e non di carattere: forse è un errore: certo è che verso Fabbri abbiamo un po’ tutti un complesso di colpa: anche noi l’abbiamo aiutato a sbagliare, nel 1966, magari inciprignendone i risentimenti uterini contro l’Inter di Herrera e di Moratti, che aveva avuto il torto di dirottarlo al Verona.
Mi accorgo adesso delle prime parole, che gene­ralmente salto per arrivare al sodo: un rompiballe simpatico non è mai stato al mondo: ergo, tu mi dai del rompiballe per farti perdonare l’offesa che mi fai definendomi simpatico.
Bene: la mia opinione in proposito è questa: più uno è simpatico e meno vale. Perché se uno sa fare bene il proprio lavoro non ha affatto bisogno di in­graziarsi il prossimo con le moine dell’attore.

PULICI COME RIVA?

Illustre Arcimatto, come mai hai scritto sul «Giorno» di lunedì 24 (dopo Italia-Olanda) che Pulici fa parte dei «punteros» mediobrocchi e per giunta paurosi? Io non credevo ai miei occhi leggen­do quel tuo commento. Ma se sei stato proprio tu a chiamarlo «Puliciclone brianteo». Di lui dicevi che non esisteva centravanti più degno di rivestire la maglia azzurra (era ancora Riva il numero 11) quan­do esordi in Nazionale contro il Lussemburgo; scri­vevi che Puliciclone non conosce gli indugi, le esi­tazioni, le incertezze. Dopo Italia-Polonia che era una vera punta «talmente dotata di coraggio e di tiro….». Dopo Polonia-Italia, «che aveva avuto at­teggiamenti abbastanza decisi». Infine, nell’interval­lo di Italia-Polonia, al microfono di Ciotti hai detto che «se lanciato, rifarebbe Riva». Allora non è un mediobrocco pauroso?
Spiegami anche in che senso la qualità del calcio praticato oggi in Italia è senz’altro superiore a quello di una volta. Grazie e complimenti per il tuo ultimo libro.

Caro amico, la conoscenza perfetta d’un calcia­tore non è acquisibile se non dopo anni. Nei pri­mi giudizi su Pulici obbedivo alla speranza di ve­dere, un pais sostituire «Rombo di Tuono» Riva: ho poi notato che aveva ritmi assolutamente supe­riori alla tecnica di cui era in possesso: fra questi e quella esisteva una specie di discrepanza disdi­cevole: e ho insistito perché frenasse i suoi slanci a vantaggio del controllo e della battuta. Come tan­ti tecnici passati da Torino, anch’io ho sperato che Pulici esplodesse. Gli ho visto fare gol memorabi­li, addirittura degni di Pelè, e figuracce sesquipe­dali, tipiche di un cavallo falso e perciò non molto apprezzabile. Ho anche notato, alla lunga, che Pu­lici segna sempre in casa, e che fuori, misteriosa­mente, è sempre lanciato a ritmo irrefrenabile do­ve non può giungere la palla. E allora, una doman­da: intuisce prima, sbagliando quasi meritoriamen­te, o sbaglia subito, inducendo all’errore anche il compagno play maker? Finora questo dilemma ri­mane irrisolto ai miei occhi.
Ho giocato negli Anni Trenta ed ho seguito il calcio dal primo dopoguerra: basterebbe la con­statazione che i terreni sono migliorati quasi a li­vello europeo per dedurne che anche la tecnica di gioco è andata migliorando in proporzione. Negli Anni Trenta, i campi davvero erbosi non erano più di mezza dozzina in tutta Italia: la stessa Ca­gliari nel dopoguerra aveva un cortile da caserma fra le derelitte tribune dell’Amsicora: quando, miracolosamente, il terreno è stato coltivato ad arte, l’erba compatta ha consentito l’esplosione di una Squadra che per tre-quattro anni è stata la più splendida d’Italia.
Grazie dei complimenti per il libro di pedate: me lo sono tolto di dosso come un sudario (non è retorica né melodramma: dire scafandro sarebbe stato poco). Adesso basta. Ne rinnoverò l’ultimo capitolo di anno in anno, fino alla morte: lo cor­reggerò anche, questo librone, se mi aiuteranno i lettori a eliminare le zeppe: ve ne sono sicuramen­te molte. Aspetto trepidante.

BRERA E LA RAZZA PADANA

Caro Brera, Tu hai molte volte parlato e spesso sparlato di numerose persone, esponendo così il tuo giudizio su gente più o meno famosa nel campo sportivo. Ora io vorrei proporti una cosa a mio giudizio abbastanza interessante. Perché una vol­ta almeno, non scrivi qualcosa su Gian­ni Brera come uomo e come giornalista sportivo?
Io pur ammirandoti come competente della «pedata» non ti stimo altrettanto come uomo: gli altisonanti discorsi, in­fatti, sulle capacità del tutto illimitate della tua razza lombarda possono far gon­fiare come pavoni te e i tuoi vicini Mila­nesi, vanitosi per natura, ma certamente ti rendono antipatico di fronte agli altri Italiani. Non ti rimane forse antipatico Malaparte e il suo libro su noi Toscani?

Caro sor Musini, a questo mondo non si finisce mai di strabiliare. Nella mia pia illusione di scriba, pensavo di non meritarmi la sua disistima proprio perché esprimo giudizi su questo e quello. Il mio mestiere, a pensarci, non esige al­tro: e tanto più sarà stimabile un criti­co, quanto più schiette saranno le sue opinioni ed i suoi giudizi. Ella vuole che io scriva di me uomo e giornalista spor­tivo. L’ho sempre fatto, se mai mi ha let­to. Per lunghi anni ho tenuto un diario di sport su questo giornale (la «bocca del leone» e «L’Arcimatto»). Mi sembra banale ripetermi. Ho premesso un capi­tolo autobiografico al mio ultimo libro («Incontri e Invettive»). Ho detto di me che misteriosamente ho creduto di essere vocato allo scrivere quando ancora non sapevo pensare se non in dialetto bassaiolo. Per contro, non ho mai lontanamente pensato di far il pittore, nonostante disegnassi abbastanza bene per istinto. Il fatto è che se avessi chiesto a mio padre di frequentare Belle Arti, quello mi avrebbe preso subito a calci. Eravamo molto poveri e l’ango­scia del domani conferiva efficacia esi­stenziale ad ogni minimo gesto.
Ragazzo, ho giocato a calcio fino a deli­rarne. L’ho giocato anche bene fino a quando è valsa la mia precocità di so­pravvivenza ligure. A sedici anni ero già un valido frequentatore di osterie dove si trincava parlando di letteratura. Della rappresentativa milanese boys di cui ho fatto parte, nessuno ha attinto vertici pe­datori appena considerevoli. Eravamo se­lezionati male: i traccagni bravi a quindi­ci anni sono da scartare subito o da aspettare senza farne gran conto. L’esile Campatelli era grande solo stilisticamen­te a quindici anni; essendo di struttura nordica, è maturato a diciott’anni, en­trando difilato in nazionale.
A diciott’anni io ero un traccagno già avviato all’obesità. Per non vogare sul pontone, ho accettato di fare boxe ma, brevilineo fino al disgusto, non potevo avere un avvenire. In seguito ho fatto il paracadutista ed ho iniziato la carriera giornalistica secondo criteri meno dilet­tantistici e velleitari di quelli cui m’infor­mavo a diciassette anni. La pace m’ha visto incerto fra la vocazione sociale e la voglia di rifarmi della fame e della sete degli avi. Ha prevalso la voglia banale e ho accettato un posto in un quotidiano sportivo. Non mi sento eroe e neanche mi­stico. Penso che il povero l’ho fatto fin troppo. Adesso non sono nemmeno agia­to ma mentirei se affermassi di soffrire la fame e la sete.
Ella si mostra piccato dal fatto che io parli (?) di illimitate capacità della mia razza. Non me ne sono mai accorto. Con­sidero l’Italia un’autentica jungla raz­ziale. In questa jungla, gli esemplari più belli si trovano nel Friuli e proprio nella sua Toscana. La parte occidentale della Padania è abitata da liguri (misti con i galli e con i lombardi (venuti di Scandi­navia). La parte centrale della Padania è abitata da galli mescolati con liguri, etruschi e lombardi. La parte orientale da dinarici, slavi, galli e germanici. I galli hanno occupato tutta l’Italia fino a Ro­ma. Etnicamente, gli italiani sono molto simili fino al Lazio e all’Abruzzo. Isole differenti affiorano qua e là come albe­ri nella jungla. I toscani sono forse i più ricchi di tipi nordici in quanto per sette secoli vi sono stati importati schiavi sani e ben fatti di razza germanica, celtica e slava: lavoravano ai marmi e ad metalla. Poi, su quei resti pregiati si sono rovescia­ti gli occupanti lombardi, scegliendo per sé i punti migliori.
Gli ascendenti razziali dei lombardi sono oggi piuttosto confusi se non pro­prio misteriosi. In Lombardia si reperi­scono tipi liguri, galli (o celti) e propria­mente germanici, non soltanto lombardi. Secoli di mangiar poco e male li hanno pietosamente ridotti sul piano morfologi­co. Hanno dentro notevole rabbia, di­ciamo pure grinta, ma generalmente non sono belli. E perché allora mi dovrei van­tare di loro? Non mi pare di vantarmene, onestamente: debbo aggiungere però che, se non fossi lombardo, sarei ancora più scontento di essere un italianuzzo. Così la penso e di questo umilmente mi scuso.

FACCHETTI TRA I GRANDI

Eccellente Brera, era più forte il tandem Caligaris-Rosetta o quello neraz­zurro Burgnich-Facchetti? Quali erano le loro caratteristiche? Se ne sono mai avu­ti di più forti?

Amico mio, la domanda è incongrua: penso mi sia pos­sibile risponderle solo per­ché, a suo tempo (e ora), an­che Burgnich e Facchetti han­no giocato in area: prima, secondo WM inglese essi gioca­vano in realtà sulle ali avver­sarie, lungo l’out, e non già in area, come Rosetta e Caligaris. Bene: andiamo con or­dine, non senza premettere che sui «cavalieri antiqui» si è sempre mitizzato parec­chio.
Per quanto ho sentito e let­to, Virginio Rosetta aveva in­cominciato da interno nella Pro Vercelli. Quale terzino era agile e astuto, buon toccatore al punto da passare palla nel respingere: però era lento, e soprattutto aborriva dagli in­terventi alti (ghe faseva mal la testa). Ho letto che era astuto: infatti, giocava in se­conda battuta: sull’avversario con la palla entrava per pri­mo il generoso, irruente Caligaris. Costui rischiava di più e passava per meno bravo: sarà stato meno composto, ma tutto sommato era lui a rischiare di più: aveva una bat­tuta estremamente forte; sa­peva colpire al volo e stacca­re molto per respingere di te­sta. L’ho veduto con i miei oc­chi battere punizioni dalla propria area all’area oppo­sta, dove il portiere avversa­rio usciva in presa alta!
Burgnich ha incominciato da terzino sistemista, cioè ha marcato l’ala che per Roset­ta era marcata dal laterale destro (right half): era rude e deciso: non piacque subito agli juventini e venne svendu­to al Palermo: da qui è stato fatto venire a Milano da Helenio Herrera. Ha giocato per anni da grandissimo terzino d’ala ed è stato giudicato il miglior destro ai mondiali 1966. Ha tenuto la botta in Messico ed è arrivato in Ger­mania, dove ha fatto il libero con molta sfortuna (un po­lacco l’ha spintonato da ter­go e lui, cadendo, si è stram­bato un ginocchio).
Da libero ha fatto in tempo a vincere uno scudetto nell’In­ter. Adesso è al Napoli e reg­ge ancora benissimo. Tarcisio andrà ricordato come uno dei massimi prodotti del calcio italiano, che pure ha fornito grandissimi difensori.
Giacinto Facchetti ha inco­minciato come centravanti a Treviglio ed è stato imposta­to da terzino perché in quei giorni, all’Inter, furoreggiava con il numero 9 il non ancora ventenne Angelillo.
Quando la squadra boys non riusciva a passare, Meazza mandava all’attacco Giacin­to ed era gol sicuro (magari di testa). Questo non ha det­to nulla a Herrera, che se ne fregava della nazionale italia­na, e lo splendido atleta trevigliese si è dovuto acconten­tare di giocare sull’ala: «Non ti faccio giocare all’attacco, si giustificava Herrera, perché stando a terzino fai anche l’at­taccante: cioè giochi per due». Lui, Giacintone, non era mol­to convinto. Purtroppo, quan­do avanzava all’ala, nessuno gli dava palla (Corso guarda­va ostentatamente dall’altra parte). E’ stato più volte umi­liato come uno sbruffone pre­suntuoso: si è sfiatato a cor­rere avanti e indrè ed ha ri­schiato brutte magre su av­versari meno spremuti e agili.
Quest’anno avrebbe voluto giocare libero. Suarez ha sco­perto Bini e ha messo lui, Giacintone, sul centravanti. Ma poiché presidia l’area su ogni palla alta, Suarez gli di­ce come Herrera che facendolo giocare stopper ha in lui anche un libero, e va là che vai bene.
Senza rischiare nulla, si può tranquillamente affermare che Facchetti sia come e più di Burgnich uno dei massimi calciatori mai nati in Italia. Accanto a Facchetti poteva stare un solo difensore italia­no: quel Maroso che, pove­retto, è perito con il grande Torino a Superga. Fra i difen­sori d’area vanno ricordati an­che De Vecchi, Monzeglio, Allemandi e Rava, la cui mira­bolante carriera è stata in parte rovinata dalla guerra.

IL CALCIO ITALIANO NON E' IN CRISI

M’illumino di Brera e ti chiedo:
1 ) perché l’Inter diventi di nuovo gran­de, oltre ai giovani già in forza alla squa­dra (Bini, Catellani, Moro, Guida, Bordon, Cesati) saranno sufficienti — ad esempio — gli acquisti di giocatori come Marini, Libera, Orlandi, Tardelli e Rigamonti?
2) la crisi che coinvolge il nostro cal­cio e quello di altri Paesi del ‘sistema occidentale’, secondo Lei coincide con la crisi politica, economica e morale di tali Paesi? Non è un caso, infatti, che nei Pae­si socialisti europei dove regna ordine e stabilità economica e politica, il calcio è arrivato a buoni livelli (Germania orien­tale, URSS, Jugoslavia nelle Coppe eu­ropee).
Con stima, ti ringrazio.

Bravo, adesso gira l’interruttore e ascol­ta. I giovani che enumeri vinceranno lo scudetto ’76-’77: sempre se nel frattempo non verranno aperte le frontiere: perché in questo caso l’Ivanhoe comprerà una ca­terva di brocconi celebri e saremo anco­ra daccapo.
II calcio non è affatto in crisi, anima santa. Il calcio ha solo dilatato i suoi confini: è un gioco veramente universale: ma ha perso attrazione sulla borghesia, che una volta gli forniva i migliori adepti. In Inghilterra è quello di sempre. E si sono elevati gli altri. La condizione poli­tica non c’entra senza dubbio, ma più an­cora quella sociale. Non è vero che all’Est si vada meglio: c’è più spinta, c’è più ri­gore selettivo, e anche ci sono vivai me­glio forniti (senza più classi differen­ziate).
Però i programmi maggiori sono stati realizzati in Germania Occidentale, in Olanda e Scandinavia. Se gli svedesi fa­cessero professionismo, in pochi anni met­terebbero tutti a sedere. Gli svedesi snob­bano il calcio… La loro Nazionale è forse la sola che annoveri un gobbo nelle pro­prie file: segno che a calcio giocano pro­prio gli scorfani. Vi è poi un fatto morale da ricordare: gli svedesi non volevano saperne di professionismo calcistico: nel 1948 hanno vinto l’Olimpiade e sono stati depredati dei migliori: nel 1950 hanno battuto l’Italia e anche quella squadra è stata depredata dagli italiani. Bene: se nel 1954 i dirigenti svedesi si fossero de­gnati di richiamare in Patria gli emigrati e di allinearli ai mondiali, non dubito neppure un istante che avrebbero vinto il titolo. Non vollero saperne, invece, di riabilitare gente che per il denaro aveva abbandonato la Patria e rimasero a casa con il loro dispetto e la lor alterigia.
Il calcio italiano non è affatto in cri­si: è quello che può essere dopo essersi tanto sputtanato con gli stranieri, aver perso il grande Torino e aver dovuto sfruttare la generazione nata e cresciuta con la guerra. Adesso leggo presto Ari­starco Scannabue Baretti che alcuni te­cnici intervistati parlano «del dopo – Ri­vera» e del «dopo – Mazzola», come se quei due grandi mezzi giocatori fossero stati i nostri Di Stefano o i nostri Cruijff. Macché! Anche quando giocavano loro facevano pena, il più delle volte: li ho visti io scottarsi il piedino nel toccare la palla, fuori casa: e sbagliare gol clamo­rosi, e far perdere alla Nazionale clamo­rose partite. I «messicani» ci paiono fa­volosi: da quanti travagli non è uscita quella squadretta che, senza Franchi cen­travanti, sarebbe giunta sesta o settima ai mondiali 1970?
Insomma, amico: non cerchiamo nella politica le ragioni d’una eccellenza pedatoria più o meno marcata: cerchiamola anche nella politica, ma non dimentichia­mo di tener conto della situazione tecnica, dell’attrazione economica, della scuola tra­dizionale, della selezione e dell’insegna­mento. L’uomo fiorisce da una giungla che in Italia è più intricata umida e con­fusa che altrove. Tuttavia, insistendo, si può sempre cavar fuori qualche buona ciabatta. Aspettiamo senza piangere co­micamente su grandezze che mai abbiamo avuto se non barando sulle origini di qualche immigrato all’altezza.

NON SERVE CAMBIARE BERNARDINI

Caro Brera, Bernardini sì, Bernardini no. I giorna­listi italiani, in massima parte, non tro­vano di meglio che inveire contro il Com­missario Unico della nostra nazionale. An­che il giorno dopo in cui egli, molto biz­zarramente, si decise a presentare in cam­po una squadra «stampata» e cioè rica­vata dai consigli dei giornalisti, ci fu (e non furono pochi) chi trovò da straridire sulle capacità di Fulvio Bernardini.
A questo punto mi sembra che la cosa cada sul ridicolo e faccia parte di un «par­tito preso», e mi viene da pensare che la critica di alcuni giornalisti non sia tanto «pulita» e sportiva così come potrebbe sembrare. Mi chiedo e le chiedo per «chi» lavorino quei 007 della carta stampata?

E’ profondamente disonesto pensare che siano disonesti e in mala fede coloro che non la pensano come noi. I giornalisti lavorano per il proprio giornale, che vie­ne acquistato in parti differenti, e quindi ha interessi differenti dagli altri. Tutto qui. Bernardini ha il torto di avere scel­to brocchi simpatici a lui più che agli altri suoi ex colleghi. Gira gira, vien da con­cludere che niente cambierebbe neppure cambiando tutto, mandando Bernardini ad malas foemmas e prendendo al suo po­sto elementi più giovani e scaltri. La geo­politica finirà per prevalere sempre.
E su quella anche la nostra piramidale stupidità fatta di presunzione, di psicola­bilità, di immortalità, di ignoranza e via calcando sui nostri inguaribili difetti di popolo deselezionato da troppi secoli. Ella dunque rida di noi e di tutti: ma ricordi sempre di essere anche lei uno dei nostri: e per essere veramente onesto non si me­ravigli di nulla. Lavora ella bene nel suo mestiere? Se sì, può considerarsi onesto cittadino e onorevole patriota. Se invece lavora male e senza voglia, allora stia be­ne a zitto.

IL GENOA, BORDON E IL DOLCETTO

Esimio dottor Brera, sono una sua as­sidua lettrice per cui penso che il Guerino venga acquistato per la massima parte dei lettori solo per il godimento spirituale di leggerla. Mi risponda ora (senza drib­blarmi però) alle seguenti domande:
1) Lei è genoano come me. Non ha ri­tenuto doveroso far sentire la Sua voce nell’infuriare della polemica Baldazzi-Fossati.
2) Ha mai visto giocare Toni Bordon? Dirottato a Cesena a novembre è stato utilizzato solo saltuariamente da Bersellini. Il quale in predicato di passare al Genoa, avrebbe definitivamente distrutto, se tale eventualità si fosse verificata, un giocatore valutato a suo tempo più di mezzo miliardo. Bordon è un ragazzo molto sensibile. Se Lei gli farà pervenire un incoraggiamento avrà la riconoscenza mia e di tutti genoani. Dica chiaramente se lo considera o meno un bidone.
3) Il Guerino dovrebbe varare una ru­brica di atletica leggera. Anche in relazio­ne a questa (da Lei tanto amata) discipli­na sportiva è possibile fare un discorso critico e politico.
RingraziandoLa le porgo i sensi della mia indefettibile stima. Se ha occasione di passare da Cremolino potrà gustare un dolcetto ’71 che mio marito Gianni, Suo affezionato discepolo, tiene in serbo per Lei.

Gentile signora, le sono molto grato delle cortesi espressioni di cui mi fa og­getto. A pregiata sua riscontrare, debbo aggiungere che meno grato le sono per la stilettata inferta alla mia ignavia di genoano. Ho letto solo i titoli della que­rela intercorsa fra Baldazzi e Fossati. Non conosco Baldazzi: avevo creduto di capire che possedesse anche i sesterzi per legittimare le proprie ambizioni tecnico-amministrative. Alla resa dei conti, sem­pre se ho potuto capire bene dai titoli, Baldazzi si è dovuto ritirare e Fossati è tornato in possesso del bastone di co­mando.
Ho parlato abbastanza con Fossati per capire che è un entusiasta con la testa sul collo. I giornalisti – tifosi di Genova non la pensavano come me e forse ave­vano più numerosi elementi di giudizio. Io so poco e niente di una società che amo per essermi contagiato, la prima volta, proprio del suo entusiasmo. Anni sono passati (oh quanti) e considero questo mio amore con una sorta di impaccio.
Ho visto Bordon l’anno della promozio­ne in A. Mi sembrava lento per il posto di centravanti: era da impostare, secondo me, a centrocampo: possedeva un tiro assai forte: tutto lasciava credere che potesse sfondare, un giorno o l’altro. Ho inco­minciato a sospettare che non fosse vota­to a grande carriera solo quando è stato insistentemente cercato da Fraizzoli, che notoriamente non ne azzecca mai una. So che Silvestri si è molto indignato nel constatare che Bordon lo stava amara­mente deludendo: l’ha anche maltrattato, confidando che l’orgoglio lo rimettesse in corsa: nulla è servito: Bordon ha de­luso. Ha poi cercato di rigenerarlo il Ce­sena. Non credo vi sia riuscito, sebbene sviluppasse un ottimo gioco a favore del­le punte. Ella mi chiede di incoraggiarlo. Come è patetico tutto ciò, gentile signora. Ecco qua: lo incoraggio. E poi?
Il Guerino varerà anche una rubrica di atletica leggera, culto dell’uomo. Un giornale illustrato con la sua formula non può prescindere da quello sport. Ne sono convinto anch’io, come lei. Ringrazi suo marito Gianni. Il dolcetto è un onestissi­mo vino plebeo: mantiene sempre quel che promette. A mio parere va rispettato come il buon vecchio Piemonte.

OLANDA SOPRAVVALUTATA

Caro Gianni, mi è molto spiaciuto di non poter veni­re da te per assistere insieme alla tele­trasmissione di Polonia-Olanda. Vorrei ora che mi dicessi cosa ne pensi e se non faceva un po’ ridere il tuo collega Martellini, dicendo che l’Olanda era par­tita con intenti difensivistici.
Questo modo semplice di interpretare le partite mi ricorda i tempi, sicuramente più infausti, delle polemiche con i napo­letani qualunquisti. Con questo, per ca­rità, non pensare che ti voglia trascinare in una diatriba con Martellini: però mi pare giusto, riflettere su quel che si vede.
Ciao, cari saluti. A quando la spedizio­ne nella Langhe?

Caro Presidente, che sorpresa!
Sì, sarebbe stato molto meglio se aves­simo potuto, come il solito, commentare l’andamento di quella strana partita di Chorzow. Ero solo, mi sono anche an­noiato, perché quanto appariva sul vi­deo non era sempre così chiaro da con­sentire giudizi precisi. Vediamo però di connettere un poco su quanto è accaduto:
1) La Polonia ha vinto 4-1 ed ha spre­cato almeno mezza dozzina di facili oc­casioni.
2) L’Olanda ha incominciato con molta sufficienza scontando subito questa leg­gerezza con un disinvolto passaggio a ri­troso e al centro che Lato ha messo den­tro dopo il rimpallo sul portiere, fregatissimo, e incornatina finale (14′). Se vo­gliamo, un infortunio, ma tipico delle squadre che si credono più di quel che sono.
3) In svantaggio per 0-4, l’Olanda ha in­cominciato un forcing arioso come sem­pre, ma privo di genio. I signori Cruijff e Neeskens mi confermano Monaco (finale mondiale): non rischiano più la preziosa gambetta per la gloria patria: e le punte reali sono brocche. Tocca tu che tocco io, nessuno centra mai e l’area avversaria è piena di marcantoni che incutono timore (Dio, se penso ai nostri fifoni, che bri­vidi).
Il modulo olandese mi si conferma am­bizioso e difficile oltre i suoi mezzi reali. Inoltre, è troppo orizzontale e portato, quindi lento: gli schemi si ripetono all’in­finito, noiosamente. Il signor Cruijff si trova solo una prima volta al centro sini­stra ma subisce l’uscita arrembante del grosso Tomaszewski (20′). Il forcing olan­dese dura mezz’ora (altroché intenti di­fensivisti) e i polacchi ballano polke av­vilenti: però, hanno il pregio di raggrup­parsi in fretta davanti alla porta chiu­dendo ogni spazio. Sul finire del tempo due palle-gol sciupate da Szarmach e una infilata da Lato: lo manda in gol Deyna con un semplice appoggio di punizione. Gli olandesi si credevano già agli spoglia­toi: e stavano in linea davanti al loro malcapitato portiere: superata quella linea, non c’era che da farsi di lato e infilare.
4) Il forcing olandese è continuato anche nel secondo tempo quando Geels è entrato al posto di Van Hanegen. Il cen­travanti Szarmach, duro e brocco, si è trovato la palla del 3-0 sul destro, a pochi passi dalla porta: la palla veniva dalla bandierina dell’angolo destro: due erano fuori tempo al centro: chi era solo ha toccato comodo in gol.
Gli olandesi non hanno fatto che ripe­tersi in palleggi masturbatori (masturbatio non facit liberos) e i polacchi, felice­mente ammucchiati, ogni tanto partivano all’arrembaggio, in spazi invitantissimi. Hanno sprecato molto, ma hanno segna­to un altro gol con Szarmach, magari sen­za che l’arbitro si avvedesse di un fuorigioco di Lato o Gadocha (non ho visto bene). Infine, tocco altruista di Cruijff e onore salvo per merito di Van De Kerkhof. Il signor Deyna, veneziano ad ho­norem, manca tre gol per non voler dare palla a compagni più bravi e meglio piaz­zati di lui. Anche Van De Kuylen, che l’amico Bearzot ha veduto mostruoso con la Finlandia, ha ciccato un paio di occa­sioni favorevoli.
5) Vorrai anche sapere, immagino, cosa penso della prossima spedizione azzurra in Polonia. Eh sì, penso proprio che do­vremmo scegliere difensori molto attenti e giocare soprattutto sul contropiede. Siamo più veloci ed agili dei polacchi: se ci assiste il coraggio – bisognerà pure tener conto dei fifoni, ma se richiamiamo Causio facile, poi, che lo rivediamo come a Rotterdam: cioè, vestito di azzurro fuori ma tutto pieno dentro di bleu (che è il colore della paura) – dico, se ci as­sistono coraggio e fortuna, chissà che non ci scappi il colpaccio. Rassegnarsi, nel calcio, è colpevole. Non ti pare?

STORIA D'ITALIA E ANTROPOLOGIA

Egregio Dottor Brera, Ella si presenta ai suoi lettori non solo come un fine in­tenditore della «res pedatoria», ma an­che come un esperto di questioni raz­ziali, ed io vorrei farle alcune domande su questi argomenti.
1) Come pensa che diventeranno gli ita­liani del nord quando fra un certo nu­mero di generazioni assorbiranno i me­diterranei emigrati negli ultimi anni?
2) Appartengo ad una famiglia di ori­gine romagnola stabilitasi in Liguria da più di dieci generazioni. A che gruppo etnico ritiene io appartenga?
3) Se è stato il Regno di Sardegna ad unificare l’Italia perché la maggior parte dei nostri uomini politici, degli impiegati statali, dei Carabinieri è di origine meri­dionale? Sono veramente così astuti i na­poletani oppure sono i piemontesi in­capaci?
4) Non pensa che se i negri Usa invece di seguire Luther King si fossero schierati con Malcom X avrebbero ottenuto qual­cosa di più del poter frequentare gli stes­si locali dei bianchi? La ossequio e La ringrazio.

Rispondo :
1) Diventeranno più scuri di pelle e più scaltri.
2) Per quello che ne so, i romagnoli so­no celti con mistioni illiriche e greche: i liguri sono berberi mescolati a celti e germanici. Tira, molla e messeda, come etnia siamo lì, con qualcosa di più estroverso nei romagnoli, e proprio per questo più simpatici dei liguri. Posso dir­glielo per esperienza diretta, e anche perché (parlando male dei liguri, io della tribù ligure dei Laevi), ho almeno la con­solazione di essere obiettivo. Alla fine, però, ho il fiero sospetto che i liguri non accetterebbero di cambiare con i romagnoli.
3) Domanda ingenua, di uno abbastan­za sprovveduto di storia. Il Piemonte (cioè Savoia) ha ripreso a metà ottocen­to il suo «drang back osten», in corso da un paio di secoli. Era fallito miseramen­te Carlo Alberto nel ’48-’49, ma era tor­nato in lizza Vittorio Emanuele II, il cui abile primo ministro, Cavour, aveva sa­puto convincere Napoleone III ad aggre­dire l’Austria (1859). Gran parte delle regioni settentrionali e centrali avevano plebiscitariamente aderito al nuovo Re­gno D’Italia: restava il Regno delle Due Sicilie. L’Inghilterra l’ha abban­donato per le mene del liberale Gladstone contri i Tories, è dunque par­tito all’assalto il liberalismo europeo con alla testa Garibaldi. Il Piemonte non osava tanto: Cavour stava schiscio per non incorrere in penose sanzioni politi­che da parte delle grandi potenze. Gari­baldi è partito di sua iniziativa, seguito da mille liberali quasi tutti lombardi: sfiduciati e soli, i siculo-napoletani si so­no quasi subito rassegnati: le file di Ga­ribaldi si sono ingrossate fino a toccare il contingente di un vero e proprio eser­cito. Solo allora Cavour ha pensato di «temperar lo slancio ai liberali sovversi­vi» (sic) e di rilanciare in guerra il baf­futo suo re. Il putrido Stato pontificio è saltato miseramente e Cialdini ha prose­guito verso il Sud. Qui, Garibaldi era pas­sato di trionfo in trionfo, ma ben presto la reazione cavourriana ha preso il so­pravvento. Garibaldi ha vinto al Voltur­no e poi ha consegnato il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II. In effetti, non poteva fare altro: i piemon­tesi l’hanno praticamente rilevato; e nes­sun ufficiale garibaldino che non offris­se garanzie di perbenismo è stato accol­to nel loro esercito. Garibaldi se n’è an­dato colmo di amarezza a Caprera e i garibaldini — il cui grado non è stato riconosciuto — se ne sono tornati scornatissimi a casa.
Rimasti soli, i piemontesi, liguri e sar­di hanno tentato di organizzare ammini­strativamente l’Italia secondo i modelli napoleonici (1805). Non avevano quadri sufficienti per prendere in mano e cam­biare le cose: molti burocrati meridionali che avevano subito parteggiato per lo­ro hanno ricominciato la carriera sotto i nuovi padroni. Partigiani dei Borboni di Napoli, chiamati briganti (achtung Banditen!) facevano aspra guerriglia. I piemontesi non potevano escludere dall’amministrazione pubblica i meridionali: così, pian piano, hanno mollato posizio­ni che, se le avessero tenute, li avrebbero messi nell’antipatica luce dei profittato­ri: infatti, non avevano conquistato lo­ro il paese, per arrogarsi questi diritti. Così, hanno spartito prima l’amministra­zione politica e poi quella militare (la marina borbonica era subito passata dal­la parte giusta). Hanno tenuto i vertici finché hanno potuto: e infine si sono arresi. L’Italia si è miserevolmente im­provvisata nazione e ha fatto fiaschi uno più clamoroso dell’altro.
I piemontesi si sono segnalati per gen­te onesta ma gretta la sua parte. I medi­terranei hanno aggiunto alla lor pochez­za i propri estri, non tutti irreprensibili sotto l’aspetto morale. Il guazzabuglio è stato e permane grande. Che Dio ci aiuti.
4) Conosco a malapena i due nomi degli apostoli negri che lei cita: so che Lu­ther King era un mistico e Malcom X un combattente. Tutto sommato, penso che abbiamo già troppi africani o affini da queste parti perché ci si debba occupare anche dei negri d’America. Tengo per loro, ma solo sul piano sentimentale.

RIVA COME PIOLA, SAVOLDI INESPRESSO

Brera, il calcio è bello perché interpretabile in svariate maniere (compresa anche la tua), ma spie­gami un poco quanto successo con Napoli-Cagliari.
Dunque: tu idolatri tanto Riva, il suo coraggio leonino, la sua calma con gli avversari, poi in par­tita ti segna un golletto (carino, ma niente di più) su punizione, il movimento lo fa fare agli altri e la sua calma è solo un ricordo. Zolle e gesti di stizza con spinte non ne sono certamente un avallo effi­cace.
Poi c’è Savoldi che tu hai sempre (garbatamen­te, s’intende) preso in giro e mai seriamente con­siderato. Dicevi che era statico (mentre Riva…), che aveva i piedoni di faggio e le sue ciabattate in gol erano più occasionali che vere e proprie prodezze. Adesso vien fuori che non solo Savoldi fa gioco per la squadra (piantato là in mezzo, dicevi, e mi vien che ridere), ma mette a segno gol di testa che a Riva riuscivano svariati anni fa. Per la potenza del tiro, se tu Brera sei d’accordo, farei un pareggio.

Vedo che, come molti piemontesi, hai un cogno­me squisitamente lombardo e me ne compiaccio. Passo poi ad ammonirti che io ho straveduto per Riva solo quando l’ho capito: e debbo ammettere che questo è avvenuto per me come per Fabbri e gli altri l’anno seguente i Mondiali d’Inghilterra (1966). Riva è stato un grandissimo attaccante: al punto che da solo ha avallato un modulo detto all’italiana che senza di lui avrebbe perso soltanto in potenza. A questo proposito, ho avuto grande piacere quando Marione Pennacchia, da me detto «can de triffola», è andato a Barcellona e vi ha intervistato Johan Cruijff. L’asso olandese è molto intelligente: interrogato sul modulo difensivista, egli ha detto che è valido come tutti gli altri, a patto che disponga per il contropiede di grandissimi gio­catori, capaci di ridurre al minimo gli errori, e dunque di approfittare di quasi tutte le rare occasioni offerte dal modulo. Credo che sia interpretazione per­fetta: non altro si potava dire dell’apporto di Riva alla squadra azzurra: ed è per questo che io posso ancor oggi affermare che uno come lui non sia mai nato nel calcio italiano. Egli ha esasperato le qualità di Piola che aveva due piedi ma non valeva per lo scatto e neanche per le doti acrobatiche. Piola si è innestato di forza nel telaio di Pozzo, che era greve e arcigno in difesa ma sacrificava troppo allo stile in prima linea. Senza Piola, Pozzo non avrebbe ri­vinto a Parigi. Del pari, senza «rombo di tuono», Valcareggi non sarebbe andato ai Mondiali 1970 e forse neppure ai Mondiali 74.
Riva ha sempre cavato scottantissime castagne dal fuoco. Adesso ha l’età nella quale per solito i grandi sfondatori dotati di stile arretrano a fare gioco: lui non ci ha mai pensato, pur avendo fatto, all’occor­renza, il difensore e il centrocampista. Fossi Suarez, senta ben qua, metterei Riva centravanti arre­trato e farei stare avanti due giovani capaci di agilità e di slanci coraggiosi. Se non sono male infor­mato, nel Cagliari c’è qualcuno che mugugna per­ché Suarez seguita a pretendere che la squadra im­posti per Riva come se non fossero mai passati tanti anni. Io sono certo che Riva, senza essere un toccatore di fino, farebbe cose utili per le punte gio­vani e segnerebbe da fuori come non può mai più aspettando la palla in area.
Savoldi mi è sembrato sempre un grande in po­tenza: ma gli mancava qualcosa per emergere: fosse, chissà? la squadra, forse il piede, che ha buono ma non elegante. L’ultima stagione al Bologna l’ha vis­suta male: e io l’ho visto anche ritrarsi nelle par­tite esterne. L’ho definito «piedone di faggio» ma non esito ad ammettere che l’eleganza sia soltanto una componente della classe. Ora Savoldi è dotato di formidabile stacco: e anche questo conta nell’eco­nomia del gioco di squadra: riuscire a tener buoni tutti i lanci a spiovere in area avversaria significa arricchire di almeno il doppio gli schemi offensivi. Ho già letto di Savoldi che nel Napoli riesce a fare il Charles: mi sembra già un apporto molto consi­derevole: se poi è vero che usa bene anche i piedi per smistare e aprire il gioco, allora Vinicio può essere fiero di avere sfiorato lo scandalo per acqui­stare tanto centravanti.
Io debbo ancora vedere Savoldi e andrò prima a (Roma, per l’Olanda, e poi a Napoli per il Milan: alla lunga, confido di farmi un’idea completa della sua entità tecnico-agonistica. Per il momento mi sono limitato ed è già segno di stima a impiegare per lui il titolo di «bergheimer», prima conferito al solo Domenghini.
Smettiamola, dunque, di rimpiangere Riva e con­fidiamo che Savoldi e Pulici siano suoi degni eredi. Con una precisazione finale: che il folgorante sini­stro di Riva manca più a Savoldi che a Pulici: il «rombo di tuono» non è stato coniato per nulla: è sorto dalla mia enfasi perché la sua era degna di botti che soleva esplodere il gran mancino del Cagliari.

FURINO E LA JUVE, NEMICO NECESSARIO

Egregio Brera, dopo aver letto le risposte da­te ad alcuni suoi lettori (e cioè che la Juventus con Zoff riuscirebbe a battere la Nazionale) le scriviamo per dirle che siamo d’accordo con Lei. Dove, invece, la pensiamo diversamente è la sua opinione per un giocatore juventino: Furino.
Lei lo ha giudicato: ERINNI TRAVESTITA, OSSESSO DEL DEMONIO, PICCHIATORE OR­RENDO, CAPRONE TRAVESTITO. Secondo lei, allora, Furino dovrebbe imitare la bella statuina che non si muove per sembrare la più educata? Senza voler dire con questo che lo juventino sia uno stinco di santo, per noi il giocatore non fa altro che ren­dere le botte e gli sputi che si prende regolarmente dagli avversari.
Infine, poiché siamo obbiettivi, le diciamo quello che pensiamo della partita con il Verona: il fallo su Gentile era da punire con una punizione a due e non con il rigore. Quello commesso su Zigoni era da massima punizione. Ma a parte questo, la Ju­ventus avrebbe vinto lo stesso. Lo ha detto anche Valcareggi a fine partita.

Io vorrei precisarvi che adoro Furino: sapesse anche toccare la palla, che grande giocatore sarebbe; egli è giusto all’estremo opposto di Rivera, e proprio per questo (l’ho deplorato, infatti) non posso far­mene un eroe personale. Mai parlato di caprone tra­vestito ma sì di furente erinni: e che dovevo di più? Ho persino scomodato la mitologia per esaltarne il furore ludico. Certo, non potevo tacere delle botte: le ha date, forse le ha restituite: affari suoi. Fra uno che picchia e uno che le prende, preferisco sempre chi picchia. Furino è inoltre un generoso: però, via, ditemi che altro potrebbe essere, uno che se la vede così male con la palla!
La chiusa obbiettiva, amici, vi fa molto onore e mi stimola a riconoscere che io non faccio se non tifo indiretto per la Juventus: la amo (consciamente) come nemica necessaria: e quando ne parlo sono costretto a una linea critica che ne tiene debi­to conto. Alle mie milanarde mando accidenti ad ogni topica, e magari vado anche oltre nei giudizi tecnici. Ma quando è in ballo la Juventus, proprio perché se ne illustrano le mie squadre, io non posso sgarrare: così, lealmente, ho sempre cercato di fare.

RIVERA E LA PODOMACHIA

Caro Brera, parliamo un poco di Milan-Roma che tu hai commentato per il tuo giornale. Intanto: cosa cavolo vuol dire «podomachia»? Credi che serva usare termini noti solo a tuoi pochi intimi? Andia­mo avanti. Dimmi subito come ha giocato Rivera. E’ vero che (lo ha detto l’interessato) anche un ex­giocatore come Campana avrebbe fatto la sua figura in simile squallore?
Infine: nell’ipotesi che Gianni Rivera sia più adat­to alla poltrona di dirigente che al campo, come farà Trapattoni a lasciarlo fuori squadra? Come farà, voglio dire, dal momento che Rocco già dal lunedì comincia a dire che la domenica seguente Gianni giocherà?

Bene: parliamo di «podomachia». E’ parola com­posita, dal greco «podos» (piede) e «machia», (lotta, disputa): sono stato io il primo a comporla e ne sono abbastanza fiero, se mi credi: «Podoma­chia» vuol dire disputa di piedi o pedate, e si rifa a «logomachia», disputa di parole, cioè vana fino al grottesco. Userò da ora innanzi podomachia per definire loffia una partita: non a caso è stata Roma-Milan a suggerirmela. Un vero insulto al cal­cio lucido e agonistico: una immane seduta sterco­raria (se anche di questa vuoi la traduzione, smetti di leggermi e va’ subito a farne una, maledetto).
Rivera ha giocato la seconda volta quest’anno e la prima in campionato proprio all’Olimpico, contro la Roma. Era l’occasione più bella per non venire sbertucciati. Rivera aveva contro Morini, che è stato il migliore della Roma dopo De Sisti e che quasi tutti i nesci hanno visto malamente: Morini ha sba­gliato subito la più comoda palla-gol della Roma e poi si è pienamente riscattato tenendo Rivera senza maltrattarlo e andando anche a far gioco per due punte sciape quei giorno come Prati e Petrini. Un cronista attento dice che Rivera ha toccato quaranta palloni sbagliandone 17 di netto e mettendone a po­sto alcuni con bel discernimento. Io ricordo un paio di aperture e un appoggio, regolarmente sciupati da Maldera e da Bigon in pessima giornata.
Ho anche visto due volte Rivera respingere di testa dalla propria area: una delle sue respinte ha consentito a De Sisti di concludere benissimo e senza fortuna da fuori. Ho sentito che Rocco ha valutato la prestazione di Rivera alla stregua di quella fornita da De Sisti. Ha esagerato molto, per amor paterno o ziale. Se Rivera avesse giocato come De Sisti sarebbe stato il migliore in campo: invece non ha meritato, ai miei occhi, la sufficienza.
Lei si prospetta imbarazzi che Rocco e Trapat­toni hanno perfettamente previsti: ebbene, i due bravuomini contano sull’intelligenza di Rivera, che non può essere masochista al punto da volere, con il proprio, il male della Società da lui amministrata.
Rivera ha anche provato, a Roma, la posizione di ala: non ricordo, però, di avervi visto compiere cose particolari. Due volte ha tentato di dettare il passaggio lanciandosi in avanti: altrettante volte Benetti e Scala non sono riusciti a raggiungerlo con la palla. I due mi sono sembrati abbastanza cariche di broccaggine: quanto a Rivera, non due, ma quattro lanci lunghi ha sbagliato, quando si è ingegnato di farli per servire Bigon o Vincenzi sottomisura.
Prima di affermare se Rivera nuoce alla squa­dra, aspettiamo di rivederlo in Milan-Juventus.

IL NAPOLI E LA NAZIONALE

Egregio dottor Brera, sono un accanito tifoso del Napoli, e le vorrei porgere questa domanda: perché Bearzot e Bernardini nell’incontro con la Polonia hanno portato con sé ben otto componenti della squadra juventina, schierandone in campo cinque, reduci dalla partita contro il Borussia di Moenchengladbach, per la qualificazione della Coppa dei Campioni? Del Napoli, che non aveva giocato, ha por­tato solo Savoldi, che non è sceso neanche in cam­po, mentre vi era quasi mezza squadra disponibile per la partita; Le sarei veramente grato se mi desse una risposta, che farebbe piacere a tanti napoletani.

Caro amico, Bernardini e Bearzot se la sono cavata a Varsavia con una drittata che penso sug­gerita dallo stesso Franchi: abbiamo cercato invano, per un anno intero, la sintesi migliore del campio­nato: adesso, per non tirarci addosso le pernacchie di tutta Italia, facciamo ricorso alla squadra più tifata dagli italiani, che è la Juventus. Essi non sono stati a riflettere sul fatto che la Juventus doveva giocare il mercoledì precedente sul campo del Bo­russia, e che quasi sicuramente avrebbe brindato alla Coppa Campioni: altra via non avevamo: i tecnici federali, per mettersi sottovento, hanno chiamato sei­-sette juventini, non escluso il povero Cuccureddu.
Del Napoli avevano chiamato il solo Savoldi, che poi non hanno fatto giocare a vantaggio di Anastasi, pauroso e fuori forma più di sempre. Avessero chiamato qualche altro napoletano, sarebbe stato un bel­l’imbarazzo, perché ad esempio Juliano è trentenne a sua volta e gioca qualche buon pallone nel Na­poli perché sono i gregari a procurarglielo (ho sen­tito che incomincia a lagnarsi dell’intraprendenza di Boccolini, ahi ahi). Chi altri meritava, del Napoli? Per caso «peppeniello» Massa? O Braglia, che tre­ma come un fantasma al vento di Scozia? Oppure Orlandini, che ha già dato di sé sufficiente misura? Il Napoli è squadra di felice complesso. Fra i suoi difensori sta facendo bene La Palma, già intravisto da Bernardini: gli altri, ad eccezione di Savoldi, sono abbastanza qualsiasi.