Azzurro y Celeste: l’amore napoletano per l’Argentina

Napoli e l’Argentina: un’unione destinata a durare nel tempo, forte come il Vesuvio che veglia sulla città, appassionata come un tango ballato sotto le stelle del Sud.

Napoli e Argentina. Un connubio che trascende il calcio, una simbiosi culturale che ha scritto pagine indelebili nella storia del football mondiale. Sotto l’ombra imponente del Vesuvio, generazioni di calciatori albicelesti hanno trovato una seconda casa, trasformando il club partenopeo da squadra del sud discriminato a potenza calcistica. E il San Paolo (oggi Diego Armando Maradona) non è solo uno stadio, ma un tempio dove i fedeli hanno venerato i loro santi argentini per decenni.

La storia d’amore tra Napoli e l’Argentina nasce nei primi anni ’30, quando il calcio italiano stava ancora definendo la sua identità. Le radici di questo legame affondano in un terreno comune: entrambe le realtà hanno saputo trasformare la sofferenza in arte, la difficoltà in resilienza.

I pionieri della Pampa

Il primo testimone di questa alleanza calcistica fu Carlos Volante, il calciatore che diede il nome al ruolo di “volante” nel calcio moderno. Arrivato a Napoli nella stagione 1931-32, non lasciò un’impronta profonda, ma fu il primo di una lunga dinastia. Poi venne Guillermo Stábile, bomber della prima Coppa del Mondo, che tuttavia non riuscì ad imporsi come aveva fatto con la maglia dell’Argentina.

Carlos Volante e Bruno Pesaola

I fratelli Antonio e Nicolás Ferrara, Evaristo Barrera e Ángel Cerilla furono altri argentini che transitarono per Napoli senza lasciare un segno indelebile, ma preparando il terreno per chi sarebbe venuto dopo. Fu con Bruno Pesaola che iniziò a delinearsi un’identità argentina più solida. Il “Petisso“, come veniva affettuosamente chiamato, rimase a Napoli dal 1952 al 1960, diventando il primo argentino a entrare veramente nel cuore dei napoletani. Non solo come calciatore, ma anche come allenatore, guidando il Napoli alla conquista della Coppa Italia nel 1962 e di altri prestigiosi trofei internazionali.

La sfilata dei campioni: da Sívori a Bertoni

Prima dell’avvento del Messia, ci fu un altro argentino che conquistò Napoli: Omar Sívori. Considerato il “primo Maradona”, El Cabezón portò il Napoli a un passo dallo Scudetto, conquistando un secondo posto storico nel 1968. La sua tecnica sopraffina, il dribbling ubriacante e il carattere indomito fecero innamorare i tifosi, che intravidero in lui le caratteristiche che avrebbero poi riconosciuto in Diego.

Dopo la chiusura delle frontiere calcistiche italiane agli stranieri, fu Ramón Díaz a riportare l’Argentina a Napoli nel 1982. El Pelado, primo calciatore del Napoli a essere convocato dalla nazionale argentina durante la sua esperienza partenopea, non ebbe però il tempo di imporsi. La sua esperienza fu seguita da quella di Daniel Bertoni, campione del mondo nel 1978, che arrivò nel 1984. La sua firma passò quasi inosservata, offuscata dall’arrivo di un altro argentino, destinato a cambiare per sempre la storia di Napoli.

D10S: la Divinità scende a Napoli

Estate 1984. Napoli è in fermento. L’annuncio che Diego Armando Maradona sarebbe diventato un calciatore azzurro generò un’onda di euforia collettiva. Il San Paolo accolse il suo nuovo re con una cerimonia di presentazione degna di una divinità. E Maradona non deluse: con lui, il Napoli conquistò due Scudetti (1986-87 e 1989-90), una Coppa UEFA (1988-89), una Coppa Italia (1986-87) e una Supercoppa Italiana (1990).

Ma oltre ai trofei, Maradona diede a Napoli qualcosa di più prezioso: l’orgoglio. Il sud Italia, storicamente discriminato dal ricco nord, trovò nel Pibe de Oro un campione capace di ribaltare le gerarchie calcistiche nazionali. La semifinale dei Mondiali del 1990 tra Italia e Argentina, giocata proprio a Napoli, simboleggiò perfettamente questo legame speciale: molti napoletani si sentirono divisi tra la patria e l’amore per Diego.

La favola terminò bruscamente nella stagione 1990-91, quando Maradona lasciò l’Italia dopo essere risultato positivo a un controllo antidoping. Ma la sua eredità rimase indelebile nei cuori dei napoletani, che lo elevarono a santo patrono del calcio cittadino.

L’eredità del Pibe: da Ayala a Lavezzi

Dopo l’era Maradona, il Napoli attraversò un periodo buio, culminato con la retrocessione nel 1998. In questo contesto arrivò Roberto Ayala, primo argentino post-Maradona. El Ratón non risentì del pesante confronto con il predecessore; anzi, come raccontò lui stesso, l’eredità di Diego gli permise di non pagare mai il conto nei ristoranti napoletani, nonostante il club vivesse tempi difficili.

Gli anni successivi videro diversi argentini tentare la fortuna a Napoli, spesso con risultati poco memorabili. José Luis Calderón, Gabriel Bordi, Facundo Quiroga, Mauricio Pineda e Claudio Husaín non riuscirono a lasciare il segno. Fu Roberto Sosa a risollevare le sorti argentine in maglia azzurra: arrivato quando il club era sprofondato in Serie C, contribuì alla doppia promozione che riportò il Napoli in Serie A.

La rinascita definitiva coincise con l’arrivo di Ezequiel Lavezzi nel 2007. El Pocho incarnava lo spirito maradoniano: tecnica, velocità e un carattere ribelle che conquistò immediatamente i tifosi. Con Lavezzi, affiancato da Edinson Cavani e Marek Hamšík, il Napoli tornò ai vertici del calcio italiano, vincendo la Coppa Italia nel 2012 e regalando spettacolo in Champions League.

L’era dei Pipita: Higuaín e il tradimento

Nel 2013, il Napoli accolse Gonzalo Higuaín, centravanti di razza proveniente dal Real Madrid. Il Pipita si caricò l’attacco sulle spalle, culminando la sua esperienza napoletana con una stagione 2015-16 da record: 36 gol in 35 partite, primato assoluto nella storia della Serie A. Napoli era ai suoi piedi, pronta a costruire un futuro vincente attorno a lui.

Poi, l’estate del tradimento. Higuaín firmò per la Juventus, storica rivale, provocando una ferita profonda nei cuori napoletani. Il suo nome fu rimosso dalla lista dei “santi argentini” e collocato in quella dei traditori, sebbene le sue prodezze tecniche non potessero essere dimenticate.

Nel frattempo, altri argentini come Federico Fernández e Mariano Andújar contribuirono alla causa azzurra, vincendo altre due Coppe Italia (2014 e 2020) e mantenendo vivo il legame tra Napoli e l’Argentina.

La Selección Partenopea

Un capitolo affascinante di questa storia è rappresentato dai calciatori del Napoli convocati dalla nazionale argentina. Bruno Pesaola è un caso particolare: argentino naturalizzato italiano, difese i colori azzurri della nazionale nel 1957. Poi fu la volta di Ramón Díaz, seguito naturalmente da Maradona, che dalle sponde del Vesuvio guidò l’Albiceleste alla vittoria del Mondiale 1986.

La tradizione continuò con Ayala, Husaín, Lavezzi, Dátolo, Denis, José Sosa, Campagnaro, Fernández, Higuaín e Andújar, tutti convocati dalla Selección durante il loro periodo napoletano. Un doppio legame che ha rafforzato ulteriormente il matrimonio tra le due culture calcistiche.

Le note stonate

Cristian Chávez, Mario Santana e Ignacio Fideleff

Non tutti gli argentini a Napoli hanno scritto storie di successo. Jesús Dátolo, arrivato come promessa del calcio sudamericano, non riuscì ad adattarsi. Germán Denis, prolifico in Argentina, si spense sotto il Vesuvio. Cristian Chávez, Mario Santana e Ignacio Fideleff lasciarono il club quasi senza essere notati.

Queste note stonate sono parte integrante della sinfonia argentino-napoletana: ricordano che non basta il passaporto albiceleste per conquistare i cuori partenopei. Serve quel mix di talento, carattere e passione che solo i veri campioni possiedono.

L’eredità culturale

Il legame tra Napoli e Argentina trascende i novanta minuti di gioco, permeando ogni angolo della città: riecheggia nei cori appassionati dello stadio Maradona, risplende nelle bandiere bianco-celesti che si intrecciano con quelle azzurre, e si assapora persino nella cucina partenopea, dove l’influenza argentina ha trovato casa.

Questa eredità culturale ha creato un’aura mistica attorno ai calciatori argentini che indossano la maglia del Napoli. Non sono semplici atleti, ma diventano icone sacre, portatori di speranza e custodi dei sogni di un’intera città. Come nella profonda tradizione cattolica napoletana, anche nel calcio si venerano i propri santi protettori: Maradona naturalmente, elevato a divinità calcistica, ma anche Lavezzi “el Pocho”, l’elegante Sívori e gli altri hanno guadagnato il loro posto in questo pantheon sportivo che unisce due terre lontane ma spiritualmente affini.

Il futuro vedrà sicuramente nuovi talenti argentini vestire l’azzurro napoletano, ereditando il peso di una storia gloriosa e aggiungendo il proprio capitolo a questa straordinaria storia d’amore tra due culture che continuano a riconoscersi l’una nell’altra.