Calcio & Teatro: quando il pallone prende la scena

A teatro non si parla di calcio o, meglio, non si recita calcio. E’ una convenzione non scritta ma ferrea: fa parte del ricco bagaglio di scaramanzie che i teatranti si portano appresso. In altre parole: parlare di calcio in palcoscenico non è di buon auspicio: e questo spiega la ragione per la quale è così raro trovare accenni diretti al mondo del pallone nella storia della drammaturgia. I motivi di questa fama jettatoria del calcio in scena non sono noti, così come spesso sono ignote le cause di convinzioni simili. Un caso per tutti: fra teatranti, uno dei capolavori di Shakespeare, «Macbeth», non viene mai nominato; quando non si può proprio farne a meno, il meraviglioso testo viene affettuosamente chiamato «la famosa tragedia scozzese». Quando in due allestimenti italiani di «Macbeth» gli interpreti hanno sfrontatamente sfidato la sorte, ne sono usciti malconci: una frattura alle costole per una caduta in scena durante le prove per Vittorio Gassman, sul finire degli anni 80, e una brutta polmonite durante le repliche per Carmelo Bene all’inizio degli anni 90. «Non è vero ma ci credo», dal titolo di una farsa assai esplicativa sulla jella di Peppino De Filippo.

Ebbene, questa la motivazione concreta dell’ostracismo teatrale per il calcio; la ragione teorica – volendo – è più complessa ed è insita nella nascita del cosiddetto calcio-spettacolo alla metà degli anni 70. Prendendo a prestito dal gergo teatrale molte definizioni importanti – spettacolo, appunto, ma anche regista, comparsa, rincalzo, debutto, ecc. – il calcio ha sottratto spazio concreto al teatro: tanto in termini di reclutamento del pubblico quanto in termini di reale sviluppo della ricerca spettacolare. Ossia: per molti versi il calcio è diventato in questi ultimi due decenni un sostituto – degno, degnissimo in molti casi – del teatro vero e proprio.

La stessa architettura, che fino agli anni 60 in Italia concentrava nei teatri (più ancora che nei cinema) ogni sforzo progettuale per realizzare strutture in grado di mettere in relazione pubblico e spettacolo, dopo quel periodo ha lasciato segni tangibili solo nella realizzazione di stadi da football. Degli spettacoli greci abbiamo testimonianza nei magnifici teatri di Taormina o di Epidauro; degli spettacoli latini, abbiamo memorie nei teatri di Erode Attico ad Atene o di Ostia Antica; lo spettacolo cinquecentesco ci ha lasciato il Teatro Olimpico di Vicenza, quello settecentesco il Valle di Roma, quello d’inizio 900 lo Jovinelli sempre a Roma…

La platea dello stadio

Ma per sapere quale sia il rapporto tra pubblico e spettacolo ai nostri giorni dobbiamo studiare le strutture dello Stadio Meazza di Milano, del Ferraris di Genova o dell’Allianz di Torino.

Insomma: il calcio è teatro, e questa circostanza rende impossibile ogni rappresentazione scenica dedicata al football. Senza considerare un ulteriore problema: come concentrare nei pochi metri quadrati di un palcoscenico evoluzioni calcistiche che hanno bisogno di spazi che dalle piccole platee del teatro paiono sterminati?

Tuttavia, scavando nella drammaturgia qualche legame più concreto con il gioco del calcio è possibile trovarlo. In «La Pace», Aristofane ipotizza una sorta di grande riconversione industriale per rendere utilizzabili strumenti di guerra anche in tempo di pace, immagina che i pennacchi degli elmi diventino spazzole, che le lance, tagliate in due, si trasformino in palette e che le armature possano fungere da grandi vasi. E i ragazzini privati dai giochi della guerra possono sempre distrarsi appallottolando gli stracci da battaglia dei genitori per farci palle con cui giocare a calci.

Difficile dire che qui ci sia un accenno a un progenitore del calcio, ma certo Aristofane raccontava la vita quotidiana dei suoi contemporanei molto più di quanto non facessero i suoi colleghi tragici. E poco o nulla sappiamo davvero di come si divertissero i greci fra il quattrocento e il trecento a.C., ma certo nella iconografìa dell’epoca di giochi con la palla ce ne sono molti.

Se tutto si sa dei tavoli verdi del 700 (Goldoni in «La Guerra», mima intere partite di «Faraona», mentre in «Una delle ultime sere di Carnovale» spiega per filo e per segno le regole della «Meneghella»), per scoprire le regole del calcio si può ricorrere a un monologo di Aldo Fabrizi del 1941, intitolato «Radiocronaca». Vi si ipotizza, appunto, la radiocronaca dell’incontro di calcio fra una squadra di maccheroni e una squadra di formaggi. Fabrizi è il radiocronista e descrive uno scontro impossibile nel quale i giochi di parole tra le azioni e i nomi dei calciatori rappresentano il succo comico della faccenda. E, in ogni modo, tutto comincia con uno dei calciatori che ruba la monetina che l’arbitro ha tirato in aria per attribuire «palla e porta» e finisce con gli spettatori che invadono il calcio per farsi una grande mangiata di cacio e maccheroni.

Prosa e rivista

Il teatro comico popolare del primo 900 ha un’altra familiarità con il calcio. Durante la fine della seconda guerra mondiale, il gioco del pallone era molto popolare in Italia e, in attesa del ripristino del campionato ufficiale, si disputarono parecchie partite dimostrative a scopi benefici. Gli incassi erano devoluti ai parenti delle vittime o agli sfollati o ai feriti o agli orfani. Gli incontri vedevano di fronte, in genere, una squadra composta da divi del teatro di rivista (nella quale eccellevano Raimondo Vianello e Walter Chiari) e una composta da divi del cinema e del teatro di prosa (tra questi i migliori in campo di solito erano Rossano Brazzi e Vittorio Gassman). A far la radiocronaca delle partite, in genere, veniva chiamato un attore comico che aggiungeva spettacolo allo spettacolo per chi non aveva la fortuna di assistere dal vivo agli incontri. Tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946, il radiocronista più gettonato era Ciccio De Rege, quello di «Vieni avanti, cretino!». Le sue radiocronache balbettanti e piene di nomi storpiati e quiproquo linguistici dovevano essere straordinarie.

Alla metà degli anni 50 Garinei&Giovannini misero in scena la storia di una donna proprietaria di un calciatore: «La padrona di Raggio di Luna». La vicenda era ispirata all’avventura realmente accaduta a un giocatore argentino, Mantegani, che all’inizio degli anni 50 era stato comprato da un ricco e nobile siciliano, Raimondo Lanza di Trabia, presidente del Palermo Calcio. Alla morte dell’eccentrico aristocratico, la moglie (che per altro era l’attrice Olga Villi) si trovò improvvisamente «padrona» del calciatore, senza sapere che cosa fame. Nella finzione il giocatore di proprietà esclusiva della donna, interpretata dalla grande Andreina Pagnani, aveva il soprannome «Raggio di Luna», vale a dire l’appellativo dello svedese Arne Selmosson, il primo ad aver vestito prima la maglia della Lazio e poi quella della Roma. Per il suo ruolo, Pietro Garinei e Sandro Giovannini pensarono di scritturare un vero calciatore e fecero un provino a Jeppson, uno svedese che pochi anni prima era stato comprato per la cifra record di 105 milioni. Ma Jeppson non si rivelò un buon cantante e G&G ripiegarono su un cantante professionista, Robert Alda.

«Italia Germania 4 a 3»

Avvicinandoci a noi, il calcio ha fornito anche pretesti drammatici al teatro. Come giudicare altrimenti il famoso monologo dedicato da Paolo Rossi a Evaristo Beccalossi? Un autentico inno all’eterna promessa, al genio incompreso perché incomprensibile. Come pure, la vena letteraria segnava lo spettacolo «Tacalabala», omaggio indiretto alle magie di Helenio Herrera e Nereo Rocco composto da Giuseppe Cederna. Infine, uno spazio merita la commedia «Italia Germania 4 a 3» di Umberto Marino che all’inizio degli anni 90 ha rappresentato un piccolo cult teatrale (prima di approdare al cinema) mettendo in scena le ansie, le depressioni e le paure di un gruppo di ragazzi durante i centoventi minuti più mitizzati del calcio di tutti i tempi: la semifinale dei mondiali del 1970 allo Stadio Azteca di Città del Messico.

di Nicola Fano

Pubblichiamo il testo del monologo che Paolo Rossi ha dedicato a Evaristo Beccalossi

E tutta San Siro pensò: «Questo è un vero uomo»
di Paolo Rossi

Prese la palla e la mise sul calcio del dischetto del rigore e disse: lo tiro io, con la sicurezza dell’uomo che non avrebbe sbagliato. E sbagliò.

Io pensai: per me questo comunque è un uomo. Ma quando cinque minuti dopo (ed è Storia) ridettero un calcio di rigore all’Inter, per chi si intende di calcio, ma a questo punto anche per chi non se ne intende, può’ capire la difficoltà per un giocatore che ha appena sbagliato un calcio di rigore in una semifinale di Coppa Uefa, di riassumersi la responsabilità di ritirarlo. Lui guardò tutto lo stadio negli occhi e tutto lo stadio fece: puttana Eva.

Prese la palla e la mise sul dischetto del calcio di rigore con tutta la sicurezza dell’uomo che non avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: questi per me sono uomini veri. Magari un po’ sfigati, ma … Ma quando cinque minuti poi diedero un calcio d’angolo all’Inter e lui guardò tutto lo stadio negli occhi, tutto lo stadio disse: ma che cazzo c’ha da guardarmi, questo qui? E mise la palla sul dischetto del rigore, e io pensai forse è un po’ fuori di testa. E non mi sbagliavo, perché cinque minuti dopo rubò la palla al suo stesso portiere, che gli disse: Evaristo ma che cazzo stai facendo? E’ mia, non gioco più, vado a casa, basta, sbagliato! E scartò tutta la squadra avversaria, da solo, davanti al portiere scartò anche il portiere. Da solo, davanti alla porta, scartò anche la porta, perché lui era uno che andava oltre. Scartò con un dribbling unico dodici fotografi, con un pallonetto di tacco superò le inferriate di San Slro, con un pallonetto unico infilò dodicimila ultras, palleggiando di testa, di tacco, di naso e di punta, scartò tutti quelli che doveva incontrare, discese la scalinata di San Slro, scartò tutti i poliziotti con i cani lupo, tutti quelli che strappavano i biglietti, scartò i bagarini, quelli che vendevano le pizzette e gli hot dogs…fu fermato solo in Piazzale Axum a Milano dal tram numero 15. quando si risvegliò, dopo quindici giorni di coma, la prima cosa che disse fu: “cazzo ragazzi, se non è rigore questo! lo tiro io, lo tiro io, lo tiro io”.

Lui era un grande. Lui ci ha insegnato che la sconfitta può anche essere una vittoria».