Carlo Mazzone al Brescia: 3 stagioni da ricordare

Come un allenatore di provincia portò Baggio, inventò Pirlo regista e gestì Guardiola. Tra derby infuocati, tragedie e salvezze impossibili, il calcio vero degli anni 2000.

Settembre 2000. Brescia è appena tornata in Serie A dopo anni di purgatorio, trascinata dai gol del “bisonte” Dario Hübner, capocannoniere della Serie B. La città lombarda respira aria di calcio vero, quello sudato, quello che sa di fatica e di sogni impossibili. Nedo Sonetti ha compiuto il miracolo della promozione, ma ora serve qualcuno capace di gestire la pressione del massimo campionato. Serve un maestro, un artigiano del pallone.

Ed ecco che arriva lui: Carlo Mazzone, il tecnico che ha visto più partite di Serie A di chiunque altro dalla panchina. Oltre 1.200 gare alle spalle, un curriculum che parla di miracoli sportivi e resurrezioni impossibili. L’uomo che ha fatto grande l’Ascoli, che ha sfiorato la finale di Coppa UEFA con il Bologna, che ha vissuto mille vite nel calcio italiano. A 63 anni, quando molti penserebbero alla pensione, Carletto accetta la sfida bresciana con l’entusiasmo di un ragazzino.

Brescia non è l’Inter, non è la Juventus. È una piazza calda, passionale, dove il campanilismo brucia come fuoco vivo. Ma proprio per questo è perfetta per Mazzone, l’allenatore del popolo, quello che prima di allenare calciatori allena uomini. Il suo motto è chiaro: “La tecnica è il pane dei ricchi, la tattica è il pane dei poveri”. E lui, di tattica, ne ha da vendere.

Il colpo di genio: Baggio in Lombardia

Ma Mazzone non sarebbe Mazzone senza il suo fiuto leggendario per le occasioni. Una mattina d’estate, davanti al cappuccino, sfoglia la Gazzetta e quasi si strozza: Roberto Baggio, il Divin Codino, il Pallone d’Oro 1993, sta trattando con la Reggina. La Reggina! Un anno difficile all’Inter con Marcello Lippi, incomprensioni, panchine. Il più grande fantasista italiano degli ultimi vent’anni rischia di finire in Calabria.

Mazzone non ci pensa due volte. Prende il telefono, chiama un amico comune, si fa mettere in contatto con Baggio. La conversazione è diretta, come suo solito. “Roberto, perché devi andare fino in Calabria? Vieni a Brescia. Siamo vicini a Milano, vicini a Caldogno, alla tua famiglia. Qui puoi ancora fare la differenza”.

Il Divin Codino ci pensa. Trentatré anni, due ginocchia che hanno visto troppi chirurghi, due stagioni altalenanti. Ma c’è qualcosa nella voce di Carletto che lo convince. Quella sincerità ruvida, quella passione autentica. E così Roberto Baggio firma per il Brescia, una neopromossa. Il calcio, a volte, regala favole impossibili.

Una pizza che cambiò la stagione

Pirlo e Baggio

I primi mesi sono duri. Brescia arranca, alla pausa natalizia è penultimo. Baggio fa quello che può, ma serve altro. Serve qualità in mezzo al campo, serve visione. Ed ecco che Mazzone fiuta un’altra opportunità: Andrea Pirlo, ventunenne talento dell’Inter, bresciano doc ma bloccato a Milano da appena quattro presenze stagionali. Carletto lo vuole, lo riporta “a casa” in prestito.

Ma Pirlo nelle prime partite delude. Gioca da trequartista, un ruolo già occupato da Baggio. Il presidente Corioni si spazientisce, i tifosi borbottano. Mazzone però ha bisogno di tempo, quella risorsa che nel calcio moderno nessuno concede mai.

È qui che accade il miracolo. Una sera, nel centro sportivo di Coccaglio, dove Mazzone vive durante la settimana lontano dalla famiglia, condivide la cena con il suo fido vice Leonardo Menichini. Davanti a un calzone fumante, il Mister lancia l’idea: “Che pensi se mettiamo Pirlo davanti alla difesa?”.

Menichini sgrana gli occhi. Pirlo regista? Il ragazzo ha sempre giocato più avanti. Ma Mazzone ha già tutto chiaro in testa: “La sua qualità tecnica gli permetterà di sfuggire al pressing avversario e lo connetterà direttamente a Baggio”.

Mazzone e Hubner

Resta da convincere l’interessato. Carletto lo chiama, lo guarda dritto negli occhi: “Diventerai il Falcão del Brescia”. Il riferimento al leggendario centrocampista del Brasile anni ’80 fa brillare gli occhi del giovane Pirlo. E così nasce l’Architetto, la sentinella che illuminerà il calcio italiano per i successivi quindici anni.

Il gioco del Brescia diventa cristallino: Pirlo detta i tempi, Baggio si muove tra le linee con la leggerezza di un fantasma, Hübner finalizza. I risultati arrivano, travolgenti. Da marzo in poi, il Brescia non perde più, chiude all’ottavo posto, si qualifica per la Coppa Intertoto. Baggio segna dieci gol, Hübner addirittura ventiquattro. 

Pep, il Catalano Spaesato

Estate 2001. Hübner saluta, va al Piacenza per sei miliardi di lire. Pirlo deve tornare all’Inter. Mazzone cerca un sostituto per il centrocampo, vuole Federico Giunti del Milan. Ma il suo manager Mauro Pederzoli, grazie ai contatti della moglie spagnola, gli porta su un piatto d’argento un nome clamoroso: Josep Guardiola.

Sì, proprio lui. Il capitano del Barcellona di Cruijff, una stagione difficile in Catalogna, voglia di rilancio. Anche la Juventus ci prova, ma è la prospettiva di giocare con Roberto Baggio che convince Pep.

Mazzone tiene sotto controllo la sua argenteria: Baggio e Guardiola

Quando Guardiola arriva a Brescia, però, lo shock culturale è totale. Abituato al perfezionismo maniacale di Van Gaal, che al Barcellona faceva togliere i denti del giudizio ai giocatori per evitare rischi, si ritrova in un centro sportivo con due campetti e un edificio che racchiude tutto. E ad accoglierlo c’è un Carlo Mazzone che gli spara in faccia: “Non ti volevo, non so cosa ci fai qui. Ho già preso Giunti, gli ho dato fiducia. Ma ti dico una cosa: se sei molto bravo, ti darò la tua occasione”.

Benvenuto in Lombardia, Pep.

Quattro giorni dopo, il derby contro l’Atalanta Bergamo. Guardiola assiste dalla tribuna a una scena surreale. Brescia e Bergamo si odiano dal 1156, dalla Battaglia di Palosco. Il campanilismo qui in Italia è religione, e questo derby è guerra santa. Nel 1993, durante un match, ci furono invasioni di campo, guerriglia urbana, trenta feriti.

15 settembre 2001. Stadio Mario Rigamonti, 15.000 anime. Arbitra Pierluigi Collina, il migliore al mondo. Baggio porta in vantaggio il Brescia, ma l’Atalanta ribalta tutto con tre gol. Gli ultras bergamaschi insultano Mazzone, offendono sua madre. Carletto ribolle, promette vendetta. 

Al 75′, Baggio accorcia. E Mazzone pronuncia la sua profezia: “E mò se famo il 3 a 3 vengo sotto lì da voi!“. Ultimi minuti, punizione dal limite. Il Divin Codino la mette all’incrocio. 3-3. Il Rigamonti esplode. E Carlo Mazzone impazzisce.

La corsa leggendaria

Mazzone, carico di rabbia e orgoglio, parte a razzo verso la curva. Schiva il delegato della Lega Cesare Zanibelli, supera Menichini che cerca di fermarlo. Il volto deformato dall’emozione, il pugno alzato, urla verso gli ultras bergamaschi: “Li mortacci vostra! Mo’ arivo, mo’ arivo!”.

Collina non può far altro: cartellino rosso. Mazzone alza le braccia, si scusa, sorride imbarazzato. In conferenza stampa dirà: “Quello che avete visto correre era il mio gemello, quello che arriva la domenica e prende il mio posto”.

Cinque giornate di squalifica. Ma il Brescia vola lo stesso. Guardiola sublime, Baggio cammina sulle acque con otto gol in nove partite, Luca Toni (arrivato dal Vicenza) fa dimenticare Hübner. Fino al tracollo contro la Lazio: 5-0 e, peggio ancora, Guardiola positivo al doping per nandrolone. Quattro mesi di squalifica dopo battaglie giudiziarie.

Il dramma e la redenzione

Inverno 2002. Baggio è spesso in tribuna per problemi fisici, Guardiola squalificato. Il Brescia affonda: due pareggi in otto partite. Poi, la tragedia che spezza il cuore: Vittorio Mero, difensore della squadra, muore in un incidente stradale dopo aver assistito alla semifinale di Coppa Italia. I compagni lo scoprono durante il riscaldamento, il padre in diretta tv.

Quattro giorni dopo, trasferta a Lecce, partita cruciale per la salvezza. Nessuno ha voglia di giocare. Mazzone, il volto segnato dal dolore, osserva Baggio in lacrime prima del fischio d’inizio. Il Brescia vince 3-1, il terzo gol lo segna Emanuele Filippini, l’ultimo ad aver visto Mero vivo. “Avevo sbagliato gol molto più facili in carriera. È stato lui a farmelo segnare”, dirà dopo.

A sette giornate dalla fine, il Brescia è in zona retrocessione. E Mazzone torna al “mazzonismo” puro: “Palla lunga a Luca Toni”. Pragmatismo estremo. Funziona: vittoria 3-0 contro il Perugia, tripletta di Toni.

Ultima giornata, Brescia-Bologna. I felsinei giocano per l’Europa, i lombardi per la salvezza. Guardiola infortunato, Mazzone squalificato guarda dalla tribuna, Menichini in panchina. Arbitra ancora Collina. Prima frazione bloccata, poi Carletto scatena l’inferno negli spogliatoi.

Ripresa: gol di Jonathan Bachini, poi rigore di Baggio (parato e ribadito in rete), infine Toni chiude i conti. Il Brescia è salvo. Mazzone, in totale riserbo e senza clamore mediatico, decide di farsi carico delle spese di mantenimento e istruzione del piccolo Alessandro Mero, figlio di Vittorio. Per Baggio, la gioia dura poco: Giovanni Trapattoni non lo convoca per i Mondiali 2002.

L’ultimo ballo

Estate 2002. Guardiola va alla Roma, Castellazzi alla Reggina, Filippini al Parma, Bonera cresce. Baggio, deluso dall’esclusione mondiale, non trova motivazioni. Anche Mazzone tentenna. Serve tutta l’astuzia del presidente Corioni per far firmare entrambi: due anni per il Mister, contratto con clausola per il Divin Codino (se parte Mazzone, parte anche lui).

La stagione 2002-03 inizia male, ma poi si accende. Guardiola torna a gennaio, in rotta con Fabio Capello. Il Brescia risorge: vittorie contro Atalanta (3-0) e Milan, nono posto finale, qualificazione alla Coppa Intertoto.

Pochi giorni dopo, Mazzone lascia. Sogna un ritorno alla sua Roma, che non arriverà. “Sono state tre bellissime stagioni, piene di soddisfazioni. È meglio finire in bellezza, è il momento giusto”.

Finirà a Bologna, lontano dai fasti lombardi. Ma a Brescia, in quel club di provincia, Carlo Mazzone ha scritto una pagina leggendaria: un Pallone d’Oro, il capitano del grande Barça, due futuri campioni del mondo 2006. E soprattutto, ha lasciato un insegnamento immortale: “Prima di allenare giocatori, alleno uomini”.

Certo, tutti ricordano quella corsa folle verso la curva nel derby con l’Atalanta. Ma Mazzone è stato molto più di quel momento. È stato l’intuizione di una sera davanti a una pizza, quando ha capito dove mettere Pirlo. È stata la telefonata che ha convinto Baggio a scegliere Brescia invece della Reggina. Sono state le lacrime per Mero, la capacità di tenere unita una squadra anche nei momenti più bui.

Mazzone sapeva fare l’allenatore, certo. Ma prima di tutto sapeva fare il padre, l’amico, l’uomo.