Il carteggio Soriano-Arpino: “Il nuovo calcio, così triste, solitario y final…”

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Anno 1977, Soriano ha da poco lasciato l’Argentina caduta nelle mani dei militari. Solo e senza soldi, un giorno riceve la recensione di un suo libro fatta da Arpino. E gli scrive una lettera cui ne seguiranno molte altre su dittatura, letteratura e “fùtbol”…


Bruxelles, 17 Agosto1977
Caro Arpino,
conosco molto da vicino il mondo del calcio in Argentina e qualcosa — forse altre similitudini — mi dice che non c’è troppa distanza (almeno questo è quello che mi hanno raccontato i giocatori argentini che hanno fatto una parte della loro carriera in Italia) tra un ambito e l’altro. Il calcio mi ha sempre appassionato e come giornalista sportivo ho potuto conoscere anche la miseria interna dei dirigenti e delle istituzioni. In Italia c’è in questo senso una differenza fondamentale dato che i club sono praticamente delle proprietà private. In Argentina, la proprietà societaria, vale a dire il mantenimento dei club da parte dei loro stessi tifosi, gli conferisce ancora un carattere folcloristico, di società di beneficenza che a volte nasconde i peggiori negoziati o, come non molto tempo fa, un arsenale di armi della Alianza Anticomunista Argentina che si era impadronita del San Lorenzo de Almagro. Le auguro il più grande successo. A novembre andrò in Italia, ma non credo che mi sarà possibile andare a Torino. Ho per l’Italia un amore che mi trabocca e un giorno le racconterò quanto piansi il giorno in cui vidi Roma per la prima volta. Il fatto è che noi argentini siamo molto sentimentali. Dicono che siamo degli italiani che parlano spagnolo e si credono inglesi. A volte è vero, salvo nel caso di Jorge Luis Borges, uno scrittore geniale che è inglese, parla spagnolo e si crede argentino.

30 Luglio 1978
Caro Giovanni:
[…] L’altro giorno sono finalmente riuscito ad avere Cuore di cane di Bulgakov. Un capolavoro! Dio, che romanzo! Grazie per avermelo fatto scoprire. Come procede Azzurro tenebra? Sei riuscito a sentire Gardel nel suo anniversario o il mondiale non lasciava sentire la sua voce? In quanto al calcio, l’Argentina non poteva perdere con quella organizzazione preparata (giocare dopo gli altri) e nella finale un arbitro italiano e un guardalinee uruguaiano. A me, fanatico del calcio, il mondiale ha fatto molta tristezza. Quanto sarebbe stato bello festeggiarlo in altre condizioni. Insomma, spero che non passi un anno prima di tornare in Italia (forse per fine anno quando uscirà Mai più pene né oblio, che Angelo Morino sta traducendo). Mi piacerebbe molto vederti. Aspetto qualche riga da te e se hai a portata di mano i tuoi articoli sul mondiale fammeli avere, per favore.

14 Ottobre 1978, Parigi
Caro Giovanni: Io sono un pessimista e il bilancio di questo mondo cane mi sembra sempre nero. Inoltre, mi sono portato un gatto a casa ed è malato (già aveva solo mezza coda e il naso schiacciato, come un pugile). Ma ieri la Einaudi mi ha mandato 5 critiche su Triste e il mondo mi è sembrato più roseo. Tanto più che qui in Francia nessuno ha capito nulla. Non voglio insistere sul tema: tu sei — Orengo lo sospetta nel suo appunto — un po’ (troppo?) Marlowe e da qui la tua passione per il romanzo. Il tuo appunto è di nuovo magnificamente esagerato e la cosa peggiore è che, a causa del primo, non posso accusarti di amicizia. Ebbene quello è il tema del romanzo, come lo è nei successivi. C’è un errore di interpretazione: Mai più pene né oblio è la storia di una rivolta (di nuovo l’etica dei poveri) in un piccolo paese e del suo presunto massacro (durante il peronismo nel 1974). In Quartieri d’inverno è l’amicizia tra un pugile e un cantore di tango. La storia su Parigi è in corso, ma per ora è solo una promessa. A volte, mentre correggo e riscrivo, mi dico che queste storie non valgono la pena di essere raccontate, perché sono troppo piccole. Ma chissà che il mondo – un mondo migliore – non le legga un giorno con piacere. Come La suora giovane. La tua osservazione sul romanzo che si mangia tutto e il fumetto come possibilità, mi sembrano giuste. Io non credo nella fine della letteratura, come non posso credere nella fine della musica o della pittura.

È vero che, rispetto al cinema sono forme “incomplete”, ma finché ci sarà un uomo al mondo sarà viva. Il solo contatto dell’uomo con il suo “entourage” la produce. E se si aggiunge la pena, si è subito vicini all’arte (parola che mi disgusta profondamente e che solo pochi hanno diritto di pronunciare riferendosi a se stessi). C’è uno spirito italiano: tragico, capace di produrre un umorismo che altri popoli non conoscono, salvo un poco il nostro, che è un figlio bastardo. Per questo voi potete ridere con Triste mentre i francesi rimangono solenni come una boîte au lettres. E i tedeschi riflettono. Perché l’italiano ride di se stesso, non si prende sul serio, come ne La grande guerra di Monicelli (che ho visto l’altro giorno). Certo, c’è anche Buzatti [sic] (ho cominciato a leggere Il deserto dei tartari). E non voglio parlare di te perché puzza di abbraccio. Ieri mi è arrivato un pacco di libri, appunti e lettere della mia ex biblioteca di Buenos Aires. È stato come se mi avessero mandato il cadavere di un’epoca della mia vita. Lettere di morti, ricordi di mio padre e un racconto che lui scrisse un anno prima di morire. Lui non aveva mai letto letteratura né sapeva della sua esistenza. Credo che quando uscì il mio libro lui volle fare qualcosa che lo avvicinasse un poco a quel figlio (unico) che non era diventato ingegnere come lui avrebbe voluto. Il nostro rapporto è sempre stato buono e ci chiamavamo per cognome (cioè, da Soriano a Soriano e non da padre a figlio), il che segretamente mi faceva inorgoglire. Comprava le cose più inverosimili e complesse: macchine che non servivano mai a nulla ma erano care e belle. Non riusciva mai a pagarle, così doveva portarle alla banca o lasciare che il venditore gliele levasse. Adesso rileggerò il suo racconto che, se non ricordo male, era una storia senza importanza per gli altri. Voleva anche scrivere un libro sulle barche a vela, ma non era mai stato in mare. Un grande abbraccio, Giovanni
Osvaldo

2 Novembre ‘78
[…] Sto lottando contro un capitolo che mi fa infuriare e che era riuscito quasi a scoraggiarmi. Credo che ora vada meglio, ma la pigrizia, purtroppo, è un nemico che mi ha sconfitto da tempo.

Spero di vederti presto. Un grande abbraccio.

Parigi, 17 Settembre ‘78
Caro Giovanni,
le tue valutazioni sull’Argentina sono interessanti e utili. L’ondata crescente di “nazionalismo”, pianificata dai mezzi di diffusione e con i conseguenti paralleli “mussoliniani”, è il più grande problema con cui noi dovremo fare i conti in futuro. Purtroppo nell’esilio c’è gente che pensa che «il popolo è in lotta» dietro a quella barriera di silenzio. Forse. Ci sono continuamente scioperi e sabotaggi, ma la situazione è nera, nera, per molto tempo. Mi è difficile abituarmi all’idea del ritorno impossibile. Tanto più perché i miei personaggi (lo vedrai nel mio secondo romanzo) sono sempre più “legati” alla loro realtà immediata, alla loro tragedia quotidiana. […] Mi piacerebbe molto poter leggere Azzurro tenebra, in modo particolare perché il tema del calcio mi appassiona e c’è un personaggio che si chiama Osvaldo e un altro Arp; ma non c’è niente da fare, anche con il dizionario in mano mi è difficile. Aspetterò la traduzione in spagnolo o in francese. Tienimi al corrente. Mi dici che stai dubitando di te; suppongo che ti riferisci al lavoro “per la pagnotta” del giornalismo (i dubbi sul lavoro letterario, lo sappiamo, sono permanenti e più o meno acuti a seconda delle tappe): io non lascerei il giornalismo sportivo per l’“altro”, a meno che uno non ottenga (io l’ho avuta per un anno) quelle rubriche divertenti che ti permettono di scrivere su qualsiasi cosa che ti venga in mente senza dover andare per strada a cercare le informazioni. Suppongo che tu sia in condizioni di impadronirti di questo e di rendere la tua vita più tranquilla. Hemingway diceva (e ne sono convinto anche io), che a un certo punto bisogna allontanarsi dal giornalismo. Lo “sport” ha il vantaggio di essere una forma che non corre il rischio di “mescolare” gli stili. Credo che non è un caso che tu sia stanco del giornalismo sportivo dopo Azzurro tenebra. Immagino che ci avrai già pensato, non è vero? Ti è servito per il romanzo e adesso… che interesse gli rimane? È meglio vedere il football dalla tribuna, senza dover correre a scrivere.

7 Maggio ‘79
[…] Gli amici mi dicono che in un piccolo club di Buenos Aires, l’Argentinos Juniors, c’è la salvezza del Torino. Si chiama Diego Armando Maradona, ha 18 anni ed è, secondo i giornalisti e i miei amici stessi, il più grande giocatore (anche se è basso di statura) degli ultimi 30 anni. Fa due gol a partita (la sua è una squadra misera ma sono primi) e fa già parte della selezione nazionale. Certo, tutti i grandi, e il Barcellona, lo vogliono comprare: costa, credo cinque milioni di dollari. Se il Torino ha quei soldi è salvo. Dicono che paragonato a lui Sivori è un energumeno. Poi non dite che non vi avevo avvertito. Un abbraccio grande.
Osvaldo
44, rue de la Bidassoa 75020 Paris

Paris, 4 Agosto 1980
[…] Cerco di lavorare: ho i personaggi ma non la storia, il che come ti ho già raccontato mi mette di pessimo umore e mi deprime terribilmente. Vorrei avere la tua forza per affrontare e risolvere la trama di una storia. Tutto ciò che mi viene in mente mi sembra banale e scartabile. Allora, come qualsiasi imbecille mi riempio di complessi. La felicità? Una mascherata. Uno scrittore, quando non scrive, si sente come un gatto che non può saltare muri né saltare sugli alberi. Ti ringrazio molto per la tua offerta. Cercherò, per allora, di avere scritto qualcosa che valga la pena di essere letto.

Un forte abbraccio e i miei migliori auguri per Il fratello italiano. Bel titolo, in quanto semplice e suggestivo.

Parigi, 2 Luglio 1983
Caro Giovanni,
da quanto tempo non ci scriviamo! Volevo raccontarti, brevemente, che sono stato in Argentina dopo quasi 7 anni di assenza. Laggiù sono stati finalmente pubblicati i miei libri e ho provato un’emozione che è difficile trasmettere in poche righe, nel tornare nella mia città e dai miei amici. Mi sono ricordato di te laggiù, siamo stati insieme in più di un momento. Nonostante i militari tutto comincia a muoversi, la gente ha perso la paura e comincia a vedere l’umiliazione a cui è stata sottoposta. C’è una profonda colpa collettiva e uno scetticismo spaventoso di fronte alle prossime elezioni (che il peronismo vincerà di nuovo, senza dubbio). Ma accanto a questo si fanno cose, il paese comincia a rivivere, a precipitarsi su ciò che gli era stato vietato. Così, i miei ultimi due romanzi, quelli che tu conosci, sono bestseller — quelle honte, mon Dieu!— da nove mesi e il mio viaggio è stato un’esperienza stupenda. Torno a Buenos Aires a settembre e forse definitivamente a gennaio prossimo, quando avrà assunto i poteri il governo civile. Il compito democratico sarà duro e decisivo. Il mese prossimo pubblicherò un libro di racconti-articoli apparsi su La Opinión (il quotidiano di Jacob Timerman), tra il 1972 e il 1974. Non credo che interessi agli editori italiani. Stai scrivendo? Sei sempre al giornale di Milano? Insomma, qué es de tu vida?, come si dice da noi.
Sono andato a vedere del football a Buenos Aires; è talmente brutto che bisognerà cambiargli nome, inventare una definizione nuova per ventidue tizi con un pallone e due porte. In quattro partite ho mandato giù tre zero a zero e, per fortuna, un due a uno senza infamia e senza lode. Il pugilato, invece, continua a essere buono, come le belle donne e il vino molto a buon mercato. Non dimenticare di scrivermi qualche riga. Un grande abbraccio e a presto

Buenos Aires, 24 Dicembre 1984
Caro Giovanni,
due righe per mandarti il mio indirizzo definitivo (?) a Buenos Aires e augurarti un anno ‘85 migliore di quello che abbiamo trascorso. Eccomi qua, vivo nel quartiere italiano di La Boca, che forse hai conosciuto nel tuo viaggio. In realtà si tratta di genovesi e napoletani: il barbiere della strada accanto, vicino al campo del Boca Juniors, sta qui dal 1924. Mentre mi tagliava i capelli mi ha raccontato che suo padre è morto in guerra. Gli ho chiesto su quale fronte e mi ha risposto, sorpreso: «No, quale fronte, è morto per un’influenza durante la guerra». Forse potrò usare il dialogo nel maledetto romanzo che sto scrivendo (e per cui mi sono impegnato con Rizzoli) che pretende di far ridere con le storie parallele di due argentini — uno in Africa, l’altro in Europa — durante la guerra delle Malvine. La storia mi si è abbastanza complicata e non so fino a che punto ho lavorato inutilmente. Ho la sensazione che sia un delirio senza capo né coda che non vuole dire niente e che mette a zampe all’aria la realtà. Che Dio mi aiuti. I personaggi confondono tutto e io pure. Dopo aver messo su la redazione di un settimanale di notizie ho litigato con il padrone e me ne sono andato sbattendo la porta, vale a dire che non mi sono portato via nemmeno un peso e sono rimasto senza lavoro. Per fortuna il bestsellerato mi ha dato abbastanza da vivere per sei mesi a regime misurato e trascorrerò l’estate scrivendo il romanzo. Dovrei aver pronta una bozza per marzo, ma non ne sono tanto sicuro. Mi torna sempre quella nota sensazione che tutto ciò che si è fatto sia spazzatura. Ma così sono le cose e bisogna abituarcisi. Oggi qui è finito il campionato di calcio ed è campione, per la prima volta nella sua storia, un club molto piccolo di un quartiere della capitale da cui è uscito fuori Maradona: l’Argentinos Juniors. Suppongo che se continua così, Maradona finirà per giocare in una squadra di serie B… Ti mando un grande abbraccio e aspetto tue notizie. A presto.
Soriano

(Traduzione di Luis Enrique Moriones)

E “Arp” chiedeva di Mondiali, regime e Gardel

“Caro fratello italiano”. Confessioni dall’esilio

di Massimo Novelli

Nella primavera del 1977, all’inizio di aprile, Osvaldo Soriano se ne stava nell’esilio di Bruxelles. Aveva lasciato la sua Argentina caduta in mano ai militari ed era «senza denaro e quasi senza conoscere la lingua», impegnato «nella lotta per la sopravvivenza in Belgio», quando ricevette la copia dell’articolo entusiasta di Giovanni Arpino sul suo primo libro Triste, solitario y final. La recensione gli era stata recapitata con un notevole ritardo, assolutamente romanzesco, visto che era uscita sulla Stampadel 29 novembre 1974. Emozionato dai giudizi lusinghieri, ma un po’ intimidito all’idea di rispondere al narratore torinese «màs extraordinarios que ho conocido», alla fine si decise dopo avere visto il film Profumo di donna che Dino Risi aveva tratto dal romanzo Il buio e il miele. Si mise alla macchina per scrivere, i cui ticchettii tanti problemi gli avrebbero creato con i vicini di casa di Bruxelles e poi di Parigi, e cominciò a battere con una certa trepidazione: «Estimado señor Arpino, con mucho retraso han llegado a mis manos el artìculo que usted escribiò…».

Poco meno di un anno dopo, il «señor Arpino» era diventato «Querido Giovanni». Tra i due, del resto, non poteva che nascere una “bella amicizia”, sulla falsariga di quella tra Rick (Humphrey Bogart) e il capitano Renault (Claude Rains) in Casablanca, uno dei film prediletti da Soriano e da Arp. Accomunati dalla stima reciproca, affratellati dalla passione comune per il fùtbol, al quale entrambi avevano regalato pagine memorabili, e gli eroi randagi e picareschi, e convinti che «un escritor sòlo se salva escribiendo», continuarono il loro intenso colloquio per molti anni. A interromperlo fu soltanto la prematura morte di Giovanni, avvenuta a Torino il 10 dicembre del 1987. Proprio quel giorno, come ha raccontato Bruno Arpaia su Repubblica, Soriano (che morirà, a sua volta giovane, nel 1997) arrivò a Roma da Buenos Aires, dove era ritornato a vivere con la fine della dittatura.

Allorché seppe della morte di Arpino, impallidì e abbassò lo sguardo, mormorando: «L’ho conosciuto bene, Giovanni. Abbiamo bevuto insieme, siamo andati anche a vedere una partita». Sono diciassette le lettere, finora inedite, che Osvaldo scrisse a Giovanni, il suo «fratello italiano», e che siamo in grado di pubblicare grazie alla generosità di Caterina Brero, la vedova di Arpino, che sta riordinando i carteggi del marito. Come in un lungo racconto, o in un romanzo chilometrico quanto “il rigore più lungo del mondo” di una storia celeberrima di Soriano, documentano non soltanto le pene e l’oblio, fino alla sua affermazione letteraria, della vita da esiliato dello scrittore e giornalista di Mar della Plata, ma pure, in un forte riflesso, quelle del «Querido Giovanni», che, seppure romanziere più che famoso e di successo, scontava invidie e incomprensioni soprattutto in seguito al suo passaggio, da inviato e opinionista, dalla Stampa al Giornale di Indro Montanelli, e alla sua gran polemica calcistica e non solo tale con Gianni Brera.

Il fùtbol ha una parte non secondaria nelle lettere. Sono gli anni in cui Arp lavora ad Azzurro tenebra, il romanzo sui Mondiali del 1974 in Germania, e Soriano rielabora le storie del pallone e dei suoi campioni, come Obdulio Varela, pubblicate sulla Opinìon. Osvaldo gli parla della sua tristezza per il campionato mondiale in Argentina del ‘78 vinto inevitabilmente dalla Nazionale di casa, perché l’Argentina «no podìa perder con esa organizacìon preparada» e mercé una finale con un arbitro italiano e un guardalinee uruguaiano. E Giovanni, dall’Italia, gli deve accennare qualcosa sui travagli del Torino, un club che ama sebbene lui sia un vecchio tifoso della Juventus.

Non potendo per ora leggere le lettere di Arp a Soriano, possiamo soltanto ipotizzare. Però è credibile che gli invii una traduzione della sua poesia sul Grande Torino, narrandogli la storia della squadra leggendaria. Osvaldo, infatti, nel maggio del ‘79 suggerisce a Giovanni di far acquistare dal Toro il cartellino di un giovanissimo ma straordinario talento: un ragazzo di nome Diego Armando Maradona. Sono miti e romanticismo di un fùtbol che, ai loro occhi, stava scomparendo, ucciso dal calcio-business, tramontato in un “azzurro tenebra”. Non a caso, in una delle ultime lettere, risalente al luglio ‘83, Osvaldo gli racconta di avere assistito a Buenos Aires ad alcune partite. Tanto brutte, gli scrive, che bisognerebbe «cambiare il nome» al gioco del calcio, ormai triste, solitario y final.

Fonte: La Domenica di Repubblica del 18/6/2006, pagg. 1-3

OSVALDO SORIANO

Figlio di Aracelis Lora Mora e Alberto Franca, un catalano ispettore di Obras Sanitarias (l’azienda incaricata del servizio di acqua potabile in Argentina), passò la sua infanzia insieme alla famiglia girando per l’Argentina, di paese in paese per le diverse province, seguendo il destino lavorativo di suo padre. Compiuti 26 anni, si trasferì nel 1969 da Tandil a Buenos Aires per entrare nella redazione della rivista “Primera Plana”. Nel 1971 entrò a far parte della redazione del nascente quotidiano La Opinión, un giornale che intendeva rivolgersi alla borghesia liberale e di sinistra. Le vicende del giornale però si intrecciarono ben presto con quelle politica e con il tentativo di eliminare dal giornale qualsiasi collaboratore di sinistra. Per sei mesi di seguito, a Soriano, che rimase al giornale fino al 1974, non fu concesso di pubblicare una sola riga. Fu in questo contesto che egli decise di scrivere dei racconti in cui ricostruiva la vita dell’attore inglese Stan Laurel. Quei racconti si trasformarono ben presto in un romanzo: Triste, solitario y final, una affettuosa e struggente parodia, ambientata a Los Angeles e con protagonista Philip Marlowe. Nel 1976, in seguito al colpo di stato, Soriano abbandonò l’Argentina e si recò prima in Belgio e poi a Parigi, dove rimase fino al 1984. Al suo rientro a Buenos Aires la pubblicazione dei suoi libri lo portò al successo, non solo in Sudamerica, ma in tutto il mondo. Morì il 29 gennaio del 1997 a Buenos Aires, vittima di un cancro ai polmoni. Il giornale Il Manifesto, con cui Soriano aveva collaborato, il giorno della sua morte gli dedicò la prima pagina. Sepolto nel Cimitero della Chacarita (Buenos Aires).

GIOVANNI ARPINO

Giovanni Arpino nasce a Pola, dove, il padre, ufficiale di carriera di origine napoletana, era di guarnigione. Si trasferisce prima a Bra, la città di sua madre, dove sposa Caterina Brero, e poi a Torino, dove rimane per il resto della sua vita.
Laureatosi presso l’Università degli Studi di Torino (facoltà di Lettere) con una tesi su Sergej Aleksandrovič Esenin nel 1951, nell’anno successivo esordisce nella letteratura con il romanzo Sei stato felice, Giovanni, pubblicato da Einaudi.
Fa conoscere in Italia lo scrittore Osvaldo Soriano, e vince il Premio Strega nel 1964 con L’ombra delle colline, il Premio Moretti d’oro nel 1969 con Il buio e il miele, il Premio Campiello nel 1972 con Randagio è l’eroe e il Super Campiello nel 1980 con Il fratello italiano. I suoi romanzi sono caratterizzati da uno stile asciutto e ironico.
Scrive anche drammi, racconti, epigrammi e novelle per l’infanzia. Nel 1982 vince il Premio Cento per Il contadino Genè.
Grande appassionato di calcio, nel 1977 pubblica il romanzo Azzurro tenebra. Nel 1978 segue i Mondiali in Argentina per il quotidiano torinese La Stampa. Nel 1980 comincia una collaborazione con il quotidiano milanese il Giornale, scrivendo di cronaca, costume e cultura. È stato molto amico di Indro Montanelli, al quale ha presentato il giovane Marco Travaglio.
Scompare a Torino il 10 dicembre 1987, a 60 anni, a causa di un carcinoma.
Era particolarmente legato alla città della sua giovinezza, Bra, la quale gli ha dedicato un centro culturale polifunzionale ed un premio di letteratura per ragazzi.