Che notte, quella notte

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Cinquanta campioni del passato hanno decretato: Italia-Germania 4-3, semifinale dei mondiali messicani del 1970, è la partita del secolo.

Come dimenticare? 1-1 nei temi regolamentari. Un match omerico, onirico, ricco di pathos, di attese, vibrazioni, colori, calore. Uno slogan “italiagermaniaquattroatre“, un motivo di vanto per il nostro calcio, spesso vittima della dolorosa sindrome coreana (Pak Doo Ik, Inghilterra 1996) o dell’incubo americano (i rigori di Pasadena, 1994). C’è una targa allo stadio Azteca che, per sempre, ricorderà quell’avvenimento, quell’incontro, quel confronto tra italiani e tedeschi. ItaliaGermania 4-3 è oggi un’opera teatrale: soprattutto, è una memoria felice.

Il recupero di un football romantico, dove il cuore contava più del portafoglio, dove i campioni erano campioni per davvero e una ciabattata di Angelo Domenghini era come un poema.

E bisognerebbe dedicare un via al vero eroe della partita: al tedesco Karl Heinz Schnellinger. Italia-Germania 4-3 esiste perché quel biondo terzino del Milan, elegante e forte, realizzò la rete del pareggio al 91′, a tempo scaduto. Lì si compì il destino del match del secolo. In caso contrario, cosa sarebbe rimasto? L’1-0 per gli azzurri, gol di Boninsegna, niente da raccontare, un match come tanti altri, forse soltanto un po’ più noioso.

Oh sì, grazie herr Schnellinger per quella prodezza, per quella spaccata degna di una ballerina della Scala. Perché dopo arrivarono le meraviglie dei supplementari. Il guizzo di Gerd Muller, il pareggio di Burgnich, che calciò a occhi chiusi, il vantaggio italiano con Gigi Riva e il suo sinistro, ancora Gerd Muller, piccolo e terribile, infine il tocco di classe di Gianni Rivera, per niente abatino, l’uomo giusto al posto giusto.

E sembra di rivederli gli eroi dell’Azteca, in quelle immagini via satellite in bianco e nero. Abbracciati e felici. Domenghini senza più una stilla di sudore, esausto. Riva con i pugni tesi verso il basso, Boninsegna con i pugni tesi verso l’alto, Cera sempre uguale, quasi a nascondere la più piccola emozione, ma chissà cosa gli stava succedendo dentro.

E i vinti, ma li ricordate i vinti? Beckenbauer con il braccio ferito al collo, Vogts senza più quella faccia smunta e cattiva, Overath con i calzettoni abbassati e il morale ancora più a terra, Maier incredulo e pronto a scommettere che Rivera gli avrebbe turbato più di una notte agitata o insonne.

E l’Italia in piedi, pronta a riversarsi per le strade, a riempire le piazze. Che notte, quella notte del 17 giugno 1970. Peccato non poter più abbaiare di gioia alla luna, quella luna violata, quella luna poco poetica e molto americana, con le orme di Armstrong e la fine di un sogno.

Di lì a quattro giorni, l’Italia sarebbe stata chiamata alla finale con il Brasile. Sempre a Città del Messico, la capitale dove non esiste il cielo perché la coltre di smog lo copre tutto. Azzurri esausti e tormentati, qualche bega interna, Valcareggi a giocarsi (testa o croce?) Mazzola o Rivera, Walter Mandelli che cercava di controllare gli umori dello spogliatoio e della stampa.

Dall’altra parte, samba e felicità. I brasiliani in semifinale avevano piegato la resistenza dell’Uruguay. 3-1: l’illusione di Cubilla, poi la sarabanda di Clodoaldo, Jairzinho e Rivelino.

Ma quanta attesa, quante speranze! Una rivista messicana, all’avvio del mondiale, pubblicò in copertina, a grandezza naturale, la foto del piede destro di Pelé e quella del piede sinistro di Riva. Loro, i protagonisti attesi. Pelé mantenne sempre fede alle promesse, lui che quattro anni prima, in Inghilterra, conobbe le sevizie dei mastini bulgari. Riva cominciò male, eccessive pressioni, un enorme carico di responsabilità, poi il risveglio contro il Messico: una doppietta ad allontanare le streghe e le bieche cassandre.

Ma il 21 giugno 1970, terminò l’illusione, in quel gran mare di funambolismo verde oro. Pelé saltò più in alto di Burgnich, pur essendo partito dopo in elevazione, Brera scrisse che sembrava appeso a un immaginario ramo, pareggiò, nell’effimera azzurrità, Boninsegna rubando letteralmente il pallone a Riva. Nella ripresa, non ci fu storia e nemmeno avventura. Gerson, Jairzinho, Carlos Alberto: 4-1. La Coppa Rimet consegnata definitivamente al Brasile, già campione nel ’58 in Svezia e nel ’62 in Cile. Sorrideva il ct Mario Lobo Zagallo, ballava e cantava la torcida, tamburi e denti bianchi.

E l’Italia? Schiumava rabbia l’ambiente azzurro, con Rivera spedito sul prato verde da Valcareggi soltanto a sei minuti dalla fine. Imprecavano i tifosi rimasti a casa, birra panini e patatine, le bandiere riposte nei cassetti, perché un secondo posto vale l’ultimo, nell’albo d’oro restano soltanto i primi. Sacchi dice: “Nel mio studio di Fusignano c’è in bella vista la medaglia d’argento del mondiale americano“. Già: quella d’oro è a Rio de Janeiro.

Walter Mandelli, nella sua autobiografia “Ricordi di fonderia” (Marsilio), recupera l’arrivo della nazionale a Roma. Pomodori e non applausi. Insulti e non peana. Leggiamo: “Sull’aereo che ci riportava a casa ci dissero che a Fiumicino c’era una folla enorme, che continuava a crescere e a farsi minacciosa, tanto che si pensò anche di far atterrare l’aereo in un altro aeroporto. Poi però non se ne fece nulla, salvo fermare l’aereo in fondo alle piste. I pullman erano già lì ad attenderci: salimmo di corsa, giusto in tempo per vedere le piste invase da gente che urlava e cercava di “prenderci”. Vidi un fantoccio che bruciava, sopra c’era scritto “Viva Rivera, Mandelli in galera”. Mia figlia si prese un pugno in testa. E anche dopo, attorno all’albergo, bruciarono un’altra mia effigie. Non avevo mai visto tanto astio, tanto odio, e tutto questo perché, dopo tanti anni, per una volta avevamo fatto bella figura! Chissà se in qualche modo c’entrava il fatto che molti dei manifestanti più rabbiosi sfoggiavano il distintivo con l’effigie di Mao Tse Tung. Andò avanti così per tutta la sera. A un certo punto, non potendone più, scesi in strada. Fu da parte mia, una grande sciocchezza, ma volevo vederli da vicino, avevo in corpo una rabbia folle, volevo litigare con qualcuno, magari dare qualche cazzotto anche a rischio di prenderne di più. Per fortuna, nessuno mi riconobbe e non successe nulla”.

Sarebbe rimasto, di tanto veleno, il match del secolo: Italia-Germania 4-3.

Pastorin Darwin – Il Manifesto, Edizione del 29/06/1997