FABBRI Edmondo: una vita segnata dalla Corea

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Cominciamo dalla fine, dagli ultimi 30 anni di vita di Edmondo Fabbri: 30 anni di destino calcistico indissolubilmente legati a una sconfitta, la più sorprendente e amara nella storia italica del pallone. Non contava che fosse stato un’ala destra rapida e sgusciante. Non contava nemmeno che al suo esordio in panchina avesse realizzato un’impresa probabilmente irripetibile, trascinando in cinque stagioni il Mantova dalla serie D alla A. Non contava neppure che in seguito avesse guidato Torino e Bologna, Cagliari e Ternana, Reggiana e Pistoiese. Nell’immaginario collettivo, Fabbri – soprannominato “Topolino” o anche “Mondino” per la sua statura ridotta – aveva cessato di esistere come allenatore nella serata del 19 luglio 1966, cancellato a Middlesbrough dal gol del nordcoreano Pak Doo Ik, che aveva clamorosamente escluso l’Italia dal Mondiale inglese. Eppure, soltanto quattro anni prima “Mondino” era stato salutato come il salvatore della patria calcistica, allorchè il presidente federale Pasquale lo aveva scelto per rifondare la nazionale sulle macerie della sciagurata spedizione cilena del ’62…

Rewind. Romagnolo di Castel Bolognese, provincia di Ravenna. Fabbri nasce il 16 novembre 1921, ultimo dei cinque figli di un pollivendolo. Al calcio si avvicina giovanissimo, debuttando in serie C nel Forlì a 17 anni. Si mette poi in grande evidenza nell’Atalanta, dove segna e rifornisce i compagni di reparto con grande continuità. Ala brevilinea dallo scatto bruciante, costringe spesso gli avversari a raddoppiare su di lui, dandogli la possibilità di smistare la palla al compagno rimasto libero. E appena può, va alla conclusione, spesso in maniera felice. Dopo due anni a Bergamo, arriva la grande occasione dellAmbrosiana Inter, dove continua a sciorinare ottime prestazioni, anche se il suo impiego si fa più saltuario vista la forte concorrenza interna. Riesce comunque ad adattarsi bene alla situazione e il rapporto tra gare disputate e reti segnate è alto.

Poi, anche lui è costretto dalla guerra a fermarsi. Si tiene in allenamento giocando col Faenza e quando il calcio riprende il suo posto nelle domeniche degli italiani, lui è pronto. Stavolta, il posto da titolare è suo e lui non fallisce la prova. Non segna moltissimo, ma fa segnare. Nell’estate del 1946, lo preleva la neonata Sampdoria, dove gioca un solo anno, con esiti non felicissimi. E’ solo una parentesi sfortunata, tanto che tornato a Bergamo, si rimette a giocare ai suoi soliti livelli per un triennio. Ormai sulla trentina, scende di categoria e va al Brescia, quindi al Parma, in serie C, dove gioca alla grande per un paio di anni, declinando nel terzo. Lo scatto comincia a difettare e i segni di una lunga e logorante attività cominciano a farsi sentire. Nell’estate del 1955 si accasa a Mantova, dove smette di giocare per intraprendere la carriera di allenatore.

Il primo anno di Fabbri neo tecnico al Mantova è di assestamento: la squadra è del tutto rinnovata e si punta sui giovani della provincia. Dopo qualche sconfitta iniziale, la squadra inizia a carburare e finisce il torneo in crescendo vincendo (spesso a suon di gol) in casa e fuori: il terzo posto conclusivo è tutt’altro che male per una formazione “fatta in casa”. L’anno dopo comincia la scalata: il Mantova, che nel frattempo ha trovato l’abbinamento pubblicitario con la ditta di petroli OZO, proprietaria della raffineria sorta alle porte della città, deve arrivare almeno nei primi sei per garantirsi l’accesso alla nuova Quarta serie d’Eccellenza. Alla fine arriverà secondo, ottenendo ben 9 successi in trasferta e caratterizzandosi come formazione gagliarda, tenace, mai doma ed anche spettacolare: il tutto nel puro spirito di Edmondo Fabbri. La squadra che nel 1957-58 partecipa alla Quarta serie di Eccellenza è opera di Italo Allodi, passato dal campo alla scrivania: è proprio lui infatti che acquista elementi con un misto di grinta e tecnica che faranno fare al Mantova il salto di qualità.

Fabbri riuscirà ad amalgamare una squadra che vincerà il campionato in carrozza, perdendo solo due volte, ottenendo la seconda promozione consecutiva ed approdando in C. Il campionato 1958-59 è un campionato epico, forse in assoluto il più bello e felice dal punto di vista spettacolare ed emotivo della storia biancorossa. Malgrado la presenza di tanti “squadroni”, il Mantova si cala subito con grande autorità nella categoria vincendo e convincendo. Alcuni risultati? 8-0 col Legnano, 2-0 a Lucca (nasce la leggenda del “Piccolo Brasile”), 3-0 a Vercelli, 3-1 a Piacenza, 3-1 a Cremona. L’unica squadra che tiene il passo del Mantova è il Siena contro il quale il 28 giugno 1959 giocherà lo spareggio-promozione: e qui il Piccolo Brasile compie il suo capolavoro. Dopo pochi minuti di gara infatti la squadra di Fabbri rimane con un uomo in meno per infortunio di Cadè (a quel tempo non c’erano sostituzioni), ma l’inferiorità numerica viene sopperita da una prestazione tutto cuore e grinta e premiata nel finale dal gol di Fantini che vale la serie B.

Il successivo torneo cadetto comincia male ma la squadra di Fabbri a poco a poco si riorganizza ed ottiene successi di prestigio come a Torino, a Venezia, a Brescia ed a Modena: il quinto posto finale è tutt’altro che male per una neopromossa. Arriviamo al 1960-61, in pieno miracolo economico, ed è l’apoteosi per Edmondo Fabbri e per la sua pattuglia di ragazzi. Squadra parzialmente rinnovata ma intatta nello spirito e nella grinta. La sicurezza matematica della promozione in A avviene in casa col Brescia (2-0), alla terz’ultima gara, in mezzo ad un tripudio popolare con tutti i protagonisti portati in trionfo. Alla sua prima esperienza nel calcio che conta, il Mantova chiude al 9° posto con 32 punti.

Qualcosa però è andato deteriorandosi: il rapporto con Fabbri si incrina e le dispute tra il tecnico ed il presidente Nuvolari spaccano in due la città. Al ristorante Da Gastone, rettore magnifico dell’Università del calcio, ci sono i fabbriani ad oltranza; al Bar Sociale, capitanati dall’avv. Antonio Fario, gli anti-omino di Castelbolognese. La Gazzetta di Mantova, che con l’allora direttore Amadei non è tenera nei confronti del tecnico, viene bruciata in piazza e da un ultraleggero affittato per l’occasione piovono volantini che invitano appunto Nuvolari e la sua cricca a lasciare la società. Dopo sette anni comunque per Fabbri è ora di lasciare Mantova.

Al termine della stagione arriva per Fabbri il Seminatore d’oro come miglior allenatore dell’anno e il suo nome comincia ad essere affiancato alle panchine più prestigiose. L’unica vera trattativa è quella con l’Inter: l’ex allenatore del Piccolo Brasile trova l’accordo con il presidente nerazzurro Moratti, che però decide all’ultimo momento decide di mandare tutto all’aria e confermare Helenio Herrera. Per Fabbri è una grossa delusione, ma ben presto si presenta l’occasione giusta per rifarsi.

Dopo il fallimentare mondiale del 1962, i dirigenti della federazione lo scelgono infatti come commissario tecnico della nazionale per portare gli azzurri al mondiale successivo, che si sarebbe disputato in Inghilterra. L’allenatore romagnolo accetta con grande entusiasmo e questa nuova avventura inizia per lui nel migliore dei modi, con una vittoria in trasferta contro l’Austria attesa da trentacinque anni. Dopo altri quattro successi (compreso un 3-0 rifilato al Brasile di Pelè ) nel primo intoppo Fabbri s’imbattè il 13 ottobre 1963 a Mosca, dove l’Italia si arrende ai sovietici, complice l’espulsione di Pascutti per un pugno sferrato a Dubinski. L’esclusione dalla fase finale dell’ Europeo spagnolo del 1964 non intacca la fiducia federale in “Mondino”.

Occorre prepararsi al Mondiale inglese e Fabbri esce incolume anche dalle polemiche innescate dalla sua scarsa attenzione verso i giocatori dell’Inter di Herrera, che nel frattempo sta rastrellando coppe e scudetti. Memorabile la polemica tra Picchi, il “libero” nerazzurro, e Rivera, che con Bulgarelli, Mazzola e Fogli è uno dei pupilli del c.t. “Nessun commissario tecnico dopo Pozzo – ha scritto Antonio Ghirelli nella sua “Storia del calcio in Italia” – aveva goduto di un così integrale appoggio da parte della Federazione“.

La marcia di avvicinamento al Mondiale 1966 sembra confortare Pasquale e Fabbri. Sei gol a Finlandia, Polonia e Bulgaria, tre a Danimarca, Scozia e Argentina e cinque al Messico nell’ultimo collaudo prima di volare in Inghilterra, dove il 13 luglio l’Italia esordisce a Sunderland superando il Cile in una sorta di rivincita della burrascosa sfida di quattro anni prima a Santiago. Tre giorni più tardi la sconfitta azzurra di fronte ai sovietici non solleva soverchie preoccupazioni. La qualificazione al secondo turno resta a portata di mano.

Basterebbe sbarazzarsi della sconosciuta Corea del Nord, che Valcareggi, “vice” di Fabbri e suo futuro successore, è andato a spiare, definendola sarcasticamente “una squadra di Ridolini”. Il 19 luglio 1966 a Middlesbrough, invece, accade il patatrac. Stanchi e impauriti, forse anche frastornati dai dubbi e dalle incertezze di un mister sempre più nervoso e irascibile e penalizzati dall’ infortunio occorso a Bulgarelli, gli azzurri si arrendono sorprendentemente ai nordcoreani.

Se nello spogliatoio azzurro la sconfitta è accompagnata da lacrime di disperazione, il rientro notturno della comitiva azzurra a Genova viene scortato dai fischi e dalle urla di centinaia di tifosi e da un fitto lancio di pomodori. In seguito “Mondino” inneschera una grottesca polemica col medico della spedizione, Fino Fini, protagoniste alcune misteriose “fialette rosa” che il sanitario avrebbe distribuito ai giocatori. Come se non bastasse, colui che era stato sempre etichettato come l’allenatore gentiluomo si scaglia anche contro la Federcalcio, accusandola di aver abbandonato la nazionale al proprio destino e di aver scaricato ogni responsabilità su di lui, esonerato il 16 settembre 1966 e squalificato per sei mesi il 21 dicembre.

Qualche anno dopo, rievocando la sconfitta con la Corea e le sue conseguenze, Fabbri avrebbe confessato amaramente: “I giorni che ho passato in quel periodo non li augurerei neppure al mio peggior nemico“. La sua esperienza azzurra si chiude comunque con un bilancio numericamente positivo (18 vittorie, sei pareggi e cinque sconfitte) ma segnato irrimediabilmente dal marchio infamante della sconfitta di Middlesbrough. Per anni, seduto sulle panchine delle squadre di tutta Italia, Fabbri avrebbe ascoltato sempre lo stesso coro irridente: “Corea, Corea”.

Dopo la sfortunata esperienza alla guida della Nazionale nei Mondiali, Orfeo Pianelli gli viene in soccorso e decide di affidargli la panchina del Torino per il campionato 1967/68. Un campionato che si rivelerà tragico per la scomparsa di Gigi Meroni la sera del 15 ottobre del 1967. La stagione termina con il Torino al settimo posto ma Fabbri riesce comunque a regalare ai tifosi una gioia vincendo la Coppa Italia, la terza della storia del Torino. “Mondino” viene confermato sulla panchina granata anche l’anno successivo, con il Toro che chiude la stagione al sesto posto e che viene eliminato dalla Coppa delle Coppe nei quarti di finale dallo Slovan Bratislava. In quel campionato il tecnico di Castel Bolognese fa esordiere un giovane attaccante arrivatò l’anno prima dal Legnano: Paolo Pulici. Al termine della stagione 1968/69 Fabbri decide di lasciare Torino (si dice su insistenza della moglie) nonostante Pianelli gli abbia offerto un nuovo contratto pluriennale e l’acquuisto di nuovi elementi per scalare lo scudetto.

Terminata l’esperienza granata, Fabbri si accasa a Bologna voluto fortemente dal presidente Venturi. Il patron bolognese si trova però ben presto in contrasto con Fabbri sulla cessione di Bulgarelli praticamente già decisa ma osteggiata dal neo tecnico. Il centrocampista alla fine resterà in rossoblu e assieme a Fabbri riuscirà a portare la squadra a livelli ottimali dopo alcuni campionati anonime. Al termine della prima stagione arriva anche la conquista la Coppa Italia: nella partita decisiva la squadra rossoblu sconfigge proprio il Torino per 2-0 con doppietta di Giuseppe Savoldi chiudendo al primo posto nel girone finale con un punto sui granata (9 a 8). Dopo uninterlocutoria seconda stagione in rossoblu, a febbraio 1972 arriva un esonero a sorpresa ad interrompere il soggiorno sotto le due torri.

Ma Edmondo Fabbri ha ancora estimatori e non ha difficoltà a trovare un ingaggio a Cagliari in sostituzione di Scopigno, il mitico allenatore dello scudetto. La stagione sull’isola si rivela però fallimentare: ottavo posto in campionato ed eliminazione al primo turno di Coppa UEFA (doppia sconfitta con lOlympiacos). Terminata lesperienza in Sardegna, Fabbri ritorna inaspettatamente a guidare il Torino nella stagione 1973/74, chiamato a sostituire l’esonerato Gustavo Giagnoni e portando i granata dalla zona salvezza al quinto posto finale. L’anno successivo è confermato da Pianelli e chiude il campionato al sesto posto consegnando poi la squadra a Radice che nel 1975/76 completerà lopera di Fabbri riportando a Torino lo scudetto.

In quegli anni il panorama calcistico cambia molto velocemente, nuovi tecnici sull’onda della rivoluzione del calcio totale si stanno ormai affermando e per Fabbri sembrano ormai chiuse le porte del grande calcio. Riemerge in serie B nel 1975/76 quando in novembre rileva Galbiati sulla panchina della Ternana. I rossoverdi dopo un inizio disastroso, culminato con l’ultimo posto all’ottava giornata, sotto la guida di Fabbri effettuano una graduale scalata della classifica fino ad arrivare a metà del girone di ritorno, a candidarsi tra le pretendenti alla promozione. Una serie di passi falsi ottenuti nell’ultima parte del campionato risucchiano tuttavia la squadra nelle zone basse della classifica, fino al sedicesimo posto finale.

Poi il nulla o poco più: una consulenza con la Reggiana, qualche collaborazione con con i giornali, la poltrona con la tv e soprattutto le vigne di Castebolognese. Improvvisamente Mondino riappare dagli spogliatoi di San Siro il 9 novembre 1980 per Inter-Pistoiese: il presidente della squadra toscana Melani, esordiente in serie A e ultima in classifica, lo chiama al suo capezzale; lui accetta e vuole al suo fianco Lido Vieri per la sua ultima e sotto certi versi più grande sfida. Gli arancioni sembrano riprendersi sotto la guida di Fabbri ma ben presto la squadra è trascinata verso le ultime posizioni in classifica e retrocede a fine stagione con Mondino squalificato per ben sette mesi in seguito ad alcune sue forti dichiarazioni contro gli arbitri.

Questa volta la carriera calcistica di Edmondo Fabbri è veramente al capolinea. Gli ultimi anni passati a Castel Bolognese lo vedono seguire sempre più distrattamente il mondo del pallone così distante da quello che per tutta la vita lo aveva appassionato. La morte sopravviene l8 luglio 1995. Al suo funerale partecipano molti ex giocatori e vari esponenti del suo ex mondo calsitico. Ad uno di loro, Arrigo Sacchi, uno dei figli affida una confidenza breve, ma in grado di spiegare al meglio quello che era successo al padre dopo quella sfortunata partita del mondiale 1966: Anche a distanza di tanti anni, papà non è mai riuscito a superare il trauma della Corea.