FEOLA Vicente: felice e vincente

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Il primo Brasile finalmente capace di dimenticare la vanità improduttiva e di diventare campione del mondo, nel 1958 in Svezia, si deve anche a un uomo che a tutto faceva pensare tranne che a un condottiero dal fiero cipiglio, di quelli predestinati alle grandi imprese. Al contrario, a Feola a volte la panchina conciliava irresistibili pennichelle che gli valsero l’affettuoso ma maligno secondo nomignolo di “Pisolo”. Del resto, il suo vero apelido, “O Gordo” (il Grasso), non lasciava adito a dubbi: forse per quella veste gli mancava “le physique du róle”, ma conosceva il calcio e i calciatori. Che difatti lo adoravano per quel che era e cioè un buon tecnico, dal carattere pacioso e conciliante, talvolta insospettabilmente polemico e irriverente, che in fondo aveva capito tutto: nel calcio le partite le vincono i giocatori e le perdono gli allenatori.

Un esempio? Nella gara di esordio in quel mondiale, il Brasile conduce sull’Austria per 1-0 grazie al gol di Altafini al 38’. Al 4’ del secondo tempo, sulla fascia mancina si sgancia Nilton Santos, detto “O Enciclopedia” per via di un bagaglio tecnico-tattico in grado di contenere l’intero scibile del futébol. Superati in scioltezza la metà campo e un paio di “birilli” avversari, il terzino si spinge verso l’area austriaca. Lungo la linea laterale intanto, in un bagno di sudore Feola corre anche lui, gridandogli: «Volta, volta!». Ma a «tornare indietro», come a passare la palla, Nilton non ci pensa neanche e sigla il raddoppio con un “golaco”. Feola smette di strapparsi i capelli e diventa l’icona della felicità, poi si gira verso la panchina e commenta candido: «Viram? Nào falei? Este sim que sabe» (Visto? Che vi avevo detto: questo è un fenomeno!). Un genio, della comunicazione prima ancora che del pallone.

Vicente Italo Feola nasce il 1° novembre 1909 a São Paulo, capitale dell’omonimo Stato federato del Brasile meridionale, compreso fra il porto di Santos, l’Oceano Atlantico e il fiume Paranà. Comincia a giocare sul serio a tredici anni, indossando la maglia del Palmeiras de la Floresta (1922-25) poi quella dell’Americano São Paulo (1925-28). Appena 26enne, inizia la carriera di tecnico guidando il Sirio Libanez São Paulo (1935) e l’Oportuguesa (1936). Nel 1937, fortemente voluto dal presidente Frederico Menzen, compie il grande salto con il primo dei suoi sei passaggi (1937-38, ‘39, ‘41-42, ‘47-50, ‘55-56 e ‘59), per un totale di 12 stagioni, sulla panchina del  São Paulo. Dopo aver sfiorato il titolo nel 1942, si laurea per due volte campione Paulista, nel ‘48 e nel ‘49. Questa la formazione-tipo del primo successo: Mario; Savério, Mauro; Bauer, Rui, Noronha; China, Ponce de Leon, Leónidas da Silva, Remo, Teixerinha. Nel ‘49, il bis arriva battendo 3-1 al Pacaembu il Santos di Oswaldo Brandão con un gol di Teixerinha e la doppietta dell’ex vasco Friaca, unica novità (al posto di China) rispetto all’anno prima e con 24 centri il tiratore scelto del torneo.

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Dal ‘50 al ‘56 Feola guida la Selezione dello Stato di São Paulo e dal 20 settembre al 13 novembre ‘55 è l’allenatore in seconda della Selecão. La svolta della carriera arriva in seguito alla batosta incassata dai verdeoro nel campionato Sudamericano del ‘57, il 3 aprile, davanti ai 55.000 dello Estadio Nacional di Lima, in Perù: 0-3 contro l’Argentina del fenomenale tridente composto dai “Los Angeles de la cara sucia’, gli angeli dalla faccia sporca, Humberto Maschio, Antonio Valentin Angelillo e Enrique Omar Sivori, affiancati da Oreste Corbatta e Osvaldo Cruz (autore della terza rete dopo quelle di Angelillo e Maschio). Pur sconfitti (1-2) tre giorni dopo dai padroni di casa, gli argentini, guidati dal Ct Guillermo Stàbile, indimenticato centravanti campione del mondo nel ‘30, avevano vinto il torneo e così la CBD, la Federcalcio brasiliana, era corsa ai ripari sostituendo Silvio Pirilo con Feola in vista della campagna di Svezia dell’anno successivo.

La squadra che avrebbe finalmente regalato ai tifosi brasiliani la prima Coppa Rimet della loro storia ha origini italiane, come quelle, napoletane, della famiglia Feola. Proprio dall’Italia, infatti, era stato costretto a fuggire l’ungherese Bela Guttman, accusato di omicidio colposo per un incidente automobilistico nel quale avevano perso la vita due bambini. Il tecnico, terrorizzato dal processo e dalla vergogna di finire in prigione, nel 1957 prende il primo aereo per il Brasile dove in un paio di settimane trova un ingaggio al São Paulo.

Nel Bel Paese, culla del risultato a tutti i costi, Guttman, allenatore colto e pragmatico, aveva allenato il Milan ma paradossalmente aveva avuto problemi con alcuni dirigenti che gli imputavano di sacrificare troppo, sull’altare della vittoria, il senso dello spettacolo. Nella terra del “futébol bailado”, si trova invece a dover fare i conti con una squadra in crisi e così agisce subito sulla terza linea, proteggendola con un secondo marcatore al fianco del difensore centrale.

Forse per la prima volta a quelle latitudini, una squadra giocava davvero con quattro uomini in difesa, tre a centrocampo e tre in attacco. Feola, che ogni tanto tornava in Italia a trovare in parenti, nella primavera del ‘56 aveva già visto un paio di volte giocare in quella maniera la Fiorentina di Fulvio Bernardini che guarda caso proprio in quella stagione vinse lo scudetto. “Fuffo” schierava l’ala sinistra Prini all’altezza della linea di centrocampo in cui il mediano, Chiappella, andava a “raddoppiare”, come si direbbe oggi mutuando l’espressione dal gergo cestistico, in aiuto al centrale difensivo Rosetta. Anche nel São Paulo il giochino funzionava e così Feola si convinse ad applicarlo in Nazionale, per costruire la quale però mancava la parte più difficile: scremare “solo” 22 giocatori dalle decine di elementi visionati setacciando un serbatoio inesauribile in grado di fornire almeno due rose di altissimo livello.

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Feola in Svezia con alcuni dei suoi “ragazzi del ’58”: José Altafini, Pelé, Zozimo e Pepe

Il 7 aprile, data dell’inizio del raduno, sono 33 i preconvocati dalla commissione tecnica voluta dal presidente Paulo Machado de Carvalho nell’ambito dell’omonimo Piano che l’anno prima, insieme con il “Direitor Tècnico General” Feola, Flavio Iazetti, Paulo Buarque e Art Silva, aveva proposto al nuovo numero uno della CBD João Havelange. La Comissão Tècnica comprendeva anche il preparatore atletico Paulo Amaral (in seguito allenatore della Juventus), il supervisore Carlos Nascimento, l’osservatore Ernesto Santos, il massaggiatore Mario Americo e il magazziniere Francisco de Assis e prevedeva una “Junta medica” di prim’ordine con specialisti in cardiologia, neurologia, odontoiatria, otorinolaringoiatria, psicologia e traumatologia. Il Brasile voleva vincere e nulla sarebbe stato lasciato al caso.

Anziché sul campo di allenamento, il primo giorno di preparazione la squadra lo trascorre in rua Santa Lucia a Rio de Janeiro, alla Santa Casa della Misericordia, presso la celebre Facoltà di Odontoiatria, per una serie di esami clinici e test psicofisici. Ormai anche i sassi sanno che, al termine di quei minuziosi controlli, lo psicologo definì «infantile» il non ancora diciottenne Pelé e paragonò l’intelligenza (evidentemente extracalcistica) di Garrincha a quella «di un bambino di quattro anni». Feola, apparentemente, lì per lì si fidò del parere dei luminari, visto che cominciò il torneo schierando una prima linea con Joel, José Altafini detto “Mazola” per una vaga somiglianza con l’indimenticato Valentino del Grande Torino, Dida e l’ala tattica Zagallo, quest’ultimo in luogo del più talentuoso Pepe, idolo della Torcida infortunatosi a un mese dal torneo. Ma dopo il 3-0 all’Austria (doppietta di Altafini e acuto di Nilton Santos) e lo 0-0 con l’Inghilterra (con Vavà al posto di Dida), fece di testa sua, seppure su invito dei veterani.

Il giorno prima della decisiva sfida con l’URSS capitan Bellini, Nilton Santos e Didì chiedono al Ct un incontro chiarificatore. “O Gordo” non si nega e accoglie le richieste dei suoi: in campo vanno il 22enne Garrincha sull’out destro, dove in realtà sarebbe sempre stato se non si fosse fatto beccare ubriaco alla vigilia della gara con l’Austria, e l’imberbe Pelé (17 anni e mezzo) a far coppia con il centravanti Vavà, titolare al posto di Altafini. Feola, abile politico, prendeva così due piccioni con una fava: da una parte accontentava i “senatori” della squadra facendo in realtà ciò che aveva sempre avuto in mente, dall’altra teneva buono il ministro delle Finanze dello Stato di São Paulo nonché presidente del Palmeiras, Mario Beni, che aveva promesso Altafini al presidente del Milan, Angelo Rizzoli, e che si era raccomandato: «Caro Vicente, “Mazola” è già del Milan, ma non si deve sapere. Trattalo con riguardo, ci siamo capiti». Vavà, più grezzo sul piano tecnico ma dal senso del gol innato, si rivela il complemento ideale per quell’attacco straordinario e la squadra decolla: 2-0 ai sovietici (con sua doppietta), 1-0 (Pelé) al Galles nei quarti, 5-2 alla Francia in semifinale (Vavà, Didi e tripletta di “O’Rey”) e alla Svezia in finale (due gol a testa dei “soliti” Vavà e Pelé e uno per Zagallo). Un’apoteosi, e diffusa in mondovisione.

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Nel ’59 il presidente del Boca Juniors, Alberto J. Armando, rivince le elezioni e per non essere da meno del rivale Antonio Liberti, che ricopre la stessa carica al River Plate, fa le cose in grande. Nel giro di due anni, senza badare a spese mette sotto contratto Silvio Marzolini, Orlando, Antonio “Tano” Roma e, come nuovo allenatore al posto della coppia Carlos Sosa e Mario Boyé, il Ct campione del mondo in carica. Dopo il mondiale svedese (e il poco importante successo nella Copa del Atlàntico del ’60), Feola aveva lasciato la panchina della Selecão ad Aymoré Moreira un po’ per problemi di salute e molto per due avventure finite male, il Sudamericano del ’59, chiuso al secondo posto ma nel mare di critiche rivoltegli dalla stampa brasiliana che lo accusava di dormire – in senso letterale – durante le partite; e le Olimpiadi di Roma ’60, dove gli “auriverdes”, nonostante l’innesto dei centrocampisti, Roberto Dias e Gérson, non erano andati oltre il primo turno (dopo il 4-3 alla Gran Bretagna e il 5-0 a Taiwan, persero 3-1 con l’Italia di Gipo Viani e dei giovanissimi Burgnich, Trapattoni e Rivera).

Con il tecnico brasiliano arrivarono alla “chancha” del Boca anche i connazionali Almir, Maurinho, Edson do Santos e Dino Sani, essenziali nell’economia della squadra vincitrice nel ’61-62 e che aveva già i peruviani Benltez e Loyaza e gli altri brasiliani, Orlando Pechanha Carvallo, il “2” in grado da solo di dare identità al reparto arretrato, e Paulo Valentim, goleador implacabile, entrambi campioni anche nel ’65.

Rimpiazzato da José D’Amico, che ricopre il duplice ruolo di allenatore e preparatore atletico, Feola torna al São Paulo, club in piena crisi finanziaria e quindi impossibilitato a comprare i grandi “craques” del mercato, che con lui al timone applica la saggia politica di formare u giovani talenti in apposite scuole calcio. Il progetto, che il tecnico aveva provato a sviluppare – seppure a uno stadio poco più che embrionale – anche al Boca, culminerà quando la società inaugurerà, nel 1975, la “Escola de Futebol Vicente ìtalo Feola”, così nominata in ricordo della scomparsa, avvenuta il 6 novembre di quell’anno, dell’uomo che più di tutti l’aveva voluta.

Ingiustamente diventato il capro espiatorio della fallimentare spedizione inglese del ‘66 (Brasile fuori agli ottavi anche per il duro trattamento riservato a Pelé), Feola chiude la sua avventura di Ct dopo 43 gare, 33 vittorie, 7 pareggi e 3 sconfìtte. Dal ‘68 al ‘72 torna al Settore tecnico della CBD, ma la sua parabola è finita da un pezzo. Per «un eccellente tecnico, un uomo estremamente calmo che con noi giocatori non alzava mai la voce, non era mai nervoso ma sapeva sempre cosa fare», come ricorda il discepolo Rubens Francisco Minelli, allenatore del São Paulo campione nel ‘77, era proprio un’altra epoca.

Tratto da MAESTRI DI CALCIO: I GRANDI ALLENATORI STRANIERI di Christian Giordano (vedi su Amazon)

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