Figli calciatori

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Arriviamo al campo che non sono ancora le 8 e 30. È domenica, e la giornata sembra buona, solo qualche nuvola di passaggio. Oggi, in una desolata plaga brianzola inopinatamente sottratta al cemento, si disputa l’undicesima edizione del torneo di calcio “Estate in campo”, riservato alla categoria pulcini 2003. Al torneo sono iscritte più di trenta squadre, che si dovranno affrontare in due giorni di gara.

Accompagno Francesco, mio figlio, che mi sembra più eccitato del solito. Si è messo in testa che questo è uno dei “tornei che contano”. Non appena superiamo la rete che delimita la struttura, perdo il contatto con lui. Se ne va con la squadra, che entra nella zona riservata ad “atleti e dirigenti”. Oltre quella linea nessuno può transitare. Un ragazzotto dallo sguardo vacuo si incarica di fermare chiunque abbia idea di farlo. Una mamma ansiosa viene respinta con un certo disappunto. Servono maniere più decise per far capire ad un uomo anziano che lì dentro ci stanno solo quelli dello “staff”.

Posizionato a fianco della rete che delimita una delle quattro aree di gioco in cui è stato diviso il campo principale, vedo arrivare altre squadre, che dovranno scendere in campo nel secondo turno. I bambini sono serissimi, seminascosti dalle borse più grandi di loro che li costringono a camminare inclinati su un fianco e in fila indiana. Pochi parlano, pochi guardano chi li guarda. I loro occhi sono inespressivi e vanno oltre, proiettati già sull’impresa che li attende. Alcuni hanno i capelli alla mohicana, con cresta svolazzante e taglio a zero sulle tempie. Sono sorvegliati con attenzione cameratesca dai “mister”, ovvero i loro tecnici, allenatori, accompagnatori, tutti regolarmente dotati di pass appeso al collo.

Le prime partite hanno inizio alle 9.00. La voce dello speaker assegna i campi alle squadre, determinando il conseguente spostamento della massa dei genitori-tifosi. Sui loro volti si legge una tensione appena nascosta. Qualcuno fa considerazioni sottovalutative (“sono solo bambini”), ma senza molta convinzione. Qualcun altro fa commenti sulla stazza degli avversari che sembrano invariabilmente più alti e più grossi dei compagni dei rispettivi figli. Le squadre vengono invitate a schierarsi a metà campo per i saluti al pubblico. Quindi i due gruppi si dirigono nell’area tecnica e salutano con tocco di mano gli allenatori avversari.

L’inizio del gioco fa scorrere un brivido tra gli sparsi drappelli degli spettatori. Tutti guardano i loro bambini, riservando poca o nulla attenzione all’evoluzione complessiva della partita. Ogni tocco di palla del proprio figlio è accompagnato da un “bravo” gioioso ed emozionato. I “dai, corri”, si sprecano. Come i “concentrati!”, urlati dai padri adiacenti al campo. È evidente che la gran parte dei giocatori vada in confusione quando si avvicina alla linea del campo vicina ai genitori. Le direttive della “panchina” si perdono, e prevalgono i suggerimenti dei papà, che quasi sempre sbagliano e fanno sbagliare.

Qua e là si alzano dei piccoli boati quando una delle squadre segna. Ma è quando tocca a noi – nel senso che la squadra di Francesco subisce il primo gol – che finalmente capisco. Una donna ha quasi le lacrime agli occhi per il figlio goleador e gli urla “bravissimo Mirko” piegandosi su se stessa, orgogliosa e immemore di tutto. Due padri si scambiano commenti entusiasti che affondano le radici nella storia di questo sport: “Hai visto, sembrava Van Basten” si dicono ammiccando.

Tra un colpo e l’altro dei bambini, si colgono nell’aria ampie citazioni di teorie tattiche alla moda, si discetta di numeri e di pressing. Lo stile è quello delle telecronache-Sky, con gli stessi usi sincopati del linguaggio, la stessa enfasi declamatoria, lo stesso urlatissimo ritmo (Avanza, arretra, mischia selvaggia, penetra, raddoppia, uomo, saltalo, buttati nello spazio, sfonda la rete, straordinario). Chi se ne serve talvolta un po’ se ne vergogna. Capita quando i gruppi dei genitori antagonisti si mescolano. Scoprirsi simili all’avversario, vedersi trasfigurati nella trasfigurazione altrui produce immediati dietro-front. Pare che con lo sguardo tutti si dicano che stanno solo scherzando, ovviamente. E che non bisogna di certo credere alle deliranti espressioni appena uscite dalla loro bocca.

La partita si conclude con una sconfitta dei “nostri” per due a zero. I bambini escono dal campo allineati e silenziosi. Sono distanti, non so cosa si dicano, l’impressione è che parlino d’altro. Vanno negli spogliatoi, da dove riescono dopo pochi minuti per fare gli esercizi che li “mantengano caldi” fino alla partita successiva. Mentre l’aria si va saturando dell’acre aroma delle salamelle, nei commenti dei genitori vincitori si nasconde appena la convinzione di essere infinitamente superiori agli avversari. Si capisce che molti hanno la quasi certezza che il proprio figlio sia non solo il più bravo ma anche quello che “promette di più”. I più sobri sono i genitori dei bambini “senza qualità”, sono gli unici che vedono davvero quello che sta avvenendo. I genitori dei più dotati sono, di fatto, ciechi. Almeno fino alla prima sconfitta, che, quando si verifica, determina rovesciamenti drastici di prospettiva, accuse ai compagni imbelli, ricerche di alibi (la fallosità dell’avversario, il campo pesante, le scarpe inadatte, persino l’arbitraggio).

I genitori, nel complesso, sono insopportabili. I bambini non so se si divertano. Mi colpisce che appena possono, quando si liberano dalla morsa dei tecnici, si lascino andare a partitelle improvvisate nelle aree libere, dove finalmente “giocano”, facendo quello che vogliono, senza schemi, senza “occupazione dello spazio” e, soprattutto, senza il “contro intuitivo”obbligo di passaggio. Come una volta, nell’ormai impossibile, anarcoide, violentissimo calcio da cortile.

  • Testo di Andrea Giardina