CAUSIO Franco: il Barone Rampante

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Uno dei più grandi interpreti di un ruolo inventato dal calcio italiano, quello del tornante, nasce a Lecce il primo febbraio 1949. Il suo esordio avviene nella stagione 1964-65 nella squadra della sua città che in quell’anno milita in Serie C. L’anno successivo passa alla Sambenedettese sempre in terza serie, ma gli occhi delle grandi del calcio italiano sono giù su di lui. A San Benedetto del Tronto, infatti, la domenica scende in campo, mentre il martedì e mercoledì sono dedicati ai provini. C’è il Bologna che lo apprezza, ma il Torino è il club che insiste di più, tanto che viene ospitato più volte nel convitto di corso Vittorio.

La Juventus lo chiama una sola volta, praticamente per ultima: gioca un solo tempo di un’amichevole a Forlì. Fa due gol, ma nell’intervallo gli dicono: “Va bene, cambiati pure, per noi basta”. Durante l’estate viene chiamato in sede a San Benedetto. «Vai a Torino, mi dicono. Io pensavo naturalmente alla sponda granata, ma mi aveva preso la Juve. Fu a dir poco una sorpresa».

A diciassette anno l’approdo nella difficile Torino fine anni sessanta è molto duro. Vive nel pensionato di via Susa, si allena quasi sempre con la Prima Squadra, divide la camera con Tino Castano, il capitano. Heriberto Herrera, il ginnasiarca paraguagio, lo scruta, ma non lo ritiene ancora pronto per il debutto. Intanto la Juventus vince lo scudetto e l’anno seguente c’è anche la Coppa dei Campioni.

Causio, classe 1949, attende con pazienza e umiltà l’occasione. Che arriva, all’improvviso, il 21 gennaio 1968 in una trasferta a Mantova. Disputa una buona gara, anche se la partita finisce 0-0. In campo lo aiutano tutti, in particolar modo Cinesinho, considerato da Caudio un fratello maggiore. «Oltre al Cina, ricordo volentieri Bercellino, Salvadore, Del Sol e Tino Castano. Lui mi ha insegnato cosa vuol dire giocare per la Juventus, lo stile e l’educazione, non solo in campo, ma soprattutto fuori. E poi Haller, un fuoriclasse: con i piedi giocava a flipper. Da lui ho imparato qualche utile trucchetto».

Dopo quell’esordio, però, la dirigenza bianconera ritiene Causio ancora acerbo e per farlo maturare lo gira a Reggo Calabria dove con gli amaranto disputa il campionato di serie B. L’anno seguente passa al Palermo, serie A questa volta. L’impatto con la città è ottimo e importante è l’incontro con l’allenatore Di Bella. «Era una persona eccezionale. Mi ha insegnato a giocare per la squadra. ‘Ricordati’, mi diceva, “non bisogna giocare per te stesso, ma per gli altri: sei bravissimo e se lo capirai, diventerai un grande’. E mi ha anche insegnato come è la vita, che non è soltanto quella che si vive su un campo di calcio».

L’anno successivo viene riscattato dalla Juventus. Causio si presenta al ritiro convinto di ritagliarsi un posto da titolare anche se in mezzo al campo la concorrenza è fortissima: Haller, Novellini, Savoldi II e Capello. L’avvio del campionato lo passa in panchina. Armando Picchi, condottiero di quella Juve giovanissima, non lo vede ancora pronto. Si inizia a vociferare che verrà ceduto al mercato di ottobre. La Lazio spinge per averlo ma alla quarta giornata contro il Milan il mister lo fa entrare a dieci minuti dalla fine cosi che, in base al regolamento, non può più essere ceduto. Alla fine della stagione sono venti le presenze in campionato.

Ma il successo vero arriva nella stagione seguente, con Cestmir Vycpalek in panchina al posto dello sfortunato Picchi. Causio è titolare fisso nel torneo che riconsegna dopo anni di delusioni lo scudetto alla Juventus. In quella stagione l’apoteosi viene raggiunta in un Juventus-Inter del 23 aprile 1972 con una sua tripletta per il 3-0 finale sui neroazzurri. Mancano tre giornate alla fine e con i due punti la Juve supera il Torino al primo posto in classifica.

Subito dopo arriva la convocazione in Nazionale e il 29 aprile, contro il Belgio, fa il debutto con la maglia azzurra sostituendo nel secondo tempo Domenghini, un altro dei suoi giocatori di riferimento. Manca la ciliegina del goal; che viene solo sfiorato. Il vero esordio da titolare avviene due mesi dopo, il 17 maggio a Bucarest, Romania-Italia. Zoff; Spinosi e Marchetti; Agroppi, Rosato e Burgnich; Causio, Mazzola, Boninsegna, Capello e Prati. Finisce 3-3 e Causio segna il goal di un illusorio 3-2.

L’annata successiva porta alla Juve un altro scudetto, il famoso tricolore strappato ad un Milan naufragato nella fatal Verona, e la grossa delusione della finale di Coppa Campioni persa contro l’Ajax a Belgrado: «Quello era uno squadrone, senza dubbio. Di qua ci furono un po’ di errori, non ultimo che fino a mezzora prima della partita, non si sapeva ancora chi avrebbe giocato. Nella stanza dei bottoni c’erano molti dubbi»

Intanto la carriera parallela di Causio in Nazionale prosegue tra iniziali titubanze e clamorose conferme. Partecipa al Mondiale del 1974 giocando poco, ma in seguito con Bernardini prima e Bearzot poi diventa per molti anni padrone assoluto della maglia azzurra numero sette. Gioca in maniera ottima il mondiale Argentino del 1978 in cui segna anche un goal nella finalina contro il Brasile. Entra a far parte, a dieci anni dal debutto in Nazionale, all’età di trentatré anni, anche della rosa che conquista il Mundial 1982. Chiude la carriera in azzurro il 12 febbraio 1983, dopo undici anni di servizio, in Cipro-Italia 1-1.

«La Nazionale che uscì al primo turno in Germania, nel 1974, era forte. Solo che si parlava troppo, riunioni su riunioni, del dualismo Mazzola-Rivera. In quell’occasione ho apprezzato Gianni Rivera soprattutto come uomo. In Argentina, nel 1978, abbiamo giocato il calcio più bello di tutto il Mondiale. Non siamo andati in finale perché, contro l’Olanda, eravamo convinti di aver già vinto dopo aver chiuso 1-0 il primo tempo. Bearzot mi sostituì con Sala per farmi riposare in vista della finale. Invece, gli olandesi fecero due goal e addio finale. A Bearzot voglio un bene dell’anima e gliene avrei voluto anche se non mi avesse portato con la Nazionale in Spagna nel 1982. Conosco il grande Vecio, come lo chiamo con affetto, da quando avevo sedici anni. Lui era allenatore in seconda del Torino ed io feci un provino con i granata. Poi le Nazionali dall’Under 20 a quella maggiore».

C’è un ricordo che Causio si porterà sempre: lo scopone con Pertini sull’aereo che riportava a casa l’Italia Campione del Mondo del 1982. «Indelebile. Io ero in coppia con Bearzot, il presidente con Zoff. Io feci una furbata: calai il 7, pur avendone uno solo. Pertini lo lasciò passare e Bearzot prese il settebello. Abbiamo vinto così quella partita». C’è tutto il repertorio di Causio: il 7, la finta, l’avversario disorientato. Ma stavolta non era un terzino, era il Presidente della Repubblica. Che si arrabbiò moltissimo.

Ma ritorniamo alla Juventus metà anni 70. I bianconeri sono sempre protagonisti anche se lasciano per due volte lo scettro prima alla Lazio (1973/74) poi ai cugini torinisti (1975/76). La vera svolta per il club e anche per Causio arriva nell’estate 1976. Carlo Parola, juventuino vero, si fa da parte e Boniperti replica l’operazione Picchi offrendo la panchina a Giovanni Trapattoni, trentasette anni.

Il tecnico affida la maglia numero sette al Barone, come inizia ad essere soprannominato, offrendogli il ruolo di ala destra pura in un 4-3-3 moderno senza il classico regista con Scirea libero di avanzare, Tardelli e Benetti che si inseriscono e Furino tergicristallo e centrocampo. Davanti, Boninsegna punta centrale con Causio e Bettega alle ali a fungere da registi d’attacco e con il compito anche di tornare a centrocampo. Una squadra fortissima che si aggiudica nella stessa stagione il campionato (quello dei record, 51 punti) e la Coppa UEFA, il primo trofeo europeo della Vecchia Signora.

Dopo la splendida cavalcata degli anni settanta, all’alba degli anni 80 arrivano anche i primi problemi. Al termine della stagione 1980/81, che è stata ancora scudettata, Causio arriva logoro di gloria, ma anche di polemiche. C’è l’astro nascente di Domenico Marocchino e con Trap l’intesa non è più perfetta. È Causio finisce in panchina, perdendo anche il posto in Nazionale a favore di Bruno Conti. Molti ritengono che il Barone abbia chiuso il suo ciclo, e sia finito come campione. E così viene ceduto abbastanza distrattamente all’Udinese.

«Mi volevano Inter e Napoli, ma il cartellino allora era in mano alle società. Mi proposero l’Udinese, accettai subito dopo un colloquio a Milano con Dal Cin. Fu di nuovo la mia fortuna. Arrivai a vincere il Mondiale con la maglia dell’Udinese addosso e mi rilanciai. E pensare che l’affare rischiò di saltare: Dal Cin arrivò in grande ritardo all’apputamento, un minuto ancora e non avrei firmato quel contratto».

Causio si rilancia alla grande: tre anni da autentico mattatore, amato dalla città per la sua discrezione e l’impegno totale. L’ultimo anno a Udine, stagione 1983/84, è memorabile. Lo gioca spalla a spalla con Zico deliziando la platea friulana con giocate magiche, come quel giorno di novembre del 1983 quando va in scena Udinese-Roma. Partita che sembra avviata verso il pari finché il Barone non inventa una giocata da campione del mondo con destro incrociato di Zico a “uccellare” Tancredi.

La carriera di Causio non è destinata a finire. Estate 1984, l’Inter di Pellegrini è in cerca di rilancio e punta sul sicuro ingaggiando il Barone per una sola stagione. Titoli di coda ormai prossimi, resta negli annali una stagione al Lecce nella massima serie, scelta soprattutto per esaudire un desiderio di suo padre e altri due anni a Trieste in B. Ultima partita in A? Proprio contro la Juve, il 27 aprile 1986, il giorno della conquista dello scudetto ventidue dei bianconeri.

Il dopo pallone di Causio vuole dire soprattutto Udine, dove sceglie di restare a vivere e dove gli viene proposto il ruolo di team manager con Zaccheroni e Guidolin, per quattro anni. Anni d’oro per le zebrette friulane: sono le prime vere squadre vincenti di Gianpaolo e Gino Pozzo. Poi un ritorno al passato come osservatore della Juventus e una lunga carriera da opinionista tv.