Genoa: Top 11 All Time

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Scelta ardua, complicata. Per dire: manca un grande stopper, nella storia del Genoa, insomma, uno di quei “monumenti” che entrano nella “Top” di corsa, senza nemmeno bisogno di chiamarli. E poi: la forza è nelle origini, come recitava uno slogan pubblicitario? Cioè: il vecchio Grifo ha dato il meglio nell’era degli scudetti, chiusa nel 1924? Pensiamo proprio di no e comunque il compromesso con la modernità si impone.

La tattica

Ottavio Barbieri

La scelta del “mezzo sistema” è un omaggio a Ottavio Barbieri, bandiera del Genoa degli ultimi due scudetti, quindi “secondo” di mister Garbutt (ma anche di Vittorio Pozzo) nella seconda metà degli anni Trenta, allorché il Genoa adottò, primo in Italia, il Sistema (o WM) inglese. Con il Mezzo sistema (copiato dal “verrou” svizzero), Barbieri conquistò un leggendario scudetto, nel 1944, con i Vigili del Fuoco della Spezia, che la spuntarono sul quotato Venezia e sul Grande Torino. Lo scudetto fu misconosciuto (ma solo a posteriori…) dalla Federcalcio repubblichina: non sembrava serio dare un titolo ai pompieri. Il Mezzo sistema prevedeva una difesa a uomo, con tre difensori in marcatura e in seconda battuta un “terzino volante” (o “vagante”, come lo descrisse Renzo De Vecchi, ex “Figlio di Dio” passato al giornalismo, sulla Gazzetta dello Sport). Si trattava cioè del “libero” (termine coniato da Gianni Brera), che Barbieri adottò quindi prima di Rocco (fu lo stesso Paròn a riconoscerlo) e di Viani. Il centrocampo era schierato “a triangolo”, con un centromediano metodista davanti alla difesa. Tre gli attaccanti. Ma l’ala destra doveva dar man forte al centrocampo. Era nato il “tornante”.

Gli esclusi

Fra gli esclusi, molti nomi importanti: cioè i tantissimi grandi, che sono arrivati al Genoa a fine carriera (Mario Corso, Claudio Sala, Angelillo, Roberto Rosato, Fulvio Collovati…). Alcuni di essi hanno lasciato un buon ricordo. Impossibile però considerarle bandiere. Allo stesso modo sono state escluse le meteore. Una su tutte Guillermo Stabile, il filtrador capocannoniere dei Mondiali 1930. A Genova si presentò con una tripletta al Bologna. Poi si ruppe una gamba e la sua carriera finì di fatto. Dolorose, per contro, altre esclusioni: Gianluca Signorini su tutti, chiuso però dal “Figlio di Dio” e da Ramon Turone. Come libero avrebbe meritato anche Claudio Onofri, che prima di passare al Torino ricordava Beckenbauer in versione economica.

Numero 1

GIOVANNI DE PRÀ: Un tuffo nella storia

Genovese e genoano a vita, De Prà fu il primo grande portiere del calcio italiano. Nato nel 1900 e approdato giovanissimo in rossoblù, per primo applicò metodi di allenamento “scientifici” (importati via Garbutt dai maestri inglesi, che vantavano, negli anni Venti, anche eccellenti numeri uno fra cui il mitico Scott del Liverpool). Ma De Prà ci mise del suo: inventò – pare – il tuffo (per evitare che una pallonata colpisse un sacerdote-tifoso) mentre per farsi i muscoli si appendeva alla traversa. Fu 19 volte in Nazionale (medaglia di bronzo alle Olimpiadi 1928), De Prà vinse i titoli 1923 e 1924, perdendo quello del 1925 per un gol fantasma “segnato” dal Bologna: «Mio padre deviò in corner ma gli ultrà bolognesi, stipati a bordo campo, buttarono la palla in rete. Per tutta la vita si è portato quella scena negli occhi», ricorda il figlio. A Giovanni De Prà è intitolata la strada che fiancheggia la tribuna di Marassi.

MANLIO BACIGALUPO: Bello e imbattibile

Il fratello maggiore di Valerio, portiere del Grande Torino, fu il numero uno del Genoa sistemista degli anni Trenta; squadra che vinse una coppa Italia (nel 1937) e sfiorò a più riprese lo scudetto Non era un gigante, ma ciò non gli impedì di essere grande fra i pali né di costruirsi la (solida) fama di dongiovanni. Sarebbe finito dritto ai Mondiali del 1934, ma si ruppe una mandibola e Vittorio Pozzo dovette arrangiarsi. Acrobatico come Valerio e quasi imbattibile fra i pali, non eccelleva per la verità nelle uscite che proprio il Sistema di Garbutt, privo di “spazzini” difensivi, rendeva indispensabili. Si trasferì al Venezia nel 1938, squadra dalla quale sarebbero passati anche Loik e Mazzola, futuri compagni di squadra del fratello. Quel Valerio che lui, chiusa la carriera, prese ad allenare sulla spiaggia dello stabilimento balneare della famiglia, a Vado Ligure. Stabilimento gestito oggi da Valerio Bacigalupo, nipote omonimo e somaticamente “gemello” del campione granata.

NUMERO 2

VINCENZO TORRENTE: Il Ciro della Lanterna

Secondo Scoglio, Torrente non aveva nulla da invidiare a Ciro Ferrara. Vincenzo poteva anzi permettersi di marcare (e annullare) Maradona. Indispensabile pedina nel Genoa del Professore prima, di Bagnoli poi, Torrente conquistò in rossoblù il quarto posto del 1990-91 ed espugnò Anfield Road nel marzo successivo. Il suo grande rammarico è non avere battuto, grazie al presidente Dalla Costa che lo escluse dalla rosa, il record di presenze in rossoblù. Oggi allenatore della Primavera, Torrente detiene però a suo modo un primato: dopo l’ultima partita del torneo 2002-03, con il Genoa retrocesso in Serie C (e poi ripescato), fu portato in trionfo sotto la Nord dai tifosi che invasero il campo pacificamente, a riconoscere la buona prestazione della squadra dei ragazzini schierata in vece dei titolari tacciati di ammutinamento.

FABRIZIO GORIN: Picchia col cuore

Rimase appena tre anni, ma lasciò il segno: “Picchia Gorin”, come lo chiamava la Nord, dava l’anima in campo. Specie nei derby, in cui il talentuoso amico-nemico Alviero Chiorri non toccava boccia. Fu proprio in un derby che il difensore veneto segnò uno dei suoi rarissimi gol, mentre Chiorri non si azzardava a superare lo sbarramento che lo stesso Gorin aveva tracciato con i tacchetti sull’erba di Marassi. Salì in A col Genoa nel 1981 e a Marassi contro la Roma annullò Bruno Conti a modo suo: lo colpì con una gomitata e poi stramazzò a terra. Il segnalinee “vide” e sbandierò, l’arbitro accorse e ammonì il romanista… Che diede di matto, tanto che Liedholm lo sostituì in fretta per risparmiargli il rosso. Ceduto al Palermo, tornò presto nel suo Genoa. Nel 2002 accettò di collaborare con l’amico Onofri (e Ramon Turone) per provare a raddrizzare le sorti della scassatissimo Grifone di Dalla Costa. Ma il male era in agguato: “Picchia” Gorin muore il 13 settembre dello stesso anno.

NUMERO 3

FOSCO BECATTINI: Palla di gomma

Fino a pochi anni fa deteneva il record di presenze in rossoblù (425), poi superato da Ruotolo. Con orgoglio e puntiglio difende il suo primato: ai suoi tempi si giocava 90 minuti senza sostituzioni. Terzino sinistro del Genoa dal 1946 al 1961, lo chiamavano “Palla di gomma” per le sue doti acrobatiche che sopperivano a un fisico non proprio da marcantonio. Giocò al fianco di grandi campioni (da Verdeal ad Abbadie) in un Genoa che aveva però iniziato, nel dopoguerra, la propria parabola discendente. Giocò due volte in Nazionale, esordendo il 27 marzo 1949 a Madrid contro la Spagna (vittoria degli Azzurri per 3-1). Quella Nazionale era imbottita di giocatori del Grande Torino, così l’aereo del ritorno prese la rotta della Mole. «Ero seduta vicino a Bacigalupo» ricorda Becattini «Che a un certo punto mi disse in genovese: “Guarda, laggiù c’è Superga. Siamo arrivati“».

CLAUDIO BRANCO: Punizioni da derby

A valergli il posto nella storia del Genoa è “quel” gol da cartolina nel derby del 25 novembre 1990. Gol che rischia di offuscare il ricordo delle cavalcate e delle giocate del brasiliano di classe pura del Genoa targato Bagnoli. Specialista su punizione, rivelò in parte il segreto del suo successo confidando che calciava con tre dita del piede: così lo soprannominarono “treis dedos”, cercando poi di immaginare come caspita colpisse il pallone. Segreto svelato infine da un vecchio magazziniere: «U ghe dava de punta!». Tutto stava a colpire la valvola della sfera che Branco sistemava sull’erba con cura esasperante. Sapeva anche difendere, ma pochi lo ricordano. I genoani doc preferiscono incorniciare, sotto il quadretto del derby, le reti (sempre su punizione) contro la Juve nel 1991 (vittoria 2-0 e UEFA assicurata) e contro il Liverpool in coppa UEFA a Marassi.

NUMERO 4

LUIGI BURLANDO: Un gol da primato

Centromediano del Genoa negli anni Venti (con il quale vinse due titoli), Burlando è uno dei giocatori rossoblù entrati nella leggenda. Nato nel 1899, arrivò al Genoa dall’Andrea Doria nel 1921. Giocò 19 partite in Nazionale, dove esordì nel ruolo di laterale sinistro, disputò le Olimpiadi del 1920 e del 1924. È passato alla storia un suo gol di testa da 40 metri segnato contro il Belgio il 22 maggio 1922 a Milano (bravo Burlando, pollo il portiere De Bie). Fu quella la sua unica rete in azzurro. Atleta completo, eccelse anche in altre discipline quali la pallanuoto (il Genoa negli anni Venti aveva anche una sezione dedicata a questo sport, ma Burlando lo aveva praticato ai tempi dell’Andrea Doria…) e la savate. Dal 1921 al 1932 collezionò 194 presenze (con otto gol) in rossoblù, prima di diventare allenatore (e collaborare con Guillermo Stabile, Garbutt, Barbieri e anche Vittorio Pozzo). È morto nel 1967.

MARIO B0RTOLAZZI: La festa della castagna

Fortissimamente voluto da Bagnoli al posto dell’immobile Perdomo – il “centromediano metodista” che Scoglio vedeva erede di Varela – Bortolazzi non convinse lì per lì e i tifosi lo beccavano. Il caso scoppiò alla vigilia del derby 1990, col mago della Bovisa a prendere le difese del regista rispondendo per le rime al popolo rossoblù. Tre giorni dopo il Genoa vinse il derby e Mario salì in cattedra. Regista essenziale, pulito, poco spettacolare ma sostanzioso, era bravo – e cattivo il giusto – anche come incontrista, a dispetto di un fisico e di un’aria non proprio da duro. In più aveva una castagna che faceva male. Ha giocato ad alto livello fin quasi a 40 anni.

NUMERO 5

ANDREA FORTUNATO: Sinistro da jolly

Il presidente Spinelli lo prelevò dal Como nel 1991, annunciandolo come il nuovo Cabrini. E Fortunato, specie con il sinistro, faceva ciò che voleva. Bagnoli lo bocciò nella stagione della Coppa Uefa (1991-92), ma Andrea Fortunato si rivelò in seguito prezioso jolly della difesa (come pure del centrocampo). È passato alla storia come promettente e sfortunatissimo terzino sinistro, noi lo collochiamo in questa posizione perché in maglia genoana diede forse il meglio di sé come stopper (oggi si dice “centrale”…), contribuendo in maniera determinante alla risicata salvezza del Grifone nella stagione 1992-93. Quando, conferma di doti tecniche superiori, realizzò anche reti decisive (in particolare il pareggio a Marassi, all’ultima giornata, contro il Milan già campione). Spinelli lo “premiò” lasciandolo andare alla Juventus. Sembrava il salto verso una grande carriera. Da Torino, una domenica di maggio del 1994, sarebbe rimbalzata una notizia drammatica: Andrea Fortunato era malato di leucemia. Morirà il 25 aprile 1995.

VITTORIO SARDELLI: Tojo l'arcigno

Con i soldi guadagnati in rossoblù si era comprato un negozio di sedie e mobili da giardino nel ventre della vecchia tribuna di Marassi. Il negozio è stato sacrificato dalla ristrutturazione dello stadio, ma “Tojo” rimane nella memoria dei tifosi come uno dei più arcigni difensori rossoblù. Terzino sistemista del Genoa di Garbutt, fu suo malgrado protagonista della sfortunata trasferta della Nazionale a Berlino nel novembre 1939. In quell’occasione Vittorio Pozzo, cedendo provocatoriamente alle insistenze del suo “secondo” Ottavio Barbieri, accettò di provare il Sistema, schierando sette genoani fra cui Sardelli. Sotto la pioggia finì 5-2 per i tedeschi con Sardelli che scivola in area e abbraccia il pallone in una pozzanghera: rigore e avventura azzurra conclusa. Maggiori, per contro, le soddisfazioni con il Genoa prima e subito dopo la guerra: quando Verdeal faceva ben sperare, ma c’era il Grande Torino.

NUMERO 6

RENZO DE VECCHI: Il figlio di Dio

Milanese di nascita (1894), fu uno dei primi grandi acquisti (1913) del Genoa allenato da Garbutt. Aveva esordito ragazzino nel Milan e a 16 anni in Nazionale. Insuperabile nel dribbling, esemplare per correttezza (mai espulso) era soprattutto un leader in campo, oltre che primo esempio di regista della difesa. Lo chiamavano “Il figlio di Dio” anche se non disponeva propriamente del “physique du role”: alto 1,63 e fisico da impiegato, non risultava un fulmine di guerra ma possedeva un senso quasi magnetico della posizione. Vestì 196 volte la maglia del Genoa (dal 1913 al 1929) andando anche 26 volte a rete. Ben 43 (di cui 31 da genoano) i suoi gettoni in azzurro. A carriera finita provò con scarsa fortuna la strada della panchina (retrocesse con il Genoa, nel 1934). Se la cavò decisamente meglio come giornalista sportivo.

MAURIZIO TURONE: Libero di segnare

L’Italia lo ricorda per il gol-scudetto alla Juve, annullato per una questione di centimetri; il popolo rossoblù ricorda la sua cavalcata a Marassi contro l’Entella, campionato di Serie C 1970-71, con Ramon che a 5′ dalla fine sullo 0-0 prende palla nella sua area e punta dritto alla porta avversaria. Semina avversari come birilli poi, dal limite dell’area, piazza una botta nel “sette” sotto la Nord. Ligure di Varazze, genoano viscerale, talento indiscusso prodotto dal vivaio del Grifone, libero di classe, Ramon arrivò a toccare il tetto delle 100 presenze (con 9 gol, fra cui la rete-promozione contro il Rimini nel ’71) e venne ceduto al Milan nel ’72 per le magagne di bilancio tipiche di casa rossoblù dal dopoguerra a oggi. Nonostante la bella carriera, Turone meditò sempre di tornare un giorno al suo Genoa, senza più riuscirci da calciatore.

NUMERO 7

LUIGI MERONI: Il primo volo della farfalla

Stagione 1961-62: il Genoa che ritorna in Serie A espugna Como, ma il difensore rossoblù piazzato su quel ragazzino all’ala destra rimedia una figuraccia. Gli stessi giocatori convincono la dirigenza ad acquistarlo. Approda così al Genoa, e in A, Luigi Meroni, zazzera da Beatle, passione per la pittura e per la moda, fantasia e genio pallonaro da vendere. Meroni esordisce nelle ultime giornate del torneo ’62-63: un colpo a sorpresa che vale al Genoa la permanenza nella massima serie. L’anno dopo la conferma: Luigi fa ammattire terzini e portieri (contro il Mantova scarta prima Schnellinger poi Zoff prima di entrare in porta con il pallone) e contribuisce mica poco all’ottavo posto di una squadra mediocre. Nell’estate 1964 lo cedono al Torino a peso d’oro. La farfalla rossoblù diventa farfalla granata, le sue prodezze sotto la Mole gli valgono la Nazionale (sfortunata la presenza ai mondiali “coreani” del 1966). Meroni muore il 15 ottobre 1967, investito da un’automobile guidata da Attilio Romero.

GENNARO RUOTOLO: La destra al potere

Piedi come ferri da stiro e polmoni alla Enzo Maiorca, Gennaro Ruotolo è riuscito, in epoche di bandiere ammainate, a conquistare un clamoroso record di presenze in rossoblù. E pensare che nel ’97 Pillon gli aveva preferito Ametrano. Poi Gennarino tornò in squadra a furor di popolo. Era arrivato a Genova nell’88, voluto da Scoglio. Il professore gli predisse la Nazionale e Gennarino settepolmoni in effetti disputò i suoi 45′ in azzurro. Insieme a Eranio costituiva la “catena di destra” progettata da Scoglio come macchina da cross. Ogni tanto, Ruotolo compiva giocate incredibili: come il morbido cross per il colpo vincente di Skuhravy contro l’Oviedo.

NUMERO 8

JULIO CESAR ABBADIE: Attenti al Cupo

Ai mondiali 1954 in Svizzera aveva giocato con la maglia numero sette della “Celeste”. Ma solo perché il numero dieci era riservato a un certo Pepe Schiaffino, regale genio della regia. Detto “Il Pardo” (il cupo) per la sua espressione più malinconica che accigliata, Julio Cesar Abbadie arrivò a Genova dal Penarol nel 1956, su suggerimento dell’amico Schiaffino (ligure di origine e a sua volta genoano mancato). Divenne subito re del centrocampo rossoblù, ma i suoi sudditi erano tutt’altro che eccelsi: spesso EL Pardo doveva fare da solo. E certo non si tirava indietro: il giorno dei Santi 1957 il Genoa vince il derby e i giornali del giorno dopo recitano: «Abbadie batte Sampdoria 3-1». Durante una vacanza a casa si prende una pleurite. Torna a Genova, ma non è più lui. Al termine della stagione 1959-60 viene ceduto al Lecco, dopo aver vestito 95 volte (con 24 gol) la maglia rossoblù. Tornato in patria, vivrà un’inatteso e lungo supplemento di carriera, vincendo la Coppa Libertadores col Penarol a quasi 36 anni.

STEFANO ERANIO: La fascia tosta

Molassana è un quartiere di Genova lungo la vai Bisagno, qualche chilometro a monte dello stadio di Marassi e non lontano da Ponte Carrega, dove era il campo dei primi scudetti rossoblù. A Molassana è nato nel 1966 Stefano Eranio, prodotto del vivaio rossoblù e discusso interno prima che Scoglio, con un’intuizione delle sue, lo piazzasse sulla fascia destra, ala tattica e anello della “catena” completata da Ruotolo. Eranio rappresenta un’altra profezia avverata del Professore, che lo vedeva in Nazionale. Purtroppo per il Genoa lo “vide” pure il Milan: quando il Genoa di Bagnoli smobilitò, il ragazzo di Molassana prese la strada di San Siro. Riservato di carattere, “incontrò” meno di altri fra i tifosi. Ma come altre bandiere rossoblù tentò in ogni modo di finire la carriera nel Genoa.

NUMERO 9

ROBERTO PRUZZO: O'Rey di Crocefieschi

C’era un ragazzo, nel paesino di Crocefieschi, appennino genovese, che giocava a calcio come pochi. Ma non voleva fare il calciatore. Un conoscente lo segnalò al Genoa. Già durante il precampionato 1973, con il Genoa fresco di A, il diciottenne futuro O Rey impressionò tifosi e giornalisti, fino a imporsi come alternativa a Bordon. 19 le presenze collezionate da Pruzzo durante il suo primo torneo di A, quindi il crescendo: capocannoniere della squadra promossa in A nel ’75-76, l’anno successivo O Rey comporrà, con Damiani, una coppia di goleador di poco inferiore ai “gemelli” Pulici-Graziani. Il Genoa sfiora la zona UEFA, i tifosi sognano, ma al termine del torneo ’77-78 il Genoa finisce in B, con Pruzzo, per un rigore sbagliato alla penultima contro l’Inter, sul banco degli imputati. O Rey finisce alla Roma, dove farà grandi cose.

TOMAS SKUHRAVY: Il gigante del gol

Ai Mondiali del ’90 segnò tre gol al Costarica e Spinelli, rimasto orfano di Fontolan, si precipitò nel ritiro cecoslovacco a fargli firmare il contratto. La Nord storse il naso alla vista del gigante boemo, ma sarebbe bastato ricordare il gol di testa a Wembley di pochi mesi prima per riconoscerlo campione. Tomaso stentò, poi esplose diventando protagonista di un Genoa europeo. Di testa era inarrivabile, e ciò gli permetteva di cavarsela anche nelle giornate in cui un ginocchio ballerino o le troppe birre gli offuscavano le idee. Restò in rossoblù fino alla retrocessione del ’95. Tornò una triste sera del 2001, per una partita dedicata al capitano Signorini. Era irriconoscibile per i capelli corti e i 130 chili di peso che lo rendevano immobile. Poi qualcuno gli mise un pallone sulla testa. E lui incornò nel “sette”, sotto la Nord.

NUMERO 10

JUAN CARLOS VERDEAL: Il genio del Migliore

A segnalarlo al Genoa fu l’ex rossoblù Godigna, trasferitosi in Venezuela, che notò nel Dos Caminos di Caracas un argentino con il numero dieci da faville. Sotto la Lanterna vollero vederci chiaro: perché questo Verdeal non giocava in Nazionale? Lo chiamarono per un provino, un mattino di luglio 1946 davanti agli spalti deserti di Marassi. Mister Garbutt prese a crossare dal corner, l’anziano De Prà si piazzò fra i pali, non prima di avere notato che l’argentino aveva portato con sé le sue scarpe da calcio: «Stu chi u l’è buri!» intuì. Dopo cinque minuti, provino interrotto e telefonata in sede: «Preparate il contratto, abbiamo il fuoriclasse». Per tre stagioni Juan Carlos Verdeal deliziò il popolo rossoblù con assolo tali da eleggerlo il miglior genoano di ogni tempo. Se il Grande Torino aveva il quarto d’ora granata, a Marassi si celebrava il quarto d’ora di Verdeal. Un esempio? Proprio contro il Toro, in vantaggio a Marassi per 3-0 a poco dalla fine. Verdeal decide di fare sul serio: un gol, un rigore procurato, un palo allo scadere. Il Genoa perse 3-2 ma conquistò, quel giorno, un bimbo di nome Fabrizio De André.

ARISTODEMO SANTAMARIA: Elevazione da scandalo

Insieme al suo compagno di squadra Sardi fu al centro del primo scandalo calcistico in Italia: il presidente rossoblù Geo Davidson prelevò entrambi dall’Andrea Doria riconoscendo loro un cospicuo ingaggio. Andarono a depositare gli assegni ma incapparono in un cassiere doriano, che fotografò gli cheques e denunciò tutto. Lì per lì Santamaria e Sardi si buscarono due anni di squalifica, poi il dirigente Pasteur riuscì a convincere i vertici federali e tutto rientrò, mentre il cassiere perse il posto per violazione del segreto bancario. Che tempi! Avrebbe esclamato Govi. Passata la tempesta, Santamaria si rivelò acquisto azzeccatissimo: rimase in rossoblù dal 1914 al 1926, e grazie alle sue doti in elevazione (una rarità per l’epoca, almeno in Italia), risultò fra i protagonisti degli scudetti 1915, 1923 e 1924. Fu momentaneamente ceduto alla Novese nel 1920, squadra con la quale conquistò un clamoroso titolo nel 1922, assieme al grande Cevenini III nella stagione del campionato “sdoppiato”.

NUMERO 11

FELICE LEVRATTO: Reti bucate

La sua storia sembra una favola: Felice Levratto aveva un sinistro così potente, ma così potente, da sfondare le reti. Tutto vero. “U Levre” può considerarsi a tutti gli effetti l’antenato di Gigi Riva. Storie parallele: un tiro di Rombo di Tuono arrivò a spezzare un braccio di un raccattapalle, Levratto mise K.O. il portiere lussemburghese Bausch alle Olimpiadi del 1924. Nonostante le sue doti di goleador e i suoi 84 gol all’attivo in campionato, Levratto non è il capocannoniere rossoblù di ogni tempo, superato di un gol da Catto. Quel gol che Levratto avrebbe potuto segnare nel 1930, su rigore, nello spareggio-scudetto contro l’Ambrosiana. Lasciò fare, invece, al suo compagno Banchero. Che sbagliò, assegnando di fatto il titolo ai nerazzurri del “Balilla” Meazza.

CARLOS AGUILERA: Gol con lo specchietto

Il suo procuratore riuscì a venderlo al Genoa con un 2×1 insieme a Perdomo, in cui Scoglio vedeva Rambo Koeman. Ma il brutto anatroccolo divenne presto cigno, andando a comporre con Skuhravy una coppia d’attacco di valore mondiale. Rifinitore sopraffino («sembra che giochi con lo specchietto retrovisore» dicevano nella Nord) e buon opportunista sotto rete, Pato difficilmente segnava gol spettacolari ma aveva una dote decisiva per un goleador: sbagliava di rado. Forse a Genova avrebbe finito per piantar radici, non fosse finito nei guai con la giustizia. Guai che lo portarono prima a Torino (sponda granata), quindi precauzionalmente a casa, a Montevideo.