Giuliano Taccola: segreti e bugie, 40 anni senza la verità

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Il 16 marzo del 1969 l’attaccante della Roma Giulano Taccola moriva all’Amsicora di Cagliari. La febbre, le iniezioni e quei sospetti mai chiariti. La vedova: «Fu omicidio»


Più di quarant’anni, un mucchio di polvere. Marzia Nannipieri ci soffia su, ogni mese di marzo, soffocata dal peso di un’esistenza in cerca di una verità che interessava a pochi, o forse a nessuno. Era una ragazza di 23 anni, con due bambini di 4 e 6. Era l’unica che non sapeva e la sola che sospettava, testimone di un omicidio in corso o di una disgrazia che, se davvero disgrazia era, non si poteva evitare. C’era lei e c’erano i suoi figli, quarantanni fa, quando Giuliano Taccola, attaccante della Roma, moriva nello spogliatoio Amsicora di Cagliari. Ci sono loro, adesso. C’è la signora Marzia che continua a ripetere: «La morte di Giuliano non fu fatalità, ma un omicidio».

Taccola aveva 25 anni, correva i cento metri in undici secondi, era un toscano tosto di un metro e ottanta, aveva battuto i tacchetti sui campetti in polvere e si faceva raccontare da immagini in bianco e nero e dal gracchiare delle radio. Erano gli anni ’60, quelli più turbolenti, quelli che guardano ai ’70. Alla deregulation nel calcio e nell’economia. Era un manovale del gol, per l’epoca. Dalla serie D alla promozione in A con il Genoa, poi la Roma: dove il manovale, come succede nella capitale, diventa principe. Scrivevano, allora: «Taccola è un ragazzo tranquillo, un professionista serio che evita accuratamente la pubblicità. È l’antidivo per eccellenza».

Era bravo, era forte: 10 reti nel campionato 1967/68, altre 7 nel successivo lasciato a metà. Lasciato per sempre. Era la stagione con Helenio Herrera, l’ex mago dell’Inter sulla panchina della Roma. L’anno 1969 inizia con influenze improvvise e insistenti, un problema cardiaco, l’operazione alla tonsille, una bronchite, addirittura una polmonite. Confusione, tanta confusione. Taccola si stava spegnendo, lentamente. Herrera lo voleva in campo, litigava con i medici, rifiutava le diagnosi e criticava le cure.

Due settimane prima della trasferta di Cagliari, contro la Sampdoria, Taccola si fa male al malleolo. Recupero lampo, viene convocato per Cagliari: sta male di notte, va in tribuna. A fine partite, scende negli spogliatoi per festeggiare con i compagni, abbraccia e bacia tutti: cinque minuti e si accascia distrutto, intervengono i medici, muore. Questi sono i fatti che da quarant’anni tormentano la signora Marzia, che nessun tribunale ha verificato. L’inchiesta viene aperta e chiusa in pochi giorni. La perizia medico legale viene consegnata alla moglie nel ’95, con 26 anni di ritardo.

Marzia e la figlia subiscono due sfratti, a ogni sfratto coincide un contributo della Lega e della Figc. Un comodo lavaggio di coscienza. Marzia va dal pm Guariniello e il marito viene inserito in un processo che non conosce sentenza; tra i martiri del pallone, presunti ammazzati dalla Sla e dai tumori, dalla fretta di guarire e dall ansia, da parte di chi li allenava, di vincere. Come Bruno Beatrice e i raggi Roentgen. Come Fulvio Bernardini, che aveva segnalato Taccola alla Roma, e che apre, suo malgrado, la lunga lista delle morti bianche per la sclerosi laterale amiotrofica.

Soltanto nel 2005, quando Marzia è ormai anziana e i figli adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dell Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l’operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un’iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: «Mi sento male, mi gira la testa».

Così l’hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l’ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L’hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori: «Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un’altra partita». Quarant anni, nessuna verità, nessun colpevole.

Testo di Carlo Tecce

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Intervista alla vedova di Taccola

Signora Taccola, in un’intervista del 5 luglio 1995 lei affermò che dopo 26 anni aveva finalmente ricevuto i documenti dell’inchiesta di Cagliari e aveva netta la sensazione che le carte furono manipolate: è ancora di questa idea?
«Sì. Ci sono buchi, omissioni, inesattezze. All’epoca cercarono persino di far passare come cartelle cliniche di Giuliano analisi e diagnosi che non lo riguardavano».

Lei disse che suo marito ebbe una broncopolmonite e che fu quella la vera causa della morte?
«Ho il sospetto che fu qualcosa del genere a provocare la morte di Giuliano. Dissero, scrissero, che era colpa di una malformazione congenita al cuore, ma invece aveva il classico soffio d’atleta. Dissero, scrissero, che fu lui a chiedere di tornare in campo prima del previsto dopo l’operazione alle tonsille perché non voleva perdere i premi-partita. Hanno infangato persino la sua memoria. Giuliano non pensava ai soldi, pensava alla sua vita».

Che cosa accadde tra la tournée di Spagna e quel 16 marzo 1969?
«Giuliano tornò in Italia ammalato. Aveva la febbre alta. Fu visitato da due otorinolaringoiatri. Entrambi dissero che doveva togliersile tonsille. Del primo non ricordo il nome, il secondo fu quello che il 5 febbraio operò mio marito a Villa Bianca, il professor Filipo. L’intervento non fu una cosa semplice, Giuliano perse molto sangue. Quando fu dimesso gli venne prescritto un mese di assoluto riposo e il professor Filipo gli disse che la stagione era finita, il recupero si annunciava lento, invece il giorno dopo l’uscita dalla clinica la Roma lo volle in campo. Si allenava e la sera arrivava, puntuale, la febbre. Era cinque chili sotto il peso abituale. Era debilitato dagli antibiotici. Non si reggeva in piedi. Alla visita di controllo il professor Filipo si arrabbiò, disse che doveva fermarsi, prescrisse anche le lastre ai polmoni, ma quando Giuliano si presentò davanti al medico della Roma questi strappò i certificati e disse “adesso sono io che decido”. Giuliano giocò una partita con la formazione De Martino il 26 febbraio. Svenne in campo. Giocò un’ora contro la Sampdoria il 2 marzo. La febbre non gli dava tregua. Il 7 marzo lo portarono in ritiro. La sera si sentì male e dopo mezzanotte scappò dall’albergo. Cercarono di fermarlo, gli dissero “guarda che se te ne vai perdi tutti i premi-partita”, lui rispose che pensava alla salute, chiamò un taxi e quando rientrò a casa aveva la febbre a 39».

Cosa pensavate di fare?
«Ormai la situazione stava precipitando, Giuliano aveva cominciato anche a sputare sangue dalla bocca. Il giorno dopo la fuga dal ritiro alle 9 del mattino si presentò a casa il medico della Roma insieme a un’infermiera. Voleva fare un’iniezione “prodigiosa”, ma Giuliano rifiutò. Martedì 11 marzo ricominciò ad allenarsi. Giovedì 13 marzo fu convocato per la partita di Cagliari. Non voleva andare, ma partì ugualmente. La sera mi telefonò. Si sentiva a pezzi, ma Helenio Herrera voleva che giocasse almeno un tempo per poi utilizzarlo il mercoledì successivo a Brescia in Coppa Italia. Sabato sera disse che aveva nuovamente la febbre. Quella notte si sentì male, ma il medico della Roma non ritenne necessario il ricovero in ospedale. La domenica mattina fece un allenamento leggero in riva al mare. Sotto la doccia svenne. A quel punto decisero che non era il caso che giocasse. Gli diedero un’aspirina, seguì la partita in tribuna, al rientro negli spogliatoi bevve un’aranciata e si sentì male. Gli fecero tre iniezioni, poi chiusero gli spogliatoi e invece di chiamare con urgenza un’autombulanza cercarono di ripulire lo spogliatoio. Ci fu il tentativo disperato di salvarlo anche da parte di un giornalista e di un professore Isef che stavano negli spogliatoi. Gli fecero la respirazione bocca a bocca. Queste persone non sono mai state interrogate. Anche questo è un altro mistero da chiarire. Dopo la morte, Giuliano è stato ucciso una seconda volta con tutte le menzogne che sono state dette e scritte e con tutte le promesse non mantenute nei confronti della sua famiglia. Per vivere abbiamo raccolto gli avanzi anche nei cassonetti della spazzatura».

Chi ha promesso e non ha mantenuto di aiutarvi?
«Tutti. I dirigenti della Roma di allora. La Federcalcio. Nel 1979 il presidente romanista Viola giurò davanti a una fotografia di mio marito che mi avrebbe trovato un posto nella filiale del Banco di Roma di Pisa. Nel 1994 Sensi promise durante il «Processo di Biscardi» che mi avrebbe aiutato. Intervenne Maurizio Mosca e disse che avrebbe dovuto trovarmi un lavoro e lui, testuale, rispose che quello che avrebbe fatto sarebbe stato molto più di un lavoro. In 30 anni solo promesse e neppure uno straccio di lavoro».

Dopo tutto questo tempo che cosa si sente di chiedere ancora?
«Chiedo giustizia. Chiedo la verità».

Intervista di Stefano Boldrini

La Scheda

taccolaGiuliano Taccola nacque il 28 giugno 1943 a Uliveto Terme (Pisa). Centravanti, le sue squadre furono Entella (C) Alessandria, Genoa e Varese (B), infine la Roma (41 partite e 17 gol dal 1967 al 1969). La sua è la stata la prima morte oscura del calcio. Emerse, all’epoca, uno scenario inquietante. Taccola aveva sostenuto negli ultimi tre anni solo una visita medica, nel 1966, quando ancora giocava nel Genoa, dove gli fu riscontrato il cosiddetto soffio a cuore. L’inchiesta, avviata nel marzo 1969, fu archiviata nel gennaio 1971. Nessun colpevole: «Non sono emerse responsabilità penali» la sentenza. Resta solo il verdetto dell’autopsia: «Insufficienza cardiorespiratorio acuta». E i sospetti della moglie, che da 40 anni chiede giustizia.