Il calcio una volta veniva raccontato meglio, o almeno così ci piace pensare. Ma è nostalgia o realtà? Il giornalismo sportivo è cambiato radicalmente. Non è peggiorato: è diventato qualcosa d’altro, perché è cambiato tutto.
Tutti abbiamo quella sensazione: che una volta le cose funzionassero meglio. Le macchine duravano di più, la musica aveva più anima, il cibo sapeva di più. E il calcio? Beh, il calcio veniva raccontato meglio. O almeno così ci piace pensare. Ma è davvero così, oppure siamo vittime di quella nostalgia automatica che ci fa vedere il passato sempre con una luce più dorata?
Quando si parla di giornalismo sportivo, la tentazione di idealizzare i tempi andati è fortissima. Però fermiamoci un secondo: il mondo della comunicazione è cambiato in modo talmente profondo che paragonare il prima e il dopo è come confrontare una carrozza con un’automobile. Non ha molto senso chiedersi quale sia meglio. Ha più senso capire cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo sacrificato lungo la strada.
I cronisti erano gli unici occhi del popolo
Immaginate di vivere negli anni Sessanta. La partita del Milan si gioca domenica pomeriggio a San Siro. Voi siete a casa, a centinaia di chilometri dallo stadio. La televisione trasmette pochissime partite, gli highlights arrivano con il contagocce. Come fate a sapere cos’è successo? Aspettate il lunedì mattina e comprate il giornale.
In quel momento, il giornalista diventa il vostro unico accesso alla realtà. Gianni Brera o chi per lui non sta solo raccontando una partita: sta ricreando un mondo che voi non avete potuto vedere. Le sue migliaia di parole non sono un eccesso verboso, sono una necessità. Deve farvi sentire il rumore della folla, descrivervi il gesto tecnico, trasmettervi l’emozione del gol. È il vostro occhio, il vostro orecchio, la vostra presenza allo stadio per procura.
Questo dava ai giornalisti un potere enorme. Erano i custodi della verità sportiva. Se scrivevano che un giocatore aveva giocato male, quello aveva giocato male. Punto. Non c’erano replay infiniti da consultare, non c’erano clip su internet da rivedere. La loro versione dei fatti era la versione dei fatti.
Quando tutto diventa corto e veloce
Poi è cambiata la velocità del mondo. Prima è arrivata la televisione generalista, che ha iniziato a trasmettere più partite. Poi le emittenti a pagamento, che hanno trasformato ogni match in uno spettacolo disponibile. Infine internet, che ha reso ogni azione rivedibile all’infinito da mille angolazioni diverse.
Il giornale del lunedì mattina non serve più a raccontarvi cosa è successo. Lo sapete già, lo avete visto in diretta o lo avete letto in tempo reale sul telefono. Allora a cosa serve il giornalista? Deve offrire qualcos’altro: opinioni, retroscena, analisi, provocazioni. Non più cronaca nel senso classico, ma interpretazione.
E così i pezzi si accorciano. Non ha più senso scrivere pagine intere per descrivere un’azione che tutti hanno già visto. I giornali si adattano: più immagini, meno testo, titoli più forti. Il lettore vuole qualcosa di rapido da consumare con il caffè. Il formato cambia perché deve cambiare. È sopravvivenza, non decadenza.
La televisione scopre che parlare serve a vendere
Ma il vero terremoto avviene in tv. All’inizio, quando le partite trasmesse erano rare, il telecronista aveva un ruolo umile: nominava i giocatori, lasciava che le immagini parlassero da sole. Era quasi un servizio pubblico: io vi mostro, voi guardate.
Quando il calcio in tv diventa un prodotto commerciale, tutto cambia. Le emittenti private devono vendere emozioni, spettacolo, drammi. E così il telecronista si trasforma. La voce si alza, il tono diventa enfatico, ogni azione viene caricata di significato. Non basta più dire “tiro di Rossi”, bisogna urlare, drammatizzare, creare suspense anche dove non c’è.
E poi arriva il doppio commento: telecronista più opinionista. Una scelta che dovrebbe arricchire l’esperienza ma spesso la appesantisce. Dove prima c’erano immagini e silenzio, ora ci sono due persone che parlano ininterrottamente. Spiegano, analizzano, discutono di moduli e pressing. Per alcuni è affascinante, per altri è un assalto sonoro insopportabile.
Il paradosso è che la televisione, il medium delle immagini, è diventata logorroica. Riempie ogni spazio con parole, come se avesse paura del vuoto, del silenzio, di lasciare che lo spettatore pensi da solo.
L’immaginazione muore sotto i replay
C’è una cosa che si è persa definitivamente in questo passaggio: lo spazio per l’immaginazione. Quando il calcio non si vedeva, bisognava immaginarlo. Le parole del cronista o del radiocronista creavano immagini nella vostra testa, e quelle immagini erano vostre, personali, uniche. Due persone che leggevano lo stesso articolo vedevano due partite diverse nella propria mente.
Oggi tutto è visibile, rivedibile, analizzabile da ogni angolazione. Non c’è più niente da immaginare. E con questo muore anche una certa poesia, una certa magia. I tentativi delle tv moderne di ricreare quell’epica risultano finti, costruiti, enfatici nel modo sbagliato. È retorica prefabbricata, non autentica meraviglia.
Cosa resta, cosa manca
Allora, era meglio prima? La risposta onesta è: dipende da cosa cercate. Se volete informazione pura, oggi siete serviti meglio che mai. Se cercate analisi tattica, avete esperti che vi spiegano ogni dettaglio. Se volete intrattenimento, c’è una offerta infinita.
Ma se cercate quella dimensione epica naturale, quel senso di mistero e scoperta, quella sensazione di evento irripetibile… beh, quella probabilmente non tornerà. Non perché il giornalismo sia peggiorato, ma perché è cambiato il rapporto stesso tra noi e il calcio. Non siamo più spettatori che attendono il racconto dell’evento. Siamo consumatori onnivori che divorano ogni contenuto disponibile in tempo reale.
Il vecchio giornalismo nasceva dalla scarsità: poche immagini, poche informazioni, bisogno di riempire i vuoti con le parole. Il nuovo nasce dall’abbondanza: troppe immagini, troppe informazioni, bisogno di selezionare e dare senso al caos. Sono due mestieri diversi, per due mondi diversi.
E forse, proprio forse, dovremmo smettere di cercare di ricreare artificialmente ciò che è nato da un’epoca diversa. Invece di moltiplicare le narrazioni, potremmo lasciare più spazio al silenzio. Più spazio a guardare senza che qualcuno ci spieghi cosa stiamo vedendo. Più spazio all’immaginazione, anche nell’era della visibilità totale.