Il primo miracolo di Cosmi: l’incredibile Perugia 2000-01

Nel 2000 tutti davano il Perugia per retrocesso. Serse Cosmi, esordiente allo sbaraglio, batté due volte il Milan e chiuse undicesimo: storia di una rivelazione.

Il pallone ha una virtù che nessun altro sport possiede fino in fondo: non legge i giornali. Non sa nulla di griglie di partenza, di valutazioni di mercato, di pagelle compilate a luglio. Nell’estate del 2000, però, il campionato italiano sembrava già archiviato prima ancora del calcio d’inizio, almeno per una squadra: il Perugia era spacciato, e non lo mormorava un tifoso al bar. Lo scrivevano i quotidiani sportivi, lo ripetevano gli addetti ai lavori, lo davano per acquisito i bookmaker.

Del resto, bastava leggere l’elenco delle partenze. Via l’allenatore Carlo Mazzone dopo una sola stagione, via Nicola Amoruso e Alessandro Melli, via Alessandro Calori, via Ibrahim Bâ, via Renato Olive. Restava Marco Materazzi, ma con la valigia già pronta: l’accordo con l’Inter era pubblico da mesi, quello sarebbe stato l’ultimo giro di giostra in Umbria. Al loro posto? Un difensore e due centrocampisti presi dalla Viterbese, un terzino pescato addirittura in Serie D, un greco che quasi nessuno aveva mai visto giocare, un coreano e un cinese arrivati come curiosità folkloristiche.

Il presidente Luciano Gaucci, fedele a se stesso, urlava al complotto, pretendeva rispetto, alzava il volume. Il suo nuovo allenatore, invece, chiese una cosa sola durante la conferenza di presentazione: che la squadra venisse giudicata per quello che avrebbe fatto sul prato, non per le figurine che componevano la rosa. Nessuno gli diede troppo peso. Era un debuttante assoluto, dopotutto.

Videocassette, centocinquanta milioni e un berretto da baseball

Per capire da dove arrivava Serse Cosmi bisogna tornare al febbraio precedente. Mentre il Perugia di Mazzone galleggiava tranquillo a metà classifica, Alessandro Gaucci, figlio del presidente, convocava in gran segreto negli uffici della Galex — l’azienda di famiglia — l’allenatore dell’Arezzo, all’epoca impegnato nella corsa alla promozione in Serie B. Quel tecnico era un perugino di Ponte San Giovanni che aveva portato il Pontevecchio dalla Prima Categoria all’Interregionale e l’Arezzo dalla Serie D ai vertici della C1.

L’accordo fu immediato. Cosmi accettò per un ingaggio da centocinquanta milioni di lire l’anno e divenne, senza che nessuno lo sapesse, l’allenatore del Perugia della stagione successiva. Da quel momento iniziò una doppia vita curiosa: di sera, per non farsi riconoscere, si spostava da casa sua a quella di Alessandro Gaucci per divorare pile di videocassette VHS con partite dei campionati più improbabili del pianeta, a caccia del talento sconosciuto da portare al Curi. La leggenda vuole che proprio in una di quelle serate siano stati scelti il coreano Ahn Jung-hwan e il cinese Ma Ming Yu.

Poi c’era il resto: l’accento umbro che tagliava come una roncola, l’abito impeccabile e sopra la testa, sempre, immancabile, il berretto da baseball. Anche in televisione, anche durante le interviste. Quando glielo fecero notare, rispose con la faccia di chi non capisce dove sia il problema: “La mia testa è brutta con la pelata, senza cappello sono inguardabile”. Sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica, tanto che prima ancora di Natale Maurizio Crozza ne avrebbe fatto una parodia a Mai Dire Gol, con il tecnico ossessionato dai cross e pronto a spezzare le gambe a chi sbagliava il traversone.

A Firenze cambia il vento

Fiorentina-Perugia 3-4: Vryzas, autore di una tripletta, e Pierini

Il campionato partì con un mese di ritardo, il 1° ottobre, per via delle Olimpiadi di Sydney. Il Perugia esordì con un 1-1 casalingo contro il Lecce che non convinse nessuno, poi crollò 3-0 all’Olimpico contro la Lazio. Ma proprio lì, in mezzo a una sconfitta netta, Cosmi disegnò per la prima volta il 3-5-2 che sarebbe diventato la sua firma. Sette giorni dopo il Parma — allora una potenza — veniva travolto 3-1 con tre gol nei primi venti minuti. Poi una sconfitta a Vicenza in pieno recupero: quattro punti alla vigilia della quinta giornata, niente di drammatico.

Il vero spartiacque arrivò all’Artemio Franchi. Sole e vento, sabato pomeriggio, la Fiorentina spregiudicata di Fatih Terim contro quelli che dovevano essere gli agnelli sacrificali. Il gol immediato di Angelo Di Livio sembrava il primo capitolo di una goleada annunciata. Non lo fu. Zisis Vryzas, il greco che nessuno conosceva, si sbloccò con una tripletta; Luca Saudati aggiunse il quarto sigillo. Finì 4-3 per gli umbri, in trasferta, in casa di una delle squadre più in forma del torneo.

Da quel pomeriggio l’Italia del pallone smise di ridacchiare.

L’intuizione del 3-5-2

Il segreto non stava nel caso, stava nel disegno. In un’epoca dominata dal 4-4-2 di scuola sacchiana e dal 4-3-3 zemaniano, Cosmi scelse una difesa a tre lineare e un campo largo, larghissimo. Gli esterni non rientravano mai dentro: Zé Maria a destra e Mirko Pieri a sinistra macinavano l’intera fascia, in appoggio ai difensori in fase difensiva e al cross in quella offensiva.

L’intuizione più preziosa, però, riguardava un ragazzo di ventiquattro anni che l’anno prima giocava in Serie C. Fabio Liverani veniva considerato un trequartista di talento ma troppo lento, con un raggio d’azione troppo limitato per il grande calcio. Cosmi lo piazzò davanti alla difesa, con il compito di muovere il pallone verso esterni e punte: una mossa che anticipava di un paio d’anni quella di Carlo Ancelotti con Andrea Pirlo. Al suo fianco correvano due mezzali complementari: Davide Baiocco, energia e conduzione palla al piede, e Giovanni Tedesco, appena 170 centimetri ma un’intelligenza tattica rara, capace di inserirsi alle spalle delle linee avversarie come se leggesse il futuro. Chiuse la stagione con otto reti, una in meno di Vryzas: un mediano con il vizietto del gol.

E poi c’era il capitano. Materazzi faceva il difensore centrale, quasi da libero all’antica, ma tra rigori, punizioni e stacchi aerei dall’alto dei suoi quasi due metri buttava dentro palloni con una frequenza indecente. In quella stagione stabilì il record — tuttora imbattuto — di gol segnati da un difensore in un campionato di Serie A: dodici, di cui sette dal dischetto.

Il regalo sotto l’albero

Il girone d’andata scivolò via tra pareggi, qualche scivolone e parecchie soddisfazioni. Al Curi il Bari venne liquidato 4-1 in una gara surreale, giocata per oltre un’ora in dieci uomini dopo il rosso a Materazzi: invece di affondare, gli umbri alzarono i giri del motore. A fine partita Cosmi rifiutò di lasciarsi ubriacare: “Sono risultati bellissimi ma pericolosi se letti nella maniera sbagliata”, disse, spostando subito il mirino sull’impegno successivo.

Quell’impegno era San Siro. Il 23 dicembre 2000 il Perugia mise sotto l’albero dei propri tifosi un pacchetto che nessuno osava sperare: 2-1 al Milan, in casa loro, con i gol di Saudati e Vryzas. A metà stagione la squadra che doveva retrocedere senza appello era settima con 25 punti, alla pari con la Fiorentina e davanti all’Inter.

Non tutto fu perfetto, per carità. Il 25 febbraio a Parma arrivò un 5-0 che bruciò, l’11 marzo la Fiorentina rimontò da 0-2 al Curi. Ma il sabato di Pasqua, il 14 aprile, sotto un acquazzone biblico all’Olimpico, i biancorossi spaventarono la Roma capolista: due volte avanti con Baiocco e Saudati, raggiunti soltanto al 91′ in una mischia confusa. Contro i futuri campioni d’Italia, in due sfide, il Perugia non perse mai.

San Nicola, tre gol sotto e il diluvio

Bari-Perugia 3-4: la rete del 3-2 di Robbiati

Il capolavoro, però, porta la data di domenica 29 aprile 2001. Stadio San Nicola, BariPerugia, e dopo un’ora gli umbri sono sotto 3-0: la peggiore versione possibile della truppa di Cosmi. Al 62′ Ahn accende la miccia. Al 69′ Andrea Robbiati firma il 3-2. Dieci minuti dopo lo stesso Robbiati trova il pareggio. E nel finale, dal dischetto, Materazzi completa l’opera: 4-3, salvezza matematica, e un’immagine che vale l’intera annata.

Sei giorni dopo arrivò la fotocopia dell’andata: 2-1 al Milan, doppietta di Vryzas, 39 punti in cassaforte. Il finale fu in scioltezza — un 3-3 rocambolesco a Udine dopo essere stati avanti 3-0, il pari col Brescia, la sconfitta a Torino, l’1-1 con la Reggina, il 2-1 subìto a Verona in una gara che contava solo per gli scaligeri.

Quarantadue punti e un’eredità che dura

Il Perugia chiuse il campionato 2000-01 all’undicesimo posto con 42 punti, riconosciuto all’unanimità come la rivelazione del torneo. Non stazionò mai nei bassifondi, giocò un calcio divertente, riempì il Curi di entusiasmo e soprattutto restituì al calcio italiano un vivaio di talenti pronti.

Il 25 aprile 2001, in un’amichevole giocata proprio a Perugia contro il Sudafrica, Liverani esordì in Nazionale con Giovanni Trapattoni in panchina: di madre somala, fu il primo calciatore di chiare origini africane a indossare la maglia azzurra della Nazionale maggiore. L’estate seguente la Lazio se lo portò via a suon di miliardi. Materazzi volò all’Inter verso il Mondiale del 2006. Negli anni successivi dal Curi sarebbero passati Fabio Grosso, trasformato da trequartista in esterno a tutta fascia, e Fabrizio Miccoli.

Anche Ahn, il coreano che nessuno voleva, si prese la sua rivincita. Peccato che se la prendesse contro l’Italia: golden gol agli ottavi del Mondiale 2002, eliminazione azzurra, e l’ira di Gaucci consegnata alla storia con un “Quel signore non deve più essere accostato alla nostra squadra” che ancora oggi fa discutere.

Quanto a Serse Cosmi, indicato da tutti come il primo esonerato della stagione, si rivelò l’allenatore più longevo dell’intera gestione Gaucci: quattro anni, un ottavo posto, un nono, una Coppa Intertoto nel 2003. Ogni estate la società smontava i pezzi migliori, ogni autunno lui rimontava una squadra nuova con nomi sconosciuti che, giocando al Curi, diventavano qualcuno.

Tutto ha un inizio e una fine. Quello del Perugia di Cosmi cominciò in un’estate calda del 2000, quando un gruppo di carneadi si prese le prime pagine dei giornali. E ricordò a tutti, per l’ennesima volta, che il pallone i giornali continua ostinatamente a non leggerli.