Il tentativo di rapimento di Michel Hidalgo

La storia del tentativo di sequestro di Michel Hidalgo nel 1978, due giorni prima della partenza per il Mundial in Argentina. Una vicenda dimenticata tra calcio, politica e resistenza alla dittatura di Videla.

Sono le prime ore del mattino del 23 maggio 1978. Michel Hidalgo ha appena chiuso l’ultimo weekend di quiete prima dell’appuntamento che la Francia calcistica attende da dodici anni: il ritorno ai Mondiali. Carica in fretta le valigie, sale al volante con la moglie Monique al fianco e parte verso la stazione di Bordeaux, dove prenderà il treno per Parigi. Da lì, il giorno dopo, l’intera Nazionale sarebbe decollata su un Concorde diretto a Buenos Aires.

Lungo la strada di campagna, nei pressi del comune di Cézac, un’auto lo affianca e lo costringe a fermarsi. Ne scendono degli sconosciuti, uno dei quali impugna una pistola, e gli ordinano di seguirli verso un boschetto ai margini della carreggiata. Hidalgo, che non gioca più da dodici anni ma ha conservato i riflessi dell’ex ala destra, coglie l’attimo giusto e disarma il suo rapitore con una mossa secca. Il gruppetto fugge a piedi, disperso tra i campi.

Tremante ma illeso, torna dalla moglie, la abbraccia, e corre alla caserma dei gendarmi di Saint-André-de-Cubzac per denunciare l’accaduto. La pistola, si scoprirà poche ore dopo, non era nemmeno carica. Perde il treno, ma non il Mondiale: sotto scorta, raggiunge Parigi in aereo e si ricongiunge ai suoi ventidue ragazzi. Quella sera stessa, però, un’agenzia di stampa francese riceve una telefonata anonima. Qualcuno rivendica il sequestro fallito, e il calcio francese scopre — senza averlo scelto — di essere entrato in una storia molto più grande di un pallone.

L’ala destra che diventò stratega

Prima di essere l’uomo che disarmò un rapitore a mani nude, Michel Hidalgo era stato un’ala destra veloce e generosa, nato nel 1933 a Leffrinckoucke, al confine col Belgio, e cresciuto in Normandia. Si fece le ossa nel Le Havre, esplose nello Stade Reims — con cui vinse un titolo francese e giocò una storica finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stéfano, siglando un gol nella sconfitta per 4-3 — e nel 1957 approdò all’AS Monaco, dove chiuse la carriera da capitano, con altri due campionati e due Coppe di Francia. In Nazionale colleziona una sola presenza, nel 1962 contro l’Italia. Dal 1964 al 1969 guida anche il sindacato dei calciatori francesi: un dettaglio che tornerà utile, anni dopo, a chi doveva decidere chi rapire.

È però dalla panchina che Hidalgo scrive la sua storia più importante. Nominato commissario tecnico della Francia il 27 marzo 1976 — appena tre giorni dopo il golpe militare in Argentina, coincidenza che allora nessuno poteva immaginare gravida di conseguenze — eredita una Nazionale reduce da un decennio di delusioni e mancate qualificazioni. Il suo calcio offensivo, verticale, capace di esaltare i giovani talenti che sta lanciando uno dopo l’altro, passerà presto alla storia con un soprannome che profuma di festa: il “calcio champagne”.

Il pallone e la giunta

Mentre Hidalgo costruisce la sua Francia, in Argentina il generale Videla consolida un potere nato dal sangue. Il golpe del marzo 1976 ha inaugurato quella che i militari chiamano eufemisticamente “guerra sporca”: migliaia di oppositori vengono sequestrati, torturati, fatti sparire nel nulla. Le organizzazioni per i diritti umani stimeranno in circa trentamila i desaparecidos di quegli anni.

La Coppa del Mondo, assegnata all’Argentina già nel 1966, diventa per la giunta un’occasione propagandistica troppo preziosa per lasciarsela sfuggire. Vengono rasi al suolo interi quartieri poveri ai margini di Buenos Aires perché le telecamere straniere non li inquadrino, e una società americana di pubbliche relazioni viene ingaggiata per costruire l’immagine di un paese ordinato e in festa. Lo stadio Monumental, teatro della finale, sorge a poche centinaia di metri dalla Scuola di Meccanica della Marina, uno dei centri clandestini di tortura più attivi del regime. Il calcio si prepara a scendere in campo accanto ai centri di tortura, e non tutti, in Europa, sono disposti a far finta di non saperlo.

Centomila firme e un pallone da fermare

Tra la fine del 1977 e l’inizio del 1978 nasce in Francia un movimento che prova a fermare tutto questo: il Comitato per il boicottaggio dell’organizzazione argentina della Coppa del Mondo, noto con l’acronimo COBA. Il suo slogan è tanto semplice quanto tagliente: non si gioca a calcio accanto ai centri di tortura.

Una petizione per il boicottaggio raccoglie centocinquantamila firme, pubblicate su Le Monde. Tra i nomi ci sono intellettuali come Jean-Paul Sartre e Louis Aragon, e artisti come Yves Montand; la moglie di quest’ultimo, Simone Signoret, scrive persino una lettera aperta alle compagne dei calciatori, invitandole a convincere i mariti a restare a casa. Lo scrittore Marek Halter paragona la scelta di partecipare al Mondiale a quella degli sportivi che, quarant’anni prima, non seppero dire no a Berlino 1936.

Il pressing sulla squadra è costante. Dominique Rocheteau propone ai compagni di scendere in campo con una fascia nera al braccio, ma resta in minoranza. Alla fine nessuna Nazionale qualificata sceglie davvero il boicottaggio: né la Francia, né l’Olanda, che pure discute a lungo l’ipotesi attorno alla scelta di Johan Cruijff di non partire. È in questo clima incandescente che qualcuno decide di passare dalle parole ai fatti, fermando l’auto di Hidalgo su una strada di campagna.

La notte della rivendicazione

Poche ore dopo l’agguato, l’agenzia France Presse riceve una telefonata anonima. La voce, senza dichiarare appartenenza ad alcuna organizzazione, spiega che l’azione voleva soltanto accendere un riflettore sulle sparizioni forzate in Argentina e sulla complicità francese, che con la sua partecipazione al Mondiale — sostiene la rivendicazione — avrebbe finito per avallare i crimini della giunta di Videla.

Due giorni dopo, i rapitori concedono un’intervista segreta al quotidiano Le Matin. Si descrivono come un gruppo antifascista senza legami con l’Argentina, mosso da un’azione umanitaria pianificata da mesi. Rivelano che avevano pensato prima di rapire Michel Platini, la giovane stella della squadra, poi virato su Hidalgo, descritto come un sindacalista che aveva partecipato a manifestazioni umanitarie. Le richieste, mai davvero recapitate visto il fallimento del piano, prevedevano la liberazione di cento prigionieri politici per ciascuno dei ventidue convocati — duemiladuecento in totale —, spazio sui giornali argentini e internazionali, e la messa in onda in prima serata di un documentario del comitato di boicottaggio.

Il COBA prende subito le distanze dall’episodio. Ma il messaggio, ormai, è diffuso su ogni prima pagina: il Mondiale del 1978 non sarebbe stato soltanto una questione di gol.

Sotto scorta, verso l’ignoto

Hidalgo atterra a Parigi scortato da un imponente dispositivo di sicurezza ed evita la stampa. All’aeroporto, però, accetta di incontrare una delegazione di familiari di francesi scomparsi in Argentina, promettendo di raccogliere informazioni sul loro destino durante il viaggio. Anche la politica si muove: il ministro dello Sport Jean-Pierre Soisson solleva la questione con la giunta pur declinando l’invito a seguire la squadra, mentre il presidente della Federazione, Fernand Sastre, promette di affrontare personalmente il tema con le autorità argentine.

Il 1° giugno la squadra decolla per l’Argentina. Ad attenderla, oltre agli stadi, c’è quella che i giocatori chiameranno “libertà vigilata”: agenti in borghese seguono calciatori e staff ovunque, e persino per firmare un autografo in città bisogna avvisare la sicurezza con un giorno d’anticipo. Quando Hidalgo racconta di nuovo il tentato rapimento davanti a uno di quegli agenti, riceve una risposta gelida: ogni paese ha i suoi problemi, ma fortunatamente gli argentini li hanno superati.

Ottocento metri dall’inferno

Il 6 giugno 1978, allo stadio Monumental di Buenos Aires, ottantamila spettatori intonano all’unisono il nome del proprio paese mentre la Francia scende in campo contro i padroni di casa dell’Argentina. A poche centinaia di metri, nei sotterranei della Scuola di Meccanica della Marina, la macchina della repressione non si ferma nemmeno per novanta minuti di calcio. Michel Platini firma qui il suo primo gol in un Mondiale, ma non basta: la Francia cade 2-1, penalizzata anche da un calcio di rigore molto discusso concesso ai padroni di casa.

Il girone si era aperto con la sconfitta contro l’Italia, e si chiuderà con l’unica vittoria francese, un netto 3-1 sull’Ungheria, disputato con maglie verdi e bianche prese in prestito all’ultimo momento, dopo che nessuna delle due Nazionali si era presentata con la seconda divisa adatta. Eliminata al primo turno, la Francia torna a casa con l’amaro in bocca ma con la consapevolezza di aver scoperto un fuoriclasse. L’Argentina di Videla, invece, va avanti fino alla finale, che vincerà contro l’Olanda dopo i supplementari, regalando alla dittatura l’immagine di trionfo che tanto cercava, mentre a pochi passi dallo stadio la “guerra sporca” continuava indisturbata.

Champagne, memoria e un’eredità libera

Michel Hidalgo non si ferma a quella delusione. Resta sulla panchina della Francia fino al 1984, portando la squadra alla semifinale del Mondiale di Spagna 1982 — persa ai rigori contro la Germania Ovest, dopo una delle partite più drammatiche della competizione — e infine, due anni più tardi, al primo grande trofeo internazionale della sua storia: l’Europeo del 1984, vinto in casa, con Michel Platini ormai fuoriclasse assoluto del calcio continentale. Nel 1986 diventa direttore tecnico dell’Olympique Marsiglia, fino al 1991.

Quando Hidalgo muore, nel marzo 2020, a 87 anni, lo stesso Platini lo ricorda come un uomo capace di generare emozioni più che schemi tattici, un uomo del passato, buono e onesto. Di quel Mondiale del 1978, dell’auto fermata su una strada di Gironda, della pistola scarica e della corsa alla gendarmeria, resta oggi soprattutto una domanda che Hidalgo rivolse alla moglie terrorizzata, appena tornato in salvo tra le sue braccia: “Ma cosa sto facendo? Vado ancora in Argentina?”.

Alla fine ci andò. E il calcio, quell’anno, imparò una lezione che vale ancora oggi: nessun campo da gioco, per quanto verde e per quanto lontano, è mai davvero separato dalla Storia che lo circonda.