DEYNA Kazimierz: il Dio del calcio polacco

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E’ stato militare, eroe, anticomunista ma non rivoluzionario, taciturno e protagonista insieme, stella del pallone, comparsa del cinema e poi giocatore d’azzardo, cacciatore di sogni. Uno di quei talenti eccezionali che quando si ritrovano faccia a faccia con la normalita’ non sanno piu’ che fare. Chi non vorrebbe raccontarsi con una storia cosi’? Era il dio del pallone, un Best polacco: oro alle Olimpiadi 1972, argento a quelle del 1976 e in mezzo il terzo posto ai Mondiali e il terzo gradino nella classifica del miglior giocatore dietro a Cruyff e Beckenbauer. Un idolo diventato icona da vivo e leggenda da morto.

Deyna nasce il 23 ottobre 1947 a Starogard-Gdanski, cittadina vicino a Danzica nota solo per le atrocita’ naziste durante la seconda Guerra Mondiale, e cresce calcisticamente nelle file del Wlokniarz Gdanski entrando presto nel giro delle selezioni nazionali giovanili. Dopo una brevissima parentesi con il LKS Lodz, nel 1966 passa al Legia Varsavia, principale club calcistico dell’Esercito polacco. Non sa ancora trascorrerà ben tredici stagioni con i colori del club della capitale, diventandone uno dei leader in campo e idolo della tifoseria.

Il Legia è uno dei migliori club della Polonia e può già contare su uomini come Blaut, Brychszy, Gadocha, Gmoch et Kasperczak. L’arrivo di Deyna permetterà alla squadra quel salto di qualità per spezzare il dominio di Gornik Zabrze e Ruch Chorzow che imperversano in campionato e coppa. Nella sua prima stagione gioca dodici partite segnando 6 reti. Jaroslav Vejvoda, l’allenatore del club, capisce rapidamente a che categoria di giocatori appartiene Deyna: quella dei campioni. E lo manifesta consegnandoli le chiavi del centrocampo del Legia.

Longilineo (1,78 per 70 chili), apparentemente esile ma resistente alla fatica, abile a calciare sia col destro che col sinistro, emerge grazie alla personalità spiccata, che lo porta a catalizzare il gioco. Il suo non è un carattere facile: vuole che la manovra passi dai suoi piedi, pretende di essere il leader indiscusso e questo gli procura qualche problema (Gadocha definirà il suo carattere «una autentica tragedia»), ma sul campo è in grado di superare ogni ostacolo.

Dalla stagione 1967/68 diventa titolare indiscusso nella posizione di trequartista esordendo anche in Nazionale nell’aprile 1968 contro la Turchia (larga vittoria per 8-0) iniziando così un matrimonio che durerà 10 anni con 97 presenze e 41 reti. Come prevedibile, il Legia spadroneggia in campionato vincendo due titoli consecutivi (1969 e 1970). Nel 1969/70 la squadra dell’esercito arriva addirittura in semifinale della Coppa dei Campioni dove viene eliminata dai futuri vincitori del Feyenoord Rotterdam.

Dopo il suo debutto in nazionale il tecnico Gorski ne fa subito il fulcro della rappresentativa, con cui nel 1972 vince il titolo olimpic. Nella finale contro l’Ungheria vinta per 2-1 dai bianchi, Deyna realizzerà le due reti decisive e con 9 centri sarà il cannoniere principe del torneo. Due anni dopo con poche correzioni la squadra sarà la rivelazione dei mondiali in Germania. Rimarrà infatti nella storia del calcio la Polonia rapida e furente di Gorski. Una macchina da calcio dai ritmi esasperati, con due ali supersoniche (Lato e Gadocha), un panzer al centro dell’attacco (Szarmach), due colossi nel cuore della difesa (Zmuda e Gorgon), un portiere saltimbanco (Tomaszewski). Un simile sbuffare di poderosi pistoni necessita di una cabina di guida ricca di razionalità e classe.

Tutto questo è incarnato proprio da Kazimierz Deyna che governa la truppa dall’alto di un genio calcistico superiore. Che sa far viaggiare il pensiero e il pallone ad alta velocità e pure concludere con spietata efficacia: contro l’Italia, nel giorno dei lunghi coltelli che decide al Mondiale 1974 la sorte di Valcareggi e degli ultimi “messicani”, il suo secondo gol (centro basso di Kasperczak e spaventosa botta tesa a fil di palo alla sinistra di Zoff) è un colpo di frusta di scarna e assoluta bellezza. La Polonia perde l’epica battaglia con i tedeschi sull’acquitrino del Waldstadion di Francoforte e chiuso con il terzo posto ai danni del Brasile. Pelé sceglie proprio Deyna come miglior giocatore del Mondiale, in cui hanno primeggiato personaggi come Beckenbauer, Overath e Cruijff, così suggellando la sua grandezza. Gadocha sintetizza la gratitudine della squadra : «Deyna è un grande stratega: possiede una visione immediata di ciò che deve fare e, soprattutto, di ciò che è in grado di fare».

Dopo la straordinaria prestazione di Monaco 74 sia il Real Madrid che il Monaco (con il principe Ranieri sceso personalmente in campo) provano a strappare Deyna al Legia ma essendo un ufficiale dell’esercito e non avendo compiuto ancora 30 anni non ottiene il permesso per poter espatriare.
Conquistata nel 1973 con il Legia la Coppa di Polonia, Deyna guida ancora la Nazionale alle Olimpiadi 1976 (biancorossi battuti in finale dalla Germania Est) e poi ai Mondiali 1978. La Polonia è quasi la stessa di Monaco 74 ma non è più un sorpresa. Inserita in un girone abbordabile con Messico, Tunisia e Germania Ovest la squadra di Gmoch supera agevolmente il turno e Deyna va in rete nel match contro il debolissimo Messico (3-1). Nel secondo turno deve sbattere contro Argentina e Brasile e il capitano polacco spreca un clamoroso jolly facendosi parare un rigore da Fillol nell’incontro contro i padroni di casa perso poi per 2-0.

A quel punto accetta di trasferirsi all’estero, ingaggiato dal Manchester City (dopo che i dirigenti dei celesti spuntano l’acquisto per 110.000 sterline e alcuni mobili per ufficio!). Debutta il 25 novembre del 1978 con una sconfitta per 2-1 ad opera dell’Ipswich. La sua permanenza in Inghilterra sarà segnata da una lunga serie di infortuni, e quando nel gennaio del 1981 lasca il club le statistiche parlano di sole 38 presenze in tutte le competizioni. Le sue indiscusse doti di playmaker riescono comunque ad emergere diventando una figura di culto tra i tifosi del City. Tra i tredici gol segnati in terra inglese ben sette risultano nelle ultime otto partite della stagione 1978/79 risultando decisivo nell’evitare al Manchester City la retrocessione.

Dopo essere apparso nel film “Fuga per la vittoria” di Paolo Wolcheck, nello stesso anno, emigra negli Stati Uniti , dove firma con i San Diego Sockers per monetizzare gli ultimi spiccioli atletici. Dopo 7 stagioni fra NASL e MISL condite da ottimi rendimenti e caterve di gol, lascia i Sockers, per i Legends San Diego. I Legends sono anche la sua ultima squadra, prima della sua tragica morte avvenuta in un incidente stradale a San Diego il primo settembre 1989.