La leggendaria marcatura di Reyna su Maradona

Nel 1985, un oscuro centrocampista peruviano riuscì nell’impresa impossibile: fermare Maradona per due partite consecutive. Una storia di sacrificio, ossessione e genio che cambiò il destino di un Mondiale.

Lima, 23 giugno 1985. Il sole tramonta sulla capitale peruviana mentre all’Estadio Nacional il Perù si appresta ad affrontare l’Argentina in una gara che vale un Mondiale, quello di Messico ’86. Roberto Chale, allenatore della Blanquirroja, ha trascorso notti insonni a studiare una strategia folle: fermare Diego Armando Maradona, il miglior giocatore del mondo.

La situazione delle qualificazioni è cristallina nella sua drammaticità. Le eliminatorie sudamericane sono divise in tre gruppi, e dal primo – composto da Argentina, Perù, Colombia e Venezuela – si qualifica direttamente solo la prima classificata. Gli argentini di Carlos Salvador Bilardo guidano il girone, e all’Albiceleste basta un pareggio per staccare il biglietto per il Messico. Il Perù, secondo a un punto di distanza, deve assolutamente vincere per continuare a sognare.

Chale studia ossessivamente le partite precedenti e fa una scoperta inquietante: colombiani e venezuelani hanno già provato a marcare Maradona a uomo, ma sempre con difensori troppo alti e lenti che non riuscivano a stargli dietro. Il Pibe de Oro li umiliava sistematicamente, trasformandoli in comparse del suo spettacolo personale. Serve qualcosa di diverso, qualcosa di rivoluzionario. Serve qualcuno disposto a sacrificare completamente la propria partita.

L’uomo che disse sì

Quando l’allenatore riunisce la squadra e pone la domanda fatidica – “Chi vuole marcare Maradona?” – il silenzio cala pesante nello spogliatoio. Tutti sanno cosa significa: rinunciare al proprio calcio, diventare un’ombra fastidiosa invece che un protagonista. Jorge Olaechea, il più esperto, abbassa lo sguardo. Gli altri fanno altrettanto.

Poi, dal fondo della sala, si alza una voce ferma: “Io“. È Luis Reyna Navarro, 26 anni, centrocampista difensivo dell’Universitario de Deportes. Non è una star del calcio internazionale, anzi: non gioca una partita ufficiale da sei mesi. Ma ha qualcosa che gli altri non possiedono: il coraggio di dire sì quando tutti dicono no.

Reyna non è alto né particolarmente atletico, ma possiede una caratteristica fondamentale: la tenacia di un terrier. Cresciuto nei barrios di Lima, conosce il significato della lotta per ogni centimetro di campo. Chale lo guarda negli occhi e capisce di aver trovato il suo uomo. Gli spiega la missione con parole crude e dirette: “Tu giochi una partita a parte. O meglio, non la giochi tu e non la gioca lui“.

L’obiettivo è semplice nella teoria, impossibile nella pratica: fare in modo che Maradona non tocchi mai il pallone in condizioni favorevoli. E quando lo tocca, rendergliela vita impossibile attraverso ogni mezzo consentito dal regolamento – e qualcuno anche al di fuori di esso. Non importa se il Perù gioca tecnicamente in dieci uomini, perché anche l’Argentina sarà privata del suo diamante più prezioso.

La prima battaglia

La sera del 23 giugno, Lima si ferma. Quarantaseimila spettatori riempiono il Nacional, mentre milioni di peruviani si incollano ai televisori. Quello che vedono è qualcosa che nessuno dimenticherà mai: Reyna che trasforma il calcio in una guerra psicologica spietata.

Dal primo minuto, il centrocampista peruviano diventa l’ombra di Maradona. Lo segue ovunque: sui corner, sui calci di punizione, quando Diego si sposta sulla fascia, quando arretra per ricevere palla, perfino quando si avvicina alla panchina per farsi medicare una botta. Lo accompagna come un fantasma ostinato, gli parla nell’orecchio per novanta minuti ininterrotti, sussurrandogli probabilmente le peggiori offese che la lingua spagnola possa offrire.

Ma non è solo pressione psicologica. Reyna aggredisce fisicamente Maradona con una sistematicità scientifica: tirate alla maglia, gomitate, pestoni sui piedi, spinte nei momenti cruciali. Ogni volta che Diego prova a liberarsi con una delle sue magie abituali, trova un ostacolo umano pronto a disturbarlo, a rompergli il ritmo, a spezzare la sua concentrazione.

Non è calcio nel senso tradizionale del termine, è annientamento metodico. Diego, abituato a sfuggire a qualsiasi difensore con una semplice finta del corpo, si ritrova in una gabbia invisibile ma soffocante. Riesce a liberarsi una sola volta in tutta la partita: una fuga sulla fascia sinistra, un cross millimetrico per Jorge Valdano, ma il portiere peruviano respinge miracolosamente. Anche da completamente annullato, il genio di Maradona riesce comunque a brillare per un istante fugace.

Il Perù passa in vantaggio all’ottavo minuto con un gol di Oblitas che ha del paradossale: Reyna partecipa all’azione vincente con un colpo di testa preciso, l’unico momento dell’intera partita in cui si stacca dalla sua preda. È come se il destino volesse premiare il suo sacrificio con un contributo concreto al risultato. La vittoria per 1-0 è meritata, ma rappresenta solo metà dell’opera.

La vendetta del Genio

Negli spogliatoi del Nacional, Maradona è una furia. Non ha mai subito un trattamento del genere in tutta la sua carriera, nemmeno dalla feroce marcatura di Claudio Gentile durante i Mondiali di Spagna ’82. Nelle interviste post-partita, le sue parole trasudano rabbia e frustrazione: “Quel ragazzo è molto goffo e fa male al calcio. Io voglio vendicarmi, ma non con i pugni o con la bocca, bensì giocando a pallone“.

La promessa è chiara: una settimana dopo, al Monumental di Buenos Aires, ci sarà la resa dei conti. Diego sa che può permettersi di parlare così perché conosce le sue capacità: quando è motivato dalla rabbia, diventa praticamente inarrestabile. E dopo l’umiliazione di Lima, la sua motivazione tocca livelli stratosferici.

Il viaggio verso Buenos Aires è un calvario psicologico per entrambe le squadre. I peruviani sanno di aver fatto il colpaccio, ma devono ripetersi in casa dell’avversario più temibile del continente. Gli argentini, dal canto loro, sono tormentati dal fantasma di una possibile esclusione dal Mondiale, esattamente come era accaduto sedici anni prima per Messico ’70, quando furono proprio i peruviani a spezzare i loro sogni.

Il secondo round

Il 30 giugno 1985, il Monumental di Buenos Aires è un calderone di emozioni. Quasi ottantamila spettatori riempiono ogni angolo dello stadio, ma l’atmosfera è tesa, carica di ansia più che di entusiasmo. Si sentono mormorii preoccupati invece che cori festosi: tutti sanno che l’Argentina rischia grosso.

Reyna riprende la sua marcatura su Maradona, ma questa volta l’arbitro è più attento. Diego se ne accorge subito e ne approfitta: al 12° minuto si libera sulla fascia sinistra con una delle sue accelerazioni tipiche, crossa con precisione millimetrica per Pedro Pasculli che insacca nell’area piccola. Sembra l’inizio della vendetta promessa, ma il calcio è pieno di sorprese.

Il Perù non si lascia intimorire dall’ambiente ostile e dalla pressione. Al 23° arriva il pareggio con Velásquez, e al 39° i ragazzi di Chale completano addirittura la rimonta, passando in vantaggio con un gran gol di Geronimo Barbadillo. Il Monumental piomba in un silenzio irreale: lo spettro della mancata qualificazione si materializza nuovamente, identico a quello del 1970.

Negli spogliatoi dell’intervallo, Bilardo è un fiume in piena. Le sue parole sono taglienti come lame: “Basta scherzare, dimenticatevi il primo tempo, andiamo a prenderci questo Mondiale e smettiamola di cazzeggiare!” È il discorso che cambia la storia.

Il destino si compie

La ripresa è un assalto disperato dell’Argentina. Il Monumental diventa una bolgia, ma è una bolgia nervosa, carica di tensione più che di fiducia. I minuti scorrono inesorabili, e il Perù resiste con le unghie e con i denti. Poi, all’80°, arriva l’episodio decisivo.

Una serie di rimpalli confusi nell’area peruviana, favoriti dal terreno pesante e dal fango che rende tutto più imprevedibile. Daniel Passarella prova la conclusione, la palla rimbalza in modo imprevisto, e Ricardo Gareca – ironicamente, lo stesso che trentasei anni dopo riporterà il Perù ai Mondiali come allenatore – riesce a deviare quel tanto che basta per battere il portiere.

Il Monumental esplode in un boato liberatorio che si sente fino in periferia. Maradona, anni dopo, confesserà: “Neanche sapevo chi avesse segnato, mi sono abbracciato con Pasculli che era vicino a me, mi abbracciavo con chiunque… ma era stato Gareca, se non interveniva lui la palla usciva fuori“.

Quel 2-2 vale molto più di un semplice pareggio: vale la qualificazione a un Mondiale che l’Argentina vincerà, con Maradona protagonista assoluto di una delle più grandi prestazioni individuali della storia del calcio.

Il costo del sacrificio

Luis Reyna è passato alla storia per aver fermato il miglior giocatore del mondo per centottanta minuti spalmati su due partite epiche. Ma lui, paradossalmente, non ne va fiero: “Se dovessi rifarlo, mi rifiuterei. Per me è un disonore essere ricordato solo per questo“.

È la tragedia dell’eroe inconsapevole, del soldato semplice che diventa leggenda per una battaglia che non voleva combattere. Reyna sognava di essere ricordato per i suoi gol, per le sue giocate, per la sua tecnica. Invece è diventato il simbolo del sacrificio tattico, l’uomo che ha rinunciato al proprio calcio per il bene della squadra.

Nel 1987, durante la Copa América, Reyna e Maradona si ritrovarono faccia a faccia. Stavolta non ci fu marcatura individuale, e curiosamente entrambi segnarono: Diego per l’Argentina, Luis per il Perù, in un 1-1 che sembrava la chiusura perfetta di un cerchio.

Paradossalmente, Maradona anni dopo ammise che quell’esperienza traumatica gli aveva insegnato qualcosa di prezioso: “Che fenomeno quel Reyna: dopo quella esperienza, col tempo mi sono reso conto che preferivo essere marcato a uomo, perché me li levavo di torno rapidamente. La zona era più complicata“.Anche i geni, a volte, imparano dalle sconfitte. E forse quel ragazzo di provincia che disse sì quando tutti dicevano no ha contribuito, involontariamente, a rendere Maradona ancora più grande di quello che già era. Una lezione di calcio travestita da battaglia, un sacrificio che è diventato leggenda.