9 novembre 1986: la storica vittoria del Napoli di Maradona contro la Juventus a Torino che segnò la fine del dominio bianconero e l’inizio di una nuova era del calcio italiano. Riviviamo quella partita leggendaria.
Era l’autunno del 1986 e il calcio italiano si preparava a voltare pagina. Dopo un decennio di dominio quasi assoluto, la Juventus di Platini mostrava i primi segni di cedimento. Sei scudetti, due Coppe Italia e una bacheca piena di trofei europei raccontavano di una supremazia che sembrava eterna, eppure qualcosa stava cambiando nell’aria di Torino.
Il simbolo di questo cambiamento aveva un nome e un cognome: Giovanni Trapattoni. Il tecnico che aveva guidato la Vecchia Signora verso i suoi trionfi più belli aveva lasciato la panchina bianconera per accettare la sfida dell’Inter. Era più di un semplice trasferimento: rappresentava la fine di un ciclo irripetibile.

La Juventus del 1986 era una squadra invecchiata dal successo. Michel Platini, il Re indiscusso del calcio europeo, iniziava a mostrare qualche acciacco di troppo. I dirigenti, forse troppo sicuri della propria forza, non avevano investito sul mercato per ringiovanire una rosa che, seppur di altissimo livello, mostrava evidenti segni di appagamento.
Nuove potenze
Mentre la Juventus viveva i suoi ultimi mesi da regina incontrastata, altre realtà si preparavano a prendere il suo posto. L’Inter di Trapattoni poteva contare su un quartetto di campioni del mondo: l’elegante libero argentino Daniel Passarella, l’implacabile Spillo Altobelli, il roccioso Beppe Bergomi e l’incontenibile Marco Tardelli. A completare il quadro, il bomber tedesco Karl–Heinz Rummenigge, ex Pallone d’Oro, e due giovani promesse destinate a diventare leggende: Walter Zenga tra i pali e Riccardo Ferri in difesa.
Il Milan di Silvio Berlusconi era ancora privo del celebre trio olandese che avrebbe dominato l’Europa di lì a poco, ma la base c’era già tutta. Giovanni Galli, Mauro Tassotti, un giovanissimo Paolo Maldini, Franco Baresi, Roberto Donadoni, Daniele Massaro: nomi che sarebbero diventati storia del calcio mondiale.
Non da meno la Sampdoria, con i suoi “Gemelli del Gol” Gianluca Vialli e Roberto Mancini, supportati da campioni come Toninho Cerezo, Hans–Peter Briegel e Pietro Vierchowod. Una squadra costruita per durare e per vincere.

Ma la vera mina vagante del campionato aveva il volto di un ragazzino argentino dai ricci ribelli: Diego Armando Maradona. Il Napoli, dopo anni di anonimato, aveva investito tutto su di lui e su una rosa che, partita dopo partita, stava dimostrando di non essere solo la squadra di un fenomeno, ma un vero e proprio collettivo.
La partita del destino
Il 9 novembre 1986, al Comunale di Torino, Juventus e Napoli si presentavano appaiate in vetta alla classifica dopo otto giornate, e lo scontro diretto aveva il sapore di uno spartiacque destinato a segnare il futuro del campionato.
La Juventus arrivava all’appuntamento con il dente avvelenato. Pochi giorni prima, ai rigori, era stata eliminata dalla Coppa dei Campioni dal Real Madrid. Una beffa che pesava come un macigno sull’ambiente bianconero, già alle prese con i primi dubbi su un ciclo che sembrava avviarsi verso la fine.

Rino Marchesi, il nuovo allenatore juventino, schierava i 10/11 della squadra che meno di un anno prima aveva conquistato la Coppa Intercontinentale a Tokyo. Davanti a Stefano Tacconi, la sicurezza di Favero e Cabrini sulle fasce, con Brio e Caricola al centro della difesa a sostituire l’infortunato Gaetano Scirea. In mezzo al campo, il lavoro sporco di Manfredonia e Bonini per liberare la fantasia sempre più intermittente di Platini. In attacco, l’ariete Aldo Serena supportato dalla tecnica di Massimo Mauro e dall’eleganza danese di Michael Laudrup.
Il Napoli di Ottavio Bianchi si presentava a Torino con la consapevolezza di una squadra che aveva finalmente trovato la propria identità. Maradona era il fiore all’occhiello, ma attorno al Pibe de Oro ruotava un collettivo di altissimo livello: Claudio Garella tra i pali, Bruscolotti e Ferrara sulle fasce, Ferrario e Renica al centro della difesa, De Napoli e Bagni a fare da diga a centrocampo, Romano in regia e Bruno Giordano in attacco.
Primo tempo: calma apparente
I primi quarantacinque minuti furono tutt’altro che memorabili. Le due squadre si studiarono, cercando di non scoprirsi troppo in un match che tutti sapevano essere decisivo. L’unico brivido lo regalò Lionello Manfredonia, che colpì un palo che fece tremare il Comunale ma non scalfì l’equilibrio della partita.

Era la classica calma prima della tempesta. Nei corridoi dello stadio, nelle case dei tifosi, nelle redazioni dei giornali, tutti intuivano che il secondo tempo avrebbe riservato emozioni e sorprese. Ma nessuno, probabilmente neanche Maradona, immaginava quello che stava per accadere.
Secondo tempo: la storia cambia volto
Al 50° minuto, la Juventus passò in vantaggio con un gol che sembrava confermare i pronostici della vigilia. Michael Laudrup fu bravo a ribattere in rete una respinta corta di Garella su cross di Cabrini. Il Comunale esplose di gioia, la Juventus sembrava aver ripreso il controllo delle operazioni.
Ma Ottavio Bianchi non si fece intimidire. Con una mossa coraggiosa, sostituì il centrocampista Sola con l’attaccante Andrea Carnevale, mentre il più prudente Marchesi rimpiazzava l’ottimo Mauro con il difensore Pioli. Due filosofie diverse, due approcci che avrebbero determinato l’esito della partita.
Il Napoli prese coraggio e iniziò a spingere. Prima Renica, poi Maradona, quindi Giordano: la Juventus iniziava a scricchiolare sotto la pressione azzurra. Le scorie della deludente eliminazione europea si facevano sentire nelle gambe e nei pensieri dei bianconeri.
Al 73° arrivò il pareggio: Moreno Ferrario fu il più lesto di tutti a battere Tacconi con un preciso tocco di sinistro. La Juventus protestò per un presunto fuorigioco di Maradona, ma l’arbitro Agnolin fu inflessibile. Il gol era valido, il risultato era in parità.

Il ribaltone
Quello che accadde nel minuto successivo appartiene alla leggenda del calcio italiano. Corner dalla destra di Maradona, spizzata di Renica, palla a Giordano sul secondo palo: destro a colpo sicuro e Napoli in vantaggio. Dal possibile 2-0 per la Juventus al 2-1 per il Napoli in due minuti che cambiarono la storia.
La Juventus, ormai alle corde, tentò disperatamente di rimontare affidandosi alle ultime invenzioni di Platini, ma il francese si scontrò contro la marcatura asfissiante del veterano Bruscolotti. Al 78°, Bianchi giocò la carta vincente: dentro Beppe Volpecina per Romano, una mossa che si rivelò geniale.
Il terzo gol, quello che sigillò il trionfo, nacque proprio dai piedi dei neo-entrati azzurri. Servizio di Carnevale per Volpecina, sinistro a girare di quest’ultimo e Tacconi ancora una volta battuto. Il 3-1 finale aveva il sapore di una sentenza definitiva.
L’eco della rivoluzione

La vittoria del Napoli al Comunale non fu solo un risultato sportivo, ma un vero e proprio terremoto che scosse il calcio italiano dalle fondamenta. La stampa del giorno dopo raccontò di un evento epocale: “Il crollo dell’impero bianconero” titoló il Corriere della Sera, mentre il Mattino esultava con un “Da tutt’Italia grazie, Napoli!” che celebrava la fine del dominio juventino.
Anche l’Avvocato Gianni Agnelli, dalle tribune del Comunale, comprese la portata storica di quello che stava accadendo: “Se proprio dobbiamo abdicare, non mi dispiace cedere il trono a una grande squadra come il Napoli”, disse con quella sportività che lo contraddistingueva.
Maradona, anni dopo, avrebbe raccontato un aneddoto che divenne leggenda: durante l’intervallo, vedendo la squadra troppo tesa, si fece dare un limone dal massaggiatore Carmando e iniziò a palleggiare negli spogliatoi. Ogni tocco fu accompagnato dagli applausi dei compagni. “Capii che avevamo rotto il ghiaccio“, disse il Pibe de Oro.
Il nuovo corso del calcio italiano

Quella partita segnò davvero la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. La Juventus di Platini, dopo aver dominato per un decennio, passava il testimone a un Napoli che avrebbe conservato il primato fino alla fine del campionato, conquistando il primo storico scudetto della sua storia.
Ma il 9 novembre 1986 rappresentò molto di più: fu il simbolo di un calcio italiano che stava cambiando pelle, aprendo le porte a una nuova era fatta di protagonisti diversi e storie diverse. Il Sud, troppo spesso considerato marginale nel grande teatro del calcio che conta, prendeva finalmente la scena principale.
Una zebra trafitta da tre frecce che porge la corona sulla testa riccioluta di re Diego: è questa l’immagine che serve a raccontare quella domenica grigia d’autunno che cambiò la storia del nostro calcio.