Una monetina da 100 lire che cambiò la storia del calcio italiano. Un attimo sospeso tra verità e leggenda, tra Milano e Napoli. Uno degli scudetti più controversi di sempre inizia qui…
Il 1990 rappresentò un anno cruciale per il calcio italiano, un crocevia di eventi che avrebbero segnato la storia del nostro pallone. Roma si preparava ad ospitare la finale dei Mondiali, ma il cuore pulsante del calcio italiano batteva più a sud, a Napoli. La città partenopea viveva un momento magico: prima l’epica corsa verso lo scudetto, poi l’estate mondiale che avrebbe visto il San Paolo trasformarsi nel teatro della sfida tra Maradona e l’Italia di Vicini. E’ in questa atmosfera che il campionato si stava avviando verso un finale al cardiopalma.
Da una parte il Milan di Sacchi, emblema del calcio moderno, tattico e organizzato, dall’altra il Napoli di Maradona, sintesi perfetta tra genio sudamericano e pragmatismo italiano. Due filosofie diverse, due modi opposti di interpretare il calcio, ma entrambe le squadre accomunate da una fame insaziabile di vittoria. La primavera si annunciava calda, non solo dal punto di vista meteorologico. Ogni partita poteva essere decisiva, ogni episodio poteva cambiare le sorti del campionato. Nessuno poteva immaginare quanto questa previsione si sarebbe rivelata profetica.
Il duello
Era uno scontro tra titani quello che andava delineandosi in quel campionato 1989-90. Il Milan schierava una formazione che avrebbe fatto la storia: il trio olandese composto da Van Basten, Gullit e Rijkaard rappresentava quanto di meglio il calcio europeo potesse offrire. A guidare la difesa c’era Franco Baresi, libero di classe cristallina, leader carismatico di un gruppo che aveva già assaporato il gusto della vittoria.
Il Napoli rispondeva con un arsenale altrettanto impressionante: Diego Armando Maradona era all’apice della sua carriera, un fuoriclasse capace di decidere le partite con una giocata, di trascinare l’intera squadra con il suo carisma. Al suo fianco, i brasiliani Careca e Alemão completavano un terzetto sudamericano di altissimo livello. Careca era il bomber implacabile, quello che non perdonava sotto porta. Alemão, invece, era l’equilibratore, il centrocampista intelligente che dava ordine alla manovra.
Un duello tattico e tecnico che prometteva scintille, con due squadre che si equivalevano per qualità e determinazione. Il campionato si sarebbe deciso sui dettagli, sui singoli episodi. E mai previsione fu più azzeccata.

La domenica delle Palme
8 aprile 1990: il Milan guidava la classifica con un solo punto di vantaggio sul Napoli, e il calendario proponeva due trasferte insidiose. I rossoneri erano attesi al Dall’Ara di Bologna, campo tradizionalmente ostico, mentre il Napoli doveva affrontare l’Atalanta a Bergamo. La tensione era palpabile: ogni punto poteva essere decisivo in una corsa scudetto che non ammetteva errori.
L’Atalanta, reduce da una pesante sconfitta per 7-2 contro l’Inter, cercava riscatto davanti al proprio pubblico. Il Napoli si presentava in maglia rossa, con qualche assenza importante come quella di Careca, ma determinato a non perdere terreno nella corsa al titolo.
La partita si stava sviluppando su binari di grande equilibrio, con i bergamaschi che non concedevano spazi e il Napoli che faticava a trovare varchi. Mondonico aveva predisposto una marcatura asfissiante su Maradona, affidata a Renzo Contratto. Il pareggio sembrava il risultato più probabile.
La monetina del destino

Il momento che avrebbe cambiato la storia di quel campionato arrivò al 77′ minuto. La partita era bloccata sullo 0-0, quando dalla curva atalantina partì un lancio di oggetti verso il settore ospiti. Tra questi, una monetina da 100 lire colpì alla testa Alemão. La reazione del brasiliano fu immediata: si portò la mano destra alla testa, poi si accasciò al suolo. Il massaggiatore sociale Salvatore Carmando fu il primo ad accorrere, seguito a ruota da altri membri dello staff medico.
La scena che seguì divenne materia di discussione per anni: Alemão venne portato fuori dal campo in barella e trasportato al reparto neurologico dell’ospedale di Bergamo. La diagnosi parlò di un lieve trauma cranico, con necessità di osservazione per 24 ore. Al suo posto entrò un giovane Gianfranco Zola. L’arbitro Agnolin, dopo aver consultato i suoi collaboratori, decise di far proseguire la partita, che si concluse con un pareggio. Ma tutti sapevano che quella non sarebbe stata la parola fine sulla vicenda.
La tempesta perfetta

Nelle ore successive all’episodio di Bergamo, l’Italia del calcio si trasformò in un tribunale a cielo aperto. Non si parlava d’altro: la monetina di Alemão divenne il tema dominante di ogni discussione sportiva. I detrattori puntavano il dito contro la presunta teatralità della reazione del brasiliano: come poteva una semplice monetina provocare un trauma cranico?
I sostenitori del Napoli ribattevano citando il regolamento, che parlava chiaro sulla responsabilità oggettiva delle società per il comportamento dei propri tifosi. Il confronto si arricchì di paralleli storici: qualcuno ricordò il petardo che aveva colpito Ancelotti durante una partita di Coppa Italia contro la Juventus, senza però fermarlo. Altri riportarono testimonianze – mai confermate – secondo cui il massaggiatore Carmando avrebbe suggerito ad Alemão di accentuare gli effetti del colpo.
Il caso assunse dimensioni nazionali, travalicando i confini dello sport per diventare emblema della storica contrapposizione Nord-Sud. I giornali dedicavano intere pagine all’argomento, gli esperti si dividevano, le radio sportive erano intasate dalle chiamate di tifosi inferociti.
La giustizia sportiva
Il Giudice Sportivo si trovò di fronte a una decisione destinata a fare storia. Gli elementi da valutare erano molteplici: il referto arbitrale, il rapporto medico dell’ospedale di Bergamo, le testimonianze dei presenti. Ma soprattutto, doveva considerare il precedente che avrebbe creato con la sua decisione. Dopo un’attenta analisi, la sentenza fu netta: 2-0 a tavolino per il Napoli.

L’Atalanta, come prevedibile, non accettò il verdetto. Presentò ricorso prima alla Commissione Disciplinare, poi al Comitato d’Appello Federale (CAF). Ma il 21 aprile, alla vigilia della penultima giornata di campionato, arrivò la conferma definitiva: il risultato non sarebbe cambiato. Questa decisione alterò gli equilibri del campionato: il Napoli si ritrovò improvvisamente appaiato al Milan (che aveva pareggiato a Bologna) in vetta alla classifica. La giustizia sportiva aveva parlato, ma le polemiche erano destinate a continuare.
L’epilogo avvelenato
Le ultime due giornate di campionato furono un concentrato di emozioni e tensioni. Nella penultima giornata, il Napoli si presentò a Bologna carico di determinazione. La partita si trasformò in un trionfo azzurro: Careca aprì le danze, seguito da Maradona e Francini che portarono il risultato sul 3-0 in appena 15 minuti. Il gol di De Marchi per i felsinei non cambiò la sostanza.
Contemporaneamente, a Verona si consumava il dramma del Milan. La squadra di Sacchi, passata in vantaggio con una punizione di Simone, perse completamente la testa nella ripresa. Le decisioni dell’arbitro Lo Bello fecero infuriare prima Sacchi, che venne espulso, poi Rijkaard, Costacurta e Van Basten che lo seguirono negli spogliatoi. Il 2-1 finale per il Verona spianò la strada al Napoli verso il suo secondo scudetto. L’ultima giornata al San Paolo contro la Lazio fu poco più di una formalità, trasformandosi in una festa che coinvolse l’intera città.

Il Milan, ferito nell’orgoglio ma non domato, trovò la sua rivincita in Europa. Il 23 maggio, al Prater di Vienna, i rossoneri conquistarono la loro seconda Coppa dei Campioni consecutiva, battendo il Benfica con un gol di Rijkaard. Ma anche in quella serata di gloria, il ricordo della monetina non venne dimenticato. Lo striscione esposto dalla curva milanista – “Napoli, vuoi la finale? 800 Lire ti costa in totale” – dimostrava come quella ferita fosse ancora aperta.
Anni dopo, la polvere sollevata da quella monetina avrebbe cambiato le regole del gioco. La giustizia sportiva, scottata da quel precedente, abbandonò la rigidità del 2-0 a tavolino automatico. E in un’ironica svolta del destino, proprio Alemão, ormai in maglia nerazzurra dell’Atalanta, avrebbe rotto il silenzio con una confessione tanto semplice quanto disarmante: “Ero un giocatore del Napoli: quella volta ho obbedito e mi sono comportato da professionista“. Parole che suonano come un’eco lontana di quel pomeriggio di aprile, sospese tra dovere e verità.

L’eco infinita
C’è una monetina che vaga ancora nell’aria di Bergamo, sospesa in un eterno aprile del 1990. Non è mai atterrata davvero. Rimbalza tra i ricordi dei tifosi, tra le pagine ingiallite dei giornali, tra i racconti tramandati di padre in figlio nei bar di Milano e Napoli.
Quella monetina da 100 lire vale ancora oggi il prezzo di uno scudetto. O forse vale molto di più: il prezzo di una storia che non smette di essere raccontata, di dividere, di appassionare. Una storia che ha il sapore agrodolce delle grandi epiche calcistiche, dove il confine tra giustizia e fortuna, tra regolamento e destino, diventa sottile come il profilo di una moneta che volteggia nell’aria.
E forse è giusto così. Perché il calcio è fatto anche di quelle storie sospese a mezz’aria che non trovano mai una conclusione definitiva. Storie che continuano a vivere nelle discussioni infinite dei tifosi, nelle polemiche mai sopite e che rendono questo sport così maledettamente affascinante. Come quella monetina che continua a girare, eternamente sospesa tra Bergamo e Napoli, tra giustizia e leggenda, tra realtà e mito. E che forse non atterrerà mai davvero.