Quando il genio di Luis Suárez, la magia di Amancio e l’opportunismo di Marcelino forgiarono una squadra leggendaria. Una generazione d’oro che conquistò il primo storico trionfo delle Furie Rosse sul palcoscenico europeo.
Madrid, ottobre 1959. La Spagna, con una squadra stellare che includeva talenti come Ramallets, Olivella, Segarra, Kubala, Di Stéfano, Luis Suárez e Paco Gento, superò la Polonia 3-0, qualificandosi per l’ultima fase preliminare dei primi Europei della storia. Nel 1960, questa competizione era estremamente selettiva, con sole quattro squadre nella “fase finale” ospitata in Francia.
Con una squadra così formidabile, la Spagna figurava come ovvia favorita per il titolo. Tuttavia, quei talenti straordinari non ebbero mai l’opportunità di dimostrare il loro valore perché il generale Franco, in un gesto di aperta ostilità verso il regime comunista, proibì categoricamente alla nazionale di affrontare il prossimo avversario: l’Unione Sovietica.
La decisione fu drastica e definitiva: Franco non solo vietò all’URSS l’ingresso in territorio spagnolo, ma impedì anche alla propria squadra di recarsi in territorio comunista. Così, senza alternative, la Spagna si ritirò dalla competizione, privando i propri giocatori di una chance storica. L’amara ironia della vicenda fu che proprio l’Unione Sovietica, l’avversario che Franco aveva voluto evitare a tutti i costi, finì per conquistare il torneo.
Quattro anni dopo, l’Europeo avrebbe avuto come sede la Spagna. E la stessa Spagna arrivò in finale per affrontare… l’URSS! Ma questa volta Franco non poté dire di no e dovette accettare la visita dei nemici politici in casa sua. E con quattro anni di ritardo, la Furia Roja conquistò finalmente il suo primo titolo nel calcio.
Alla ricerca di un’identità

La nazionale spagnola mosse i suoi primi passi nel 1920, quando sconfisse la Danimarca 1-0 ai Giochi Olimpici di Anversa. Quella squadra pionieristica poteva contare su autentiche leggende: il portiere Zamora e il centravanti Pichichi, il cui nome risuona ancora oggi nel premio dedicato al capocannoniere del campionato spagnolo. La conquista della medaglia d’argento in quella competizione non solo dimostrò che il calcio spagnolo aveva radici solide, ma fece anche nascere il celebre soprannome della nazionale: le “Furie Rosse“, epiteto che celebrava quel gioco “aggressivo, potente e pieno di stile” che aveva conquistato l’Europa.
Eppure, i decenni successivi si rivelarono avari di soddisfazioni per la nazione iberica. Il momento più alto arrivò nel 1950, quando la squadra di Zarra, Ramallets e Basora raggiunse il quadrangolare finale della Coppa del Mondo. Tuttavia, anche quella promessa si infranse contro la realtà: gli spagnoli non riuscirono a tenere il passo dei rivali e incassarono persino una dolorosa sconfitta per 6-1 contro il Brasile padrone di casa.
Il decennio seguente portò ulteriori delusioni: la mancata qualificazione ai Mondiali del 1954 e del 1958 costrinse la federazione a cambiare strategia. Negli anni ’60, le Furie Rosse iniziarono a guardare oltre i confini nazionali, naturalizzando talenti stranieri come l’argentino Di Stéfano, stella del Real Madrid, e l’ungherese Kubala, gioiello del Barcellona, nel tentativo di riaccendere le speranze di una generazione in cerca di riscatto.
Il cambio di rotta con José Villalonga

Dopo il Mondiale del 1962, nacque la necessità di riflettere sull’identità della nazionale. Perché naturalizzare giocatori e puntare su veterani quando giovani talenti stavano emergendo nel paese? Fu su questi punti che il nuovo allenatore della selezione spagnola, José Villalonga, iniziò a lavorare nel 1962.
Conosciuto per i titoli conquistati con il Real Madrid negli anni ’50 – tra cui le prime due Coppe dei Campioni della storia del club nel 1956 e 1957 – e con l’Atlético Madrid – due Coppe del Re nel 1960 e 1961 e una Coppa delle Coppe UEFA nel 1962 – Villalonga decise di convocare solo giocatori nati in Spagna, con l’obiettivo di preparare la squadra per il prossimo Europeo, che si sarebbe svolto in territorio spagnolo.
Giovani talenti
Villalonga iniziò a cercare i pezzi giusti per costruire una squadra forte, competitiva e con l’identità spagnola tanto desiderata dai tifosi. Per fortuna, non mancavano le opzioni: numerosi giovani promettenti emergevano nei loro club. In porta, spiccava il portiere Iribar, appena 19enne, recentemente ingaggiato dall’Athletic Bilbao. A centrocampo, Fusté, 21 anni, del Barcellona, e Zoco, 22 anni, del Real Madrid, mostravano già un enorme talento. In attacco, tre giocatori raccoglievano elogi dai media sportivi.

Il primo era Amancio Amaro, 22 anni, conosciuto come “il Mago”. Con una notevole tecnica e visione di gioco, era uno dei giocatori più talentuosi del paese e, dopo buone stagioni con il Deportivo La Coruña, fu ingaggiato dal Real Madrid proprio nel 1962. Gli altri due erano attaccanti del forte Zaragoza dell’epoca: Carlos Lapetra, 23 anni, e Marcelino, 22 anni, che componevano l’attacco noto come “Los Magníficos“.
Oltre a tutti questi, Villalonga aveva a disposizione il talento e l’esperienza di Luis Suárez Miramontes, 27 anni, già affermato e pluricampione con il Barcellona degli anni ’50 e che giocava dal 1961 nell’Inter di Herrera, Ferran Olivella, 25 anni, grande difensore del Barcellona, e Feliciano Rivilla, difensore e terzino destro con una decade di servizi prestati all’Atlético Madrid.
Il percorso verso la gloria
Sin dall’inizio, la Spagna basò tutto il suo lavoro sulla qualificazione alla fase finale dell’Europeo. Nessun altro risultato che non fosse la presenza tra le quattro migliori del continente sarebbe stato ammesso. L’esordio di Villalonga alla guida della squadra avvenne nel migliore dei modi: una vittoria per 6-0 sulla Romania, a Madrid, nel primo impegno valido per le fasi preliminari della competizione, nel novembre 1962. Tre settimane dopo, nella partita di ritorno, sconfitta per 3-1, in trasferta, contro gli stessi rumeni, risultato che comunque qualificò le Furie Rosse.

Nel maggio 1963, nel primo duello contro l’Irlanda del Nord, pareggio 1-1 a San Mamés, risultato considerato pessimo, dato che la squadra avrebbe dovuto vincere a Belfast se voleva rimanere nella competizione. Nel giorno della partita decisiva, la squadra iberica giocò in contropiede, aspettando l’opportunità giusta per segnare. Grazie a un gol di Gento su assist di Del Sol e alle parate miracolose del portiere Pepín, la Spagna vinse 1-0 e si qualificò per i quarti di finale.
Già nel marzo del 1964, la Spagna affrontò i quarti di finale con nuove scommesse. Assenti dalle convocazioni precedenti, Marcelino e Lapetra tornarono in squadra per la sfida contro l’Eire, a Siviglia. Con una formazione molto simile a quella che sarebbe stata utilizzata nella fase finale del torneo, la Spagna diede spettacolo con una prestazione straordinaria e travolse gli irlandesi per 5-1, con due gol di Amancio, due di Marcelino e uno di Fusté, rendendo superfluo il ritorno giocato a Dublino e comunque vinto 2-0 con doppietta di Zaballa.
La semifinale contro l’Ungheria
Il 17 giugno 1964, poco più di 34.000 spettatori si riversarono al Santiago Bernabéu per assistere alla semifinale tra Spagna e Ungheria. I padroni di casa si trovavano di fronte a un avversario profondamente cambiato rispetto alla squadra che aveva stregato il mondo dieci anni prima, ma che aveva saputo reinventarsi con intelligenza e determinazione.

Quella sera, Luisito Suárez indossò la maglia numero 10 come un mantello regale, diventando il grande maestro d’orchestra della Spagna. Nel primo tempo, fu la sua visione a creare il vantaggio: un passaggio illuminante per Pereda che realizzò l’1-0 per le Furie Rosse. Tuttavia, la squadra di casa sprecò diverse ghiotte opportunità per chiudere definitivamente i conti, e questa generosità si rivelò quasi fatale nel secondo tempo, quando Bene trovò il pareggio a sei minuti dal novantesimo.
Nei tempi supplementari, quando la tensione aveva raggiunto il culmine, emerse la stella di Amancio. Dopo un primo tentativo respinto dal portiere ungherese, il talento spagnolo non si arrese: si infiltrò a sorpresa in area su un calcio d’angolo, raccolse il rimbalzo di Fusté e scaraventò la palla in rete con freddezza glaciale. Il 2-1 che ne seguì aveva il sapore della storia: la Spagna era in finale.
La finale contro i nemici sovietici

Nel 1960, la Spagna aveva voltato le spalle all’Unione Sovietica, rifiutandosi tanto di viaggiare in territorio comunista quanto di accogliere la nazionale rivale sul proprio suolo. Ma nel 1964, il dittatore Franco si trovò di fronte a un paradosso della storia: la sua Spagna avrebbe deciso il titolo continentale in casa, al Santiago Bernabéu gremito, proprio contro l’odiata URSS.
Il giorno della finale, l’ingresso del Caudillo fu trionfale. Accompagnato dalla moglie Carmen Polo e dal vicepresidente Agustín Muñoz Grandes, Franco attraversò gli spalti mentre migliaia di voci scandivano “Franco! Franco! Franco!” in un crescendo che trasformava lo stadio in un’arena politica tanto quanto sportiva. Nonostante la pressione, i giocatori spagnoli mantenevano la fiducia: con la stessa formazione che aveva piegato l’Ungheria, potevano superare anche i sovietici, che si affidavano al talento leggendario del loro portiere, Lev Yashin.
La Spagna di Villalonga puntò tutto sulle fasce, cercando velocità e pressione nel campo avversario. L’obiettivo era chiaro: segnare nei primi dieci minuti per controllare la partita e poi colpire in contropiede. Il piano funzionò alla perfezione. Al 6′, Suárez orchestrò una magia sulla fascia destra: scambiò, ricevette e crossò in area per Pereda, che fulminò Yashin con un tiro imparabile. 1-0 per la Spagna. Ma la gioia durò appena due minuti: Khusainov pareggiò immediatamente per i sovietici.
La partita si trascinò in equilibrio, con lo spettro dei tempi supplementari che aleggiava sul Bernabéu. Ma all’84’, quando la tensione aveva raggiunto il culmine, Suárez si riprese la scena: un passaggio chirurgico sulla destra per Pereda, che crossò in area trovando Marcelino. Agile e ben posizionato, l’attaccante spagnolo colpì di testa e mandò la palla oltre la linea di Yashin: 2-1. Madrid esplose di gioia, la Spagna intera festeggiò, ma soprattutto in tribuna Franco tirò un sospiro di sollievo: non avrebbe dovuto consegnare il trofeo ai nemici sovietici.
L’Eredità delle Furie del ’64

Per la prima volta nella storia, la Spagna conquistava un titolo in una competizione internazionale. Negli otto incontri della campagna europea, ci furono sei vittorie, un pareggio e una sola sconfitta, con 20 gol segnati e sette subiti. Quando Olivella alzò il trofeo, tutte le delusioni passate furono sepolte.
Solo nel 2008, 44 lunghi anni dopo la conquista del 1964, la Spagna tornerà ad alzare un trofeo: sempre l’Europeo, con una nuova generazione di giovani talentuosi che avrebbe iniziato a ripagare con gli interessi il tempo trascorso senza titoli dalla nazionale. Due anni dopo arriverà la sospirata Coppa del Mondo e, nel 2012, un altro Europeo, consacrazione della migliore Spagna di tutti i tempi.
I protagonisti
José Ángel Iribar: Símbolo dell’Athletic Bilbao, portiere agile e imponente che intimidiva gli avversari. Uno dei più grandi portieri spagnoli di sempre con 49 presenze in nazionale dal 1964 al 1976.
Vicente Traín: Buon portiere spagnolo, titolare durante le qualificazioni dell’Europeo tra 1962-1963, ma perse il posto con l’ascesa di Iribar. Giocò per l’Espanyol e brillò nel Real Madrid multicampione all’inizio degli anni ’60.
Pepín: Eroe della qualificazione contro l’Irlanda del Nord nella sua prima partita in nazionale, dove parò tutto a Belfast. Giocò anche un’amichevole con il Belgio ma poi perse il posto.
Feliciano Rivilla: Uno dei migliori difensori spagnoli degli anni ’50 e ’60, eccellente nella marcatura e nell’anticipazione. Fece carriera all’Atletico Madrid vincendo tre coppe nazionali e un campionato. Giocò 26 partite in nazionale.
Ferran Olivella: Con eccellente senso della posizione e visione di gioco, fu idolo del Barça e dominante sia come terzino che come centrale. Fu il capitano della Spagna in quell’Europeo e disputò 18 partite in nazionale tra 1957 e 1965.
Isacio Calleja: Buon difensore che poteva giocare sia come centrale che come terzino sinistro. Fece carriera all’Atletico Madrid e disputò 13 partite con la Spagna tra 1962 e 1972.
Severino Reija: Terzino sinistro che disputò due Mondiali con la Spagna e collezionò 24 presenze. Era molto sicuro nella sua posizione con un buon equilibrio tra difesa e attacco.
Ignacio Zoco: Centrocampista solido con presenza fisica e specialista nel distruggere le azioni avversarie. Pilastro del sistema difensivo della Spagna campione d’Europa. Disputò 25 partite in nazionale e brillò nel Real Madrid.
Josep Maria Fusté: Dieci anni al Barcellona e vari titoli come uno dei principali centrocampisti del paese negli anni ’60. Bravo in marcatura ma anche pericoloso in attacco. Disputò 8 partite con la Spagna.
Amancio Amaro: Idolo del Real Madrid e uno dei principali nomi della squadra campione d’Europa del 1966. Era la “fantasia” del calcio spagnolo negli anni ’60: abile, veloce e intelligente. Disputò 42 partite segnando 11 gol in nazionale.
Jesús María Pereda: Centrocampista opportunista con un buon tiro, segnò i gol che aprirono le marcature sia in semifinale che in finale degli Europei. Suo fu anche l’assist per il gol del titolo di Marcelino. Disputò 15 partite segnando 6 gol in nazionale.
Pedro Zaballa: Storia simile a quella del portiere Pepín: convocato solo una volta in nazionale contro l’Irlanda, segnò due gol e non fu più chiamato.
Marcelino Martínez: Attaccante pericoloso e opportunista che visse un 1964 d’oro. Oltre a segnare il gol del titolo europeo, segnò anche il gol che diede al Saragozza il titolo della Coppa delle Fiere. Disputò 14 partite segnando 4 gol in nazionale.
Enrique Collar: Famoso attaccante degli anni ’50 e ’60, fece la storia all’Atletico Madrid. Disputò 16 partite segnando 5 gol in nazionale e partecipò a tre partite della campagna europea vincente.
Luis Del Sol: Centrocampista molto abile, forte, dinamico e intelligente che brillò nel Real Madrid degli anni ’50. Con Villalonga ebbe poche opportunità e non giocò nella fase finale dell’Europeo. Disputò 16 partite segnando 3 gol in nazionale.
Luis Suárez: Con lui in campo, la Spagna fu completa e competitiva. Giocatore cerebrale con abilità rare. Fondamentale nelle vittorie contro Ungheria e URSS. Disputò 32 partite segnando 14 gol in nazionale.
Carlos Lapetra: Ala sinistra di grande abilità che brillò nel forte Saragozza. Aveva un tiro pericolosissimo e grande intelligenza nel costruire azioni. Conquistò il posto da titolare a scapito del leggendario Gento. Disputò 13 partite segnando 1 gol in nazionale.
Francisco Gento: La leggendaria ala multicampione del Real Madrid fu sorprendentemente esclusa dal tecnico Villalonga durante l’Europeo. Giocò solo tre partite nelle qualificazioni ma in una segnò il gol decisivo contro l’Irlanda del Nord. Disputò 43 partite segnando 5 gol in nazionale.
José Villalonga (Allenatore): Già affermato in Spagna, assunse la guida della nazionale con la missione di portare la squadra alla fase finale dell’Europeo in casa. Ci riuscì nonostante molti cambi di formazione e scelte discutibili. Peccò nel non mantenere Gento in squadra e nel tardare a dare spazio a Suárez.