La straordinaria storia di Emmanuel Schaffer: dall’Olocausto al Mondiale 1970

Sopravvissuto all’Olocausto, trasformò una squadra di semplici dilettanti israeliani in protagonisti indimenticabili ai Mondiali del Messico 1970, l’unica partecipazione nella storia del paese.

Nel calcio, alcuni gesti apparentemente semplici finiscono per segnare la storia. Mordechai Spiegler lo sapeva bene quando, quel 7 giugno 1970, segnò di sinistro il gol del pareggio per Israele contro la Svezia ai Mondiali del Messico. “Di gol così ne ho segnati tanti nella mia carriera, ma quello è diventato il più importante della storia del calcio israeliano”, dichiarerà cinquant’anni dopo l’attaccante.

Quel Mondiale del 1970 rimane ancora oggi l’unica partecipazione di Israele a una Coppa del Mondo, e la rete di Spiegler l’unico gol mai segnato dalla nazionale israeliana nella competizione suprema. Ma dietro questo piccolo miracolo sportivo si nasconde una storia umana straordinaria, quella di Emmanuel “Eddy” Schaffer, l’uomo che trasformò una squadra di dilettanti in una nazionale capace di tenere testa ai giganti del calcio mondiale.

Una giovinezza tra fughe ed esili

Emmanuel Schaffer nacque l’11 febbraio 1923 a Drohobytch, una piccola città della Galizia orientale, oggi in Ucraina. Figlio di un rappresentante di commercio specializzato in prodotti petroliferi, emigrò giovanissimo a Recklinghausen, nel cuore della Ruhr tedesca, dove frequentò la scuola ebraica locale insieme alle sue tre sorelle.

Ma l’orizzonte si fece presto cupo. Nel 1933, con l’ascesa al potere del partito nazionalsocialista di Adolf Hitler, la famiglia Schaffer fu costretta a fuggire dalla Germania verso Metz e poi verso la Saar. Quando nel 1937 il piccolo protettorato fu annesso al Reich, nuovo esodo: ritorno in Galizia, dove il giovane Eddy firmò il suo primo cartellino con il Beitar Drohobytch, il club della gioventù sionista.

L’invasione nazista dell’Ucraina nel 1941 spezzò definitivamente i legami familiari. Schaffer, allora diciottenne, non avrebbe mai più rivisto i suoi cari. “Ero a scuola quando ci arrivò la notizia. I russi erano tutti partiti, quindi anch’io me la sono svignata, semplicemente”, racconterà in seguito. Sopravvissuto a difterite, tifo e malnutrizione, finì nel profondo Kazakhstan, ad Alma-Ata, dove lavorava in una fabbrica di scarpe e giocava come ala sinistra nella Dinamo Alma-Ata. Fu proprio indossando la maglia del club della polizia politica che apprese dell’eccidio che aveva sterminato quasi tutta la sua famiglia a Stanislawow.

Il ritorno nella terra dei carnefici

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, Eddy aveva 22 anni e, come molti ebrei sopravvissuti, sognava di raggiungere la Palestina sotto mandato britannico. Complicazioni burocratiche lo costrinsero però a rimanere in Polonia, dove l’antisemitismo era tutt’altro che scomparso. Nel 1948 fondò il ZKS Bielawa, che riuscì a portare fino in seconda divisione polacca, prima che il governo vietasse le associazioni ebraiche.

La chiamata alle armi fu la goccia che fece traboccare il vaso: Schaffer fuggì verso la Terra Promessa, attraversando Cecoslovacchia, Austria e Italia. Sbarcato ad Haifa, dove trovò lavoro come meccanico, iniziò la sua nuova vita e la sua carriera di calciatore dilettante. A 33 anni aveva già indossato otto volte la maglia della nazionale israeliana, quando un grave infortunio alla gamba pose fine ai suoi sogni di giocatore.

Ma Schaffer seppe trasformare ogni difficoltà in opportunità: “Ho sempre sognato di diventare allenatore”, affermò. Nel 1957, in un’ottica di riconciliazione, la prestigiosa Deutsche Sporthochschule (DSHS) di Colonia aprì le sue aule ad alcuni aspiranti allenatori israeliani. La cosa non era affatto scontata: come ricorda l’ex ambasciatore israeliano in Germania Yakov Hadas-Handelsman, “Gli israeliani generalmente non avevano le qualifiche richieste per studiare lì, ma dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, la Germania aveva capito che lo sport era un mezzo per tessere legami con lo Stato ebraico”.

L’incontro decisivo

A Colonia, Schaffer incontrò Hennes Weisweiler, futuro allenatore del grande Borussia Mönchengladbach degli anni Settanta e del Barcellona di Cruyff. Tra i due uomini – il sopravvissuto all’Olocausto pronto a tendere la mano al nemico di ieri e il tedesco cresciuto vicino a una famiglia ebrea e segnato dalla Notte dei cristalli – nacque un’amicizia profonda che avrebbe cambiato la storia di entrambe.

Alla DSHS, Schaffer assorbì le innovative metodologie tedesche. Come spiega il professor Manfred Lämmer, amico personale di Schaffer: “Non era una semplice scuola di scienze motorie, ma una vera università dove tutti i campi erano insegnati, dalla neurofisiologia alla psicologia, passando per tutto ciò che riguardava il campo”. La reputazione dell’istituto era cresciuta dopo il “miracolo di Berna” del 1954, quando la Germania Ovest di Fritz Walter aveva sconfitto l’Ungheria di Puskas nella finale del Mondiale.

La rivoluzione del calcio israeliano

Tornato in Israele, Schaffer era convinto di possedere le chiavi per far compiere un salto di qualità al calcio della sua nuova patria. La federazione gli affidò prima la nazionale Under-19, con cui dominò il campionato asiatico della categoria vincendolo quattro volte consecutive tra il 1964 e il 1967.

Nel 1968 arrivò la chiamata per la nazionale maggiore. La sfida era monumentale: vent’anni dopo la creazione dello Stato d’Israele, il calcio locale era ancora agli albori e le squadre erano composte essenzialmente da dilettanti sotto-allenati. Come testimonia Giora Spiegel, regista di quella nazionale: “Nel 1968 avevo appena finito i tre anni di servizio militare e iniziavo gli studi all’università di Tel Aviv. La maggior parte dei giocatori era come me: uscivano dall’esercito ed erano studenti, oppure avevano un lavoro accanto al calcio. In pratica lavoravamo la mattina e giocavamo a calcio il pomeriggio”.

Schaffer rivoluzionò tutto. Impose ai suoi giocatori tre allenamenti al giorno, un regime spartano che sconvolse le abitudini della squadra. “Uno di noi gli chiese: ‘Ci alleneremo tre volte a settimana? Nemmeno in club facciamo così.’ E lui rispose: ‘No, tre volte al giorno'”, ricorda divertito Spiegel.

La metodologia tedesca di Schaffer non si limitava agli allenamenti: controllava meticolosamente alimentazione e stile di vita dei suoi giocatori. “Era iperattivo, sempre sospettoso. Ci spiava per vedere se eravamo irreprensibili. Era un po’ il cane da guardia dei nostri piatti”, racconta Spiegel. “Diceva: ‘Perché mangi quello? Non ingoiare quello!'”.

Il miracolo di Messico 70

I frutti del lavoro di Schaffer arrivarono rapidamente. Israele raggiunse i quarti di finale alle Olimpiadi del 1968, eliminata dalla Bulgaria ai rigori (allora si decideva per sorteggio). Ma il culmine arrivò due anni dopo: la qualificazione per i Mondiali del 1970, ottenuta dominando le qualificazioni della zona Asia-Oceania e battendo l’Australia nello spareggio finale.

La Nivcheret (la nazionale israeliana) del 1970 veniva descritta dai media stranieri come una squadra di dilettanti composta da “due autisti, un commerciante, un elettricista, un meccanico, un pubblicitario, un negoziante, uno studente e un contabile”. Grave errore: Schaffer aveva metodicamente pianificato il suo capolavoro. La sua squadra era tatticamente organizzata, combattiva, preparata fisicamente e mentalmente. Come il Brasile del 1958, Israele fu l’unica squadra del Mondiale 1970 ad avere uno psicologo nel proprio staff: l’americano Arie Nescher.

Dopo il ko per 2-0 all’esordio contro l’Uruguay, arrivò la partita della redenzione contro la Svezia. Fu allora che la coppia SpiegelSpiegler regalò a Israele il momento più grande della sua storia calcistica. Spiegel dribblò un mucchio di giocatori, mi fece il passaggio, e io segnai dai venti metri. Avevo il vento a favore”, ricorda Mordechai Spiegler. “Il gol doveva essere in direzione di Gerusalemme”.

Il pareggio per 1-1 contro la Svedera, finalista tre edizioni prima, fu un risultato straordinario. Nella terza partita, Israele riuscì addirittura a bloccare sullo 0-0 l’Italia di Facchetti e Mazzola, futura finalista del torneo.

L’Italia di Valcareggi bloccata sullo 0-0

L’eredità di un visionario

Il Mondiale 1970 rappresentò l’apogee e insieme il canto del cigno di Schaffer con la nazionale. In disaccordo con la federazione, lasciò l’incarico subito dopo il torneo, per poi tornarci brevemente tra il 1978 e il 1979 senza successo.

Ma il vero capolavoro di Eddy andò oltre i risultati sportivi. Il 25 febbraio 1970 aveva organizzato un match storico: Israele contro Borussia Mönchengladbach a Tel Aviv, con il suo vecchio amico Hennes Weisweiler in panchina. Al Bloomfield Stadium strapieno risuonarono persino alcuni “Viva Germania!”.

Günter Netzer e Mordechai Spiegler prima della storica amichevole tra Israele e Borussia

“L’ambasciatore tedesco in Israele felicitò il presidente del Gladbach dopo la partita, stimando che in novanta minuti undici ragazzi in pantaloncini avevano fatto di più per avvicinare i due paesi di tutti i progetti che aveva cercato di mettere in piedi in cinque anni”, racconta l’ambasciatore Hadas-Handelsman.

Due anni dopo, nel 1972, Shmuel Rosenthal divenne il primo calciatore israeliano a firmare per un club europeo: ovviamente il Mönchengladbach di Weisweiler, su consiglio di Schaffer. Quando il tecnico israeliano morì nel 2012 a 88 anni per un tumore al cervello, lasciò dietro di sé un’eredità che andava ben oltre il calcio.

Come disse Menachem Begin nel 1952: “Non c’è un tedesco che non abbia assassinato i nostri padri. Ogni tedesco è un nazista. Ogni tedesco è un assassino”. Ma con un semplice pallone, alcuni giocatori dilettanti e un pugno di ferro forgiato proprio in Germania, Emmanuel Schaffer era riuscito a dimostrare che si sbagliava.