Determinazione, resilienza e un amore incrollabile per il calcio: la storia di come Lea Campos divenne la prima donna arbitro in Brasile, abbattendo barriere di genere.
Nel 1971 chiedere udienza al generale Emilio Garrastazu Medici non era una cosa che si faceva a cuor leggero. Era il presidente del Brasile, a capo di una dittatura militare che torturava gli oppositori e ne faceva sparire alcuni. Lea Campos gli chiese comunque un appuntamento. Non per ragioni politiche: voleva il permesso di arbitrare partite di calcio.
Da quattro anni Campos aveva il diploma da arbitro, uno dei primi rilasciati a una donna in qualsiasi parte del mondo. La CBD, l’ente che governava lo sport brasiliano, le impediva però di lavorare. A decidere era Joao Havelange, presidente della CBD dal 1958 e di lì a poco presidente della FIFA. Le sue posizioni Campos le ricorda con precisione.
“All’inizio mi disse che il corpo di una donna non era adatto ad arbitrare partite maschili. Poi tirò in ballo le mestruazioni, sostenendo che mi avrebbero complicato il lavoro. Alla fine fu chiaro: finché avesse comandato lui, non ci sarebbero state arbitre.”
Non era il primo ostacolo che incontrava per entrare nel calcio, e non sarebbe stato l’ultimo.
Una bambina che voleva giocare
Campos era nata nel 1945 ad Abaete, un paese dello stato del Minas Gerais. Il calcio le interessò presto: ricorda di aver tirato calci a fagotti fatti con i calzini, perché un pallone vero non c’era. Intorno a lei tutti la scoraggiavano.
“A scuola provavo a giocare con i ragazzi, ma gli insegnanti mi fermavano dicendo che non era adatto a me. E anche i miei genitori ripetevano che non era una cosa da signorina.”
Furono proprio i genitori a indirizzarla verso i concorsi di bellezza, che lei vinceva con regolarità. Uno di quei titoli, nel 1966, le procurò un impiego nelle pubbliche relazioni del Cruzeiro, squadra di prima divisione. Cominciò così a viaggiare con la formazione in tutto il Paese, e il vecchio interesse per il gioco tornò a galla.

A quel punto fece un ragionamento pratico. Giocare era fuori discussione: la legge brasiliana, dal 1941, vietava alle donne diversi sport, calcio compreso. Ma l’arbitraggio era un’altra cosa.
“Provare a giocare avrebbe reso impossibile trovare appoggi, perché era illegale. Fare l’arbitro invece era una via d’ingresso. Nella legge non c’era niente in proposito: alle donne era vietato calciare il pallone, non soffiare in un fischietto.”
Il diploma e il rifiuto
Nel 1967 Campos si iscrisse a un corso per arbitri di otto mesi e lo superò ad agosto. Stabilire se fu la prima donna al mondo a riuscirci, però, è complicato.
Nel 2018 si lesse che la FIFA aveva riconosciuto come prima arbitra una donna turca, Drahsan Arda, abilitata nel novembre 1967 e in campo dal giugno 1968. In realtà la FIFA chiarì che la sua lettera era stata interpretata male: si limitava a dire che Arda era stata una delle prime. Sono emersi poi altri nomi: la svedese Ingrid Holmgren, che avrebbe ottenuto la qualifica nel 1966, e l’austriaca Edith Klinger, attiva forse già nel 1935. La FIFA dice di non poter indicare con certezza chi sia stata la prima, pur ritenendo utile fare ulteriori ricerche. Quel che è sicuro è che Campos fu tra le prime.
Il diploma, comunque, fu solo l’inizio. La CBD le negò la licenza, sostenendo che la legge contro le calciatrici valesse anche per le arbitre.
“Mi rivolsi a degli avvocati, che mi assicurarono che il testo non faceva quella distinzione. Ma le autorità non vollero sentire ragioni.”

Seguirono anni passati a perorare la propria causa davanti alla CBD e a Havelange. Per farsi notare, Campos organizzava amichevoli da arbitrare, alcune con calciatrici in campo, che spesso la polizia interrompeva: in un periodo di forte repressione, quel genere di iniziative non veniva preso alla leggera. Dice di essere stata arrestata “almeno quindici volte”.
La lettera del presidente
Nel 1971 arrivò un invito a partecipare a un Mondiale femminile non ufficiale in Messico. Campos non voleva lasciarsi sfuggire l’occasione, ma per andarci doveva ottenere il via libera di Havelange, che fino ad allora non aveva mai ceduto.
Decise allora di rivolgersi a un potere superiore, e di nuovo le tornò utile il passato nei concorsi. Tra i titoli vinti c’era quello di “Regina dell’Esercito” per il Minas Gerais. Sfruttando quel legame, convinse un comandante locale a farle ottenere un colloquio con il presidente Medici, atteso nella capitale dello stato, Belo Horizonte.
Le concessero tre minuti. Gli spiegò che aveva bisogno che scavalcasse Havelange. Medici la ascoltò e la invitò al palazzo presidenziale di Brasilia.
“Avevo paura, ovviamente. Eravamo sotto una dittatura e io stavo sfidando il sistema. Pensavo agli arresti, alle sparizioni.”
A Brasilia fu ricevuta a pranzo. Medici le consegnò una lettera in cui ordinava a Havelange di rilasciarle la licenza, e aggiunse un dettaglio inatteso: aveva degli ammiratori nella cerchia presidenziale.
“Uno dei figli di Medici seguiva la mia carriera da vicino, teneva un album con foto e ritagli di giornale su di me. La sua raccolta era più grande della mia.”
Di fronte a un ordine del generale, neppure Havelange poté opporsi. Nel luglio 1971 convocò la stampa e annunciò che, dopo un “ripensamento”, Campos avrebbe potuto lavorare come arbitro. Dichiarò pure di essere onorato di presentare la prima arbitra al mondo, e che la cosa avveniva sotto la sua presidenza.
Poche settimane dopo Campos andò in Messico, ma l’altitudine di Città del Messico la fece ammalare e non poté dirigere. Tornata in Brasile, finalmente in regola, scoprì che la licenza non la metteva al riparo dai pregiudizi.

In campo
Delle 98 partite che arbitrò, la maggior parte furono di categorie inferiori, sparse per tutto il Brasile, in cui la presenza di una donna veniva promossa come un’attrazione. I giornali pubblicarono diverse vignette di cattivo gusto; una arrivò a suggerire che i giocatori si sarebbero eccitati davanti a un’arbitra.
Campos ricorda una gara Under 23 tra Cruzeiro e Atletico Mineiro, due rivali storici, nel 1972. “Prima della partita un dirigente dell’Atletico mi si avvicinò e si sollevò la maglietta. Aveva una pistola.” Il Cruzeiro vinse 4-0. Nel tunnel, a fine partita, rivide lo stesso uomo. Gli chiese se avesse ancora intenzione di spararle; lui la abbracciò e le disse che aveva diretto bene.
Nel complesso, sostiene, non venne trattata in modo molto diverso da un collega uomo.
“A volte i giocatori si arrabbiavano. Uno si rifiutò di uscire dal campo dopo l’espulsione. Ma altre volte si rimproveravano a vicenda se bestemmiavano davanti a me. Per la maggior parte del tempo mi sono sentita rispettata.”
L’incidente
Nel 1974 l’autobus su cui viaggiava tamponò un camion. Campos riportò ferite molto gravi alla gamba sinistra, che rischiò l’amputazione. L’autobus apparteneva a una società della famiglia Havelange.
Subì oltre cento interventi chirurgici e passò due anni in sedia a rotelle. Parte delle cure avvenne a New York, dove conobbe Luis Eduardo Medina, un giornalista sportivo colombiano che avrebbe sposato negli anni Novanta, trasferendosi negli Stati Uniti. Lì cominciò a lavorare come pasticcera, con un certo seguito tra i brasiliani della zona di New York e del New Jersey.

Negli anni successivi la salute peggiorò: ebbe due infarti. Il momento più difficile arrivò nel maggio 2020, con la pandemia: il marito perse il lavoro, la coppia si trovò in gravi difficoltà economiche e per un periodo, rimasta senza casa, dovette vivere ospite di amici. Furono gli arbitri brasiliani a organizzare una raccolta fondi che permise a Campos e al marito di affittare un appartamento nel New Jersey.
“Quello che hanno fatto è stato bellissimo, e gliene sono grata. Mi ha fatto pensare che la mia battaglia non è stata inutile, che ho lasciato qualcosa.”
Quel che resta
Campos segue con soddisfazione i progressi delle arbitre. Quando nel 2020 la francese Stephanie Frappart è diventata la prima donna a dirigere una partita di Champions League maschile, dice di aver “alzato il pugno”.
“Ho sentito il successo di Stephanie anche come mio. Ho capito che quello che ho passato è servito. Mi sono sentita come un vecchio albero che può ancora dare frutti.