Lo scontro Berlusconi-Cruijff

Nel febbraio 1989, il presidente rossonero smentì l’interessamento nei confronti dell’allenatore del Barcellona, ribadendo piena fiducia in Arrigo Sacchi.

Con il Milan in lizza per la conquista della Coppa dei Campioni ma fuori dal giro scudetto, nel febbraio ’89 scoppiò lo scontro dialettico tra il presidente rossonero Silvio Berlusconi e Johan Cruijff, allenatore del Barcellona. Una vicenda che finì sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport. “Signor Cruijff sei un bugiardo” titolò la rosea, affidando i servizi a Franco Arturi, Germano Bovolenta e Sergio Di Cesare. Si trattò della replica di Berlusconi rispetto ad alcune dichiarazioni rilasciate dall’ex fuoriclasse olandese il giorno prima (9 febbraio ’89). Una polemica basata su un punto: la presunta offerta della panchina rossonera a Cruijff da parte del presidente milanista. Il massimo dirigente rossonero dichiarò: “Mai fatto, non ho mai pensato al cambio dell’allenatore: Sacchi è e rimarrà il tecnico del Milan”. La versione del Cavaliere venne confermata da Cor Coster, suocero e manager di Cruijff. “Nessun contatto, nessun disegno oscuro”, disse Coster aggiungendo che Gullit e Van Basten erano pronti a rinnovare il contratto con il club rossonero in scadenza nel 1990.

L’allenatore del Barcellona dichiarò al giornale milanese di essere stato contattato dal patron milanista: “Mi ha offerto per ben due volte, negli ultimi tempi, la panchina di Sacchi. La settimana scorsa (inizio febbraio ’89, nda) c’è stato l’ultimo tentativo”. Cruijff parlò anche di un incontro, a Milano, alla presenza anche del procuratore di Van Basten, in cui gli sarebbe stato proposto un grosso ingaggio per portarlo sulla panchina rossonera. “I soldi nella vita non sono tutto, così ho preferito firmare per il Barcellona”, disse Cruijff alla Gazzetta, calando anche un affondo riguardante Marco Van Basten: “Il Milan sbaglia a trattenere un giocatore che vuole andarsene”. Era la verità o soltanto la trama di un oscuro intrigo? Che il tecnico della squadra catalana volesse portare il Cigno di Utrecht in maglia azulgrana non era un mistero. Tuttavia, a smentire questo disegno sarebbe stato lo stesso Van Basten che si disse pronto ad incontrare i dirigenti rossoneri per discutere del prolungamento del suo contratto.

Rinnovo contrattuale che tenne banco per l’intera prima metà del 1989; la fidanzata del fuoriclasse olandese, oltretutto, non perdeva occasione per manifestare la tristezza di vivere in una città come Milano. Sul Guerin Sportivo, Gianni De Felice usò l’arma del sarcasmo: “Quanto diversa è Milano da siti ameni come Scheweningen o Hengelo dove quando spunta il sole espongono le bandiere”. Il pareggio casalingo contro il Bologna, all’ultima giornata di andata, causato da un’autorete allo scadere di Franco Baresi, non servì a migliorare il morale della squadra già proiettata alla ripresa delle coppe, l’1 marzo, con la trasferta sul campo del Werder Brema, sfida d’andata dei quarti di finale di Coppa dei Campioni.

Cosa ha accomunato Johan Cruijff e Arrigo Sacchi? Di certo, la cieca convinzione nelle proprie idee tattiche e un approccio privo di compromessi. Si è detto e scritto che l’olandese era un intransigente moralista mentre l’italiano credeva nel valore dell’etica, con una predilezione per il collettivo senza deroghe persino in presenza di un fuoriclasse di valore assoluto come Marco Van Basten. Il tecnico di Fusignano aveva studiato, in particolare, tre grandi maestri di calcio: l’austriaco Ernst Happel e i belgi Guy Thys e Raymond Goethals. Nel 1982, il futuro allenatore delle due Coppe Campioni rossonere consecutive scriveva a proposito di Cruijff: “Non è l’uomo in più perché dotato di qualità tecniche superiori, come Di Stefano o Puskás. È l’uomo in più perché il suo continuo intervento nel gioco moltiplica le soluzioni. Il Real Madrid è l’espressione più chiara del calcio passato, l’Ajax del calcio futuro”.

Nei primi mesi di lavoro con Sacchi, i giocatori rossoneri rigettarono i metodi del tecnico di Fusignano. Giovanni Galli, portiere del Milan in quelle stagioni, definì la scelta di Sacchi “frutto di un’intuizione geniale del presidente Berlusconi”. Il nuovo tecnico era un cultore del lavoro, le sue squadre avevano sempre giocato bene. Quando arrivò al Milan aveva la stessa sete di vittorie di tanti giocatori rossoneri e del presidente. Sacchi palesò subito cultura calcistica e dedizione maniacale al lavoro, con idee chiare e rivoluzionarie. Portò avanti discorsi a base di organizzazione, il collettivo prima del singolo, parlando molto con i giocatori per capire su chi contare per realizzare il suo progetto. Al gruppo chiedeva dedizione, sacrificio, tanta fatica e un cambio di mentalità. Nelle sue sedute tattiche i movimenti andavano imparati a memoria, con uno sforzo mentale notevole. Sacchi ebbe la grande bravura di coinvolgere i “vecchi” da un punto di vista emotivo e professionale. Alcuni suoi fedelissimi, portati al Milan, lo avrebbero aiutato nella prima fase, oltre alla visione di videocassette delle squadre da lui precedentemente allenate.

La scelta di Berlusconi si rivelò giusta. Tre mesi più tardi, proprio a Barcellona, il Milan di Sacchi conquistava la Coppa dei Campioni, stracciando in finale la Steaua Bucarest dopo aver polverizzato il Real Madrid nel turno precedente. La fase del rinnovo contrattuale di Marco Van Basten si chiuse positivamente prima della fine della stagione 1988/89, con prolungamento per altri quattro anni suo e di Ruud Gullit. Il poker alla Steaua sancì l’inizio di un ciclo vincente dei rossoneri a livello internazionale che avrebbe contemplato il bis nella “coppa dalle grandi orecchie” oltre alla conquista di due Coppe Intercontinentali ed altrettante Supercoppe d’Europa, una proprio contro il Barcellona di Cruijff. L’olandese, invece, avrebbe conquistato una sola volta, da allenatore, la Coppa dei Campioni, nel 1992 contro la Sampdoria, perdendo successivamente l’unica finale intercontinentale contro i brasiliani del San Paolo.