Mentre l’Olanda si dilaniava tra clan e gelosie di potere, la Germania Ovest mercanteggiava il prezzo della gloria: ecco il lato oscuro dei Mondiali 1974.
I Mondiali del 1974 sono passati alla storia come il trionfo del calcio moderno, atletico, totale. In campo, le favorite Olanda e Germania Ovest sembravano incarnare la perfezione: pressing asfissiante, possesso palla, tattiche evolute. Ma dietro questa facciata brillante si nascondeva un mondo fatto di intrighi, tradimenti e meschinità. Due squadre apparentemente perfette, tormentate da demoni interni che ne minavano le fondamenta: da una parte il dispotismo del clan Cruijff, dall’altra una rivolta per denaro capeggiata da Beckenbauer che rischiò di far saltare il banco. È tempo di aprire le porte degli spogliatoi e svelare gli scheletri nell’armadio di due delle più grandi squadre di tutti i tempi.
Il Re e la sua Corte

Nel 1974, l’Olanda che si presentava ai Mondiali in Germania era giudicata una squadra rivoluzionaria, portatrice del “Calcio Totale“. In realtà, dietro questa facciata progressista, che per quanto riguarda gli schemi e l’atteggiamento in campo era senz’altro vera, si celava una struttura rigidamente gerarchica con al vertice Johan Cruijff, il genio del calcio olandese che aveva trasformato il suo talento in potere assoluto.
Il “Profeta del gol” aveva creato intorno a sé una vera e propria corte reale, nota come il “Clan Ajax”: Johan Neeskens era il suo braccio destro, mentre Arie Haan, Wim Suurbier, Ruud Krol, Gerrie Mühren, Piet Keizer e Johnny Rep completavano il cerchio magico. Questi eletti godevano di privilegi impensabili per gli altri: potevano arrivare tardi agli allenamenti senza conseguenze, fumare liberamente negli spogliatoi (un lusso per l’epoca), e persino scegliere quali amichevoli giocare.
Il potere di Cruijff era tale che nemmeno gli allenatori osavano contraddirlo. Al Barcellona, dove giocava in quel periodo, aveva fatto licenziare il tecnico Hennes Weisweiler solo per averlo lasciato in panchina in una partita contro il Siviglia. Era un monarca assoluto che gestiva il suo regno calcistico con un mix di genio in campo e manipolazione fuori, creando un sistema di favoritismi e punizioni che avrebbe finito per minare dall’interno la più talentuosa nazionale olandese di sempre.
La rivolta dei dimenticati

All’ombra del regno di Cruijff cresceva il malcontento. I giocatori provenienti dal Feyenoord e dal PSV Eindhoven, squadre storicamente rivali dell’Ajax, vivevano una situazione di crescente frustrazione. Non era solo una questione di gelosia sportiva: figure del calibro di Rinus Israël, Wim Rijsbergen, Wim Jansen e il talentuosissimo Wim van Hanegem si sentivano trattati come cittadini di seconda classe nella loro nazionale.
La tensione era palpabile soprattutto tra i giocatori del Feyenoord, che pure avevano vinto la Coppa dei Campioni nel 1970. Ma il simbolo di questa resistenza divenne Jan van Beveren, il portiere del PSV Eindhoven. Van Beveren non era un semplice portiere: era considerato uno dei migliori al mondo, con riflessi felini e un’autorevolezza che incuteva timore agli attaccanti avversari. La sua tecnica era impeccabile e la sua presenza in porta dava sicurezza a tutta la squadra.
Ma van Beveren aveva un “difetto” imperdonabile: non piegava la testa davanti al sistema Cruijff. Dopo la mancata qualificazione al Mondiale del 1970, osò fare ciò che nessun altro aveva il coraggio di fare: denunciò pubblicamente l’atteggiamento di alcuni giocatori (chiaramente riferendosi al Clan Ajax) accusandoli di pensare solo ai soldi e di mancare di impegno verso la nazionale.
Questa dichiarazione fu l’inizio di una guerra fredda che avrebbe segnato il calcio olandese per anni. Van Beveren divenne il portavoce non ufficiale di tutti gli scontenti, di coloro che vedevano nel dominio del Clan Ajax non solo un’ingiustizia sportiva ma anche una distorsione dei valori del calcio olandese. Era una battaglia persa in partenza, ma qualcuno doveva pur combatterla.
Scacco al portiere

La storia dell’esclusione di van Beveren dal Mondiale ’74 è un capolavoro di macchinazioni degno delle migliori trame di palazzo. Tutto iniziò quando il portiere si infortunò alla zona inguinale poco prima del torneo. La riabilitazione fu rapida ed efficace, tanto che van Beveren si riprese giusto in tempo per il Mondiale. Ma qui entrò in gioco la macchina del potere orchestrata da Cruijff.
Il nuovo allenatore Rinus Michels, ex Ajax e notoriamente vicino a Cruijff, impose a van Beveren di giocare un’intera amichevole nonostante non fosse ancora al 100%. Era una richiesta assurda dal punto di vista medico: qualsiasi portiere appena recuperato da un infortunio all’inguine avrebbe avuto bisogno di un reinserimento graduale.
Van Beveren chiese ragionevolmente di giocare solo un tempo, ma la risposta fu un ultimatum: o giocava tutta la partita o sarebbe stato escluso dalla nazionale. Quando van Beveren rifiutò, fu sostituito da Jan Jongbloed, un portiere semi-professionista che in dodici anni aveva giocato solo due partite in nazionale, una delle quali per soli quattro minuti. Jongbloed gestiva un negozio di tabacchi con sua moglie e giocava in una squadra amatoriale di Amsterdam. La sua unica qualifica reale? Era amico di Cruijff.
I tedeschi e la rivolta dei Marchi

Se il clan Ajax di Cruijff dominava con dispotismo la Nazionale olandese, non è che dall’altra parte del confine le cose andassero meglio. “Se Atene piange, Sparta non ride”: la Germania Ovest stava vivendo il suo personale dramma, anche se di natura più prosaica.
A Malente, un sobborgo di Münster, la nazionale tedesca era rinchiusa in un bunker protetto da guardie armate e cani da guardia. La sicurezza era stata rafforzata dopo la tragedia degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, ma questo non impediva ai giocatori di evadere regolarmente per le loro avventure notturne.
Il più celebre di questi fuggitivi era Franz Beckenbauer, il Kaiser, che scalava regolarmente le mura del ritiro per incontri galanti con l’attrice Heidi Brühl. Altri frequentavano i locali notturni di Amburgo. Queste scappatelle erano bene o male tollerate dallo staff tecnico, ma il vero problema era un altro: i soldi. Tutto esplose quando i giocatori scoprirono che il loro premio vittoria di 30.000 marchi era inferiore a quello promesso ad altre nazionali.
Beckenbauer, da leader carismatico quale era, si trasformò in capopopolo della rivolta. Cinque giorni prima dell’inizio del torneo, i giocatori organizzarono una chiamata collettiva al presidente federale Hermann Neuberger, esigendo un aumento a 100.000 marchi a testa in caso di vittoria. La crisi durò un’intera notte. Il tecnico Helmut Schön, disgustato dalla cupidigia dei suoi giocatori, minacciò di dimettersi o addirittura di sostituire l’intera squadra.
La situazione si risolse solo all’alba, con un compromesso a 70.000 marchi. La decisione fu presa dopo una drammatica votazione finita 11-11 e sbloccata proprio dal voto decisivo di Beckenbauer, che convinse i compagni ad accettare. Era una cifra enorme per l’epoca, ma avrebbe potuto costare ai tedeschi il Mondiale se la crisi non fosse stata risolta.
Il tramonto degli Dei

Il termine di questa saga raggiunse il suo culmine nei giorni precedenti la finale. A 48 ore dalla partita decisiva, il tabloid tedesco Bild sganciò una bomba mediatica: quattro giocatori olandesi non identificati erano stati sorpresi di notte nella piscina dell’hotel con due ragazze tedesche completamente nude. L’articolo non faceva nomi, ma questo creò ancora più scompiglio: ogni giocatore sposato diventava un potenziale sospettato.
Le mogli dei giocatori, già nervose per la lunga separazione durante il torneo, tempestarono di chiamate il ritiro. La situazione degenerò quando Danny Cruijff, moglie di Johan, iniziò un vero e proprio interrogatorio telefonico che durò tutta la notte. Mentre i tedeschi riposavano preparandosi alla battaglia finale, gli olandesi affrontavano così crisi coniugali e litigi domestici. Il “Calcio Totale” rischiava di sgretolarsi tra gelosie e sospetti.
La Germania vinse 2-1, ma anche il trionfo tedesco fu macchiato da un ultimo atto di questa tragicommedia. Alla cena di gala della vittoria, le mogli dei giocatori tedeschi furono lasciate fuori mentre quelle dei dirigenti federali sedevano ai tavoli d’onore. Fu uno schiaffo che alcuni non dimenticarono mai: Gerd Müller, il bomber della nazionale, disse addio alla squadra a soli 29 anni, disgustato da questo ultimo affronto. Come disse anni dopo il portiere Sepp Maier: “Noi tedeschi sappiamo organizzare un Mondiale e battere qualsiasi avversario, ma non abbiamo la minima idea di come organizzare una festa.”
La maledizione del Calcio Totale
L’Olanda portò al mondo un’idea rivoluzionaria di gioco, il Calcio Totale, ma paradossalmente fu vittima della sua stessa “totalità”. Perché “totale” non era solo il calcio in campo, ma anche il sistema di potere costruito attorno ad esso, le rivalità, le gelosie, i tradimenti.
La finale persa contro la Germania resta una ferita aperta nel calcio olandese, una cicatrice che non si è mai completamente rimarginata. Ma forse era inevitabile che andasse così. Da una parte c’erano i tedeschi, mercenari del pallone che avevano mercanteggiato fino all’ultimo marco il prezzo della gloria, ma che alla fine avevano trovato un compromesso e fatto quadrato.

Dall’altra gli olandesi, divisi tra il Clan Ajax e gli “altri”, tra i privilegiati e gli esclusi, tra un portiere di tabaccaio amico del re e un fenomeno lasciato a casa per non aver piegato la testa.
Cruijff non avrebbe mai più giocato un Mondiale. Van Beveren non avrebbe mai più indossato la maglia arancione. La Germania avrebbe vinto ancora, l’Olanda avrebbe continuato a perdere finali. Come se quella sera del ’74, insieme alla coppa, si fosse spezzato qualcosa di più profondo.
Insomma, il calcio non è solo un gioco di schemi e tattiche. È un teatro dove si intrecciano ambizioni e debolezze, dove i sogni possono infrangersi non solo su un palo o una traversa, ma anche su una telefonata gelosa nel cuore della notte o su una piscina piena di ragazze nude. È questo che rende il Calcio Totale dell’Olanda ’74 davvero “totale”: perché contiene tutto – il sublime e il meschino, il genio e la follia, la gloria e la caduta.