Un neo campione del mondo, un presidente visionario e una promessa così surreale da sembrare inventata. La storia di un trasferimento che mescolò calcio e Hollywood in modo mai visto prima.
Estate 1994. Mentre il Brasile si laurea campione del mondo a Pasadena ai rigori contro l’Italia, in una finale che passerà alla storia come una delle più tediose mai giocate, un difensore brasiliano relativamente sconosciuto diventa improvvisamente uno degli uomini più desiderati del mercato europeo. Sì, perchè Márcio Roberto dos Santos, cresciuto nelle giovanili del Botafogo e trasferitosi ai Girondins de Bordeaux appena un anno prima, ha vissuto un Mondiale da protagonista inaspettato.
La sua convocazione era stata quasi casuale, frutto di una serie di infortuni che avevano decimato le opzioni di Parreira in difesa. Mózer, Ricardo Gómez e Ricardo Rocha si erano fatti male tutti insieme, come in una beffa del destino che però si trasformò in opportunità per Márcio. E lui l’opportunità non se l’era lasciata sfuggire: sette partite da titolare al fianco del monumentale Aldair, un gol contro il Camerun nella fase a gironi, e una difesa che aveva concesso appena tre reti in tutto il torneo. Certo, c’era stato quel rigore sbagliato in finale, parato da Pagliuca, ma alla fine chi se lo ricordava? Il Brasile aveva vinto, lui era campione del mondo, e improvvisamente il suo valore di mercato era schizzato alle stelle.

Una Fiorentina che voleva volare
Dall’altra parte del mondo, a Firenze, il presidente Vittorio Cecchi Gori aveva grandi ambizioni. La Fiorentina era appena tornata in Serie A dopo la retrocessione del 1993, un’onta che il produttore cinematografico non aveva ancora digerito. Il campionato di Serie B era stato una formalità, ma Cecchi Gori non voleva semplicemente partecipare al massimo campionato: voleva dominarlo. Aveva già in squadra un certo Gabriel Batistuta, che nell’anno precedente era diventato capocannoniere del campionato cadetto, e un giovane portiere promettente di nome Francesco Toldo.
Il direttore sportivo Oreste Cinquini stava costruendo una squadra ambiziosa per l’allenatore Claudio Ranieri: c’erano già Francesco Baiano e Francesco Di Mauro, e in quella estate stavano per arrivare un talento portoghese dal futuro scintillante chiamato Rui Costa, più Sandro Cois e Andrea Sottil. Mancava solo un tassello: un grande difensore centrale che blindasse una retroguardia che era stata la nota dolente della retrocessione.

Cinquini pensava di aver trovato l’uomo giusto: un giovane francese del Monaco di nome Lilian Thuram. L’accordo era chiuso per 6 miliardi di lire, il contratto era pronto, le firme dovevano essere apposte il giorno successivo. Ma il presidente del Monaco, Campora, ci ripensò all’ultimo momento. Il suo allenatore, un certo Arsène Wenger, aveva bloccato tutto: quel giovane difensore era troppo importante per il suo sistema di gioco. La Fiorentina si ritrovò così con un pugno di mosche in mano e la necessità urgente di trovare un’alternativa.
La corsa a Parigi e l’intromissione del Tottenham
Il 25 luglio 1994 un aereo partì all’alba da Firenze diretto a Parigi. A bordo c’erano l’amministratore delegato Luciano Luna, il direttore generale Cinquini e la leggenda viola Giancarlo Antognoni, determinati a chiudere l’affare Márcio Santos con il Bordeaux. Il presidente dei francesi, Afflelou, chiedeva 6 miliardi di lire, una cifra importante ma non proibitiva per le ambizioni della Fiorentina.
Nella villa di Afflelou alla periferia di Parigi, la trattativa andò avanti per cinque ore e mezza. Sembrava filare tutto liscio quando da Londra arrivò la doccia fredda: il Tottenham si era intromesso nelle negoziazioni, rivolgendo un’offerta economicamente più vantaggiosa direttamente al giocatore, che si trovava in vacanza a casa dei genitori vicino a Porto Alegre.
Per un neo campione del mondo, lo stipendio offerto dagli Spurs era decisamente superiore a quello della Fiorentina. Il fratello di Márcio, Luis, che faceva anche da agente, aveva praticamente già chiuso l’accordo con gli inglesi. La situazione sembrava compromessa.
La promessa

Cinquini non si diede per vinto. Volò in Brasile, raggiunse Márcio Santos personalmente e gli presentò il progetto viola. Il difensore lo ascoltò con interesse ma sembrava già proiettato verso Londra. Fu allora che Cinquini chiamò Cecchi Gori per un ultimo, disperato tentativo.
Il presidente della Fiorentina, produttore cinematografico di successo, ebbe un’intuizione geniale quanto surreale. Aveva saputo che Márcio era rimasto folgorato da un film: Basic Instinct, il thriller erotico che aveva fatto impazzire mezzo mondo. Ma più che la trama o la regia, ciò che aveva catturato il brasiliano era la protagonista: la sensuale Sharon Stone, che in quel film aveva raggiunto l’apice della sua bellezza e del suo sex appeal.
Quando Márcio scoprì che il presidente della Fiorentina era un produttore cinematografico, chiese al fratello Luis di fermare tutto: voleva parlare con Cecchi Gori. La conversazione che seguì passerà alla storia come una delle più bizzarre del calciomercato mondiale.
“Presidente, ma è possibile conoscere Sharon Stone? Mi fa impazzire!” chiese con candore il difensore brasiliano.
La risposta di Cecchi Gori fu immediata e creativa: “Ma certo! Fammi sette gol quest’anno e ti organizzo una cena con lei. Pagata da me, s’intende”.
Alcuni anni dopo, l’ex presidente chiarirà che in realtà i gol dovevano essere nove, non sette, ma poco importa: Márcio Santos accettò al volo. Ciao ciao Tottenham, addio Premier League. Per 5 miliardi e mezzo di lire più la prospettiva di una cena con Sharon Stone (pare che la clausola sia stata addirittura inserita nel contratto), il difensore brasiliano scelse Firenze. Gli inglesi protestarono per scorrettezza, ma ormai i giochi erano fatti.
L’arrivo

Quando Márcio Santos arrivò a Firenze, ancora frastornato dalla festa mondiale celebrata a casa di Romario, si presentò con la spavalderia tipica di un neo campione del mondo. In conferenza stampa dichiarò: “Non temo niente, neanche il Milan che ormai è vecchio e senza Van Basten. Il miglior difensore al mondo? Nella squadra ideale del Mondiale la FIFA ha scelto me… fate voi!”
L’entusiasmo raggiunse l’apice quando un giornalista americano fece rimbalzare la voce che Sharon Stone era pronta a incontrare il difensore brasiliano. Firenze era in fermento, i tifosi sognavano una stagione memorabile, e Márcio sembrava determinato a conquistare sia la Serie A che il cuore della diva di Hollywood.
La caccia al gol

La stagione 1994-95 della Fiorentina fu un’altalena di emozioni. In attacco la squadra andava fortissimo: Batistuta si confermò un fuoriclasse assoluto e Baiano danzava tra le difese avversarie. I viola avevano il secondo miglior attacco del campionato. Il problema era l’altro lato del campo: la difesa rimaneva un colabrodo, la terza più battuta della Serie A.
E Márcio Santos? Beh, lui in teoria doveva fare gol, non subirli. La caccia ai sette centri necessari per conquistare la cena con Sharon Stone divenne una sorta di ossessione personale. Ma la realtà fu ben diversa dai sogni. Il difensore brasiliano, forse troppo concentrato sulle incursioni offensive e con la mente rivolta all’immagine di Sharon nel celebre tubino bianco di Basic Instinct, si dimostrò confuso e spesso pericoloso per il povero Toldo, tanto che a fine stagione si conteranno ben due autogol.
Il 15 aprile 1995, al Franchi contro il Napoli di Vujadin Boskov, arrivò finalmente il momento tanto atteso. Márcio Santos segnò il suo primo gol in Italia, il secondo nella vittoria per 4-0 dei viola. Fu uno stacco imperioso su calcio d’angolo, e il brasiliano si inginocchiò con la gioia dipinta sul volto, l’emozione quasi incontenibile. Uno su sette, la strada era ancora lunga ma possibile.
Purtroppo per lui, quel gol fu anche l’inizio della fine. Nella restante parte della stagione riuscì a segnare solo un’altra rete. Totale: due gol più due autogol. Decisamente troppo poco persino per un aperitivo con Sharon Stone, figuriamoci per una cena pagata dal presidente.
L’epilogo amaro

La stagione si concluse con un bilancio agrodolce. La Fiorentina si piazzò in zona UEFA, Batistuta confermò il suo status di bomber leggendario, ma Márcio Santos venne bocciato sia dal mister Ranieri che dalla dirigenza. Il difensore che doveva blindare la retroguardia si era rivelato un problema più che una soluzione.
Nell’estate del 1995, Márcio fu così ceduto all’Ajax di Amsterdam, ma neppure in Olanda trovò fortuna. Le incomprensioni con Louis van Gaal furono continue, e la sua carriera iniziò una parabola discendente che lo portò prima in Cina, poi di nuovo in Brasile e infine in Bolivia, lontano dai riflettori e ancor più lontano da Hollywood.
La cena con Sharon Stone rimase un sogno irrealizzato, una promessa tanto affascinante quanto impossibile. Vittorio Cecchi Gori, anni dopo, confessò con ironia che all’epoca aveva anche ipotizzato di rendere Márcio protagonista di Basic Instinct 2, ovviamente al fianco di Sharon Stone. Visto l’esito delle prestazioni del calciatore in viola, e soprattutto la qualità del sequel effettivamente girato nel 2006, probabilmente non sarebbe stata una cattiva idea: difficilmente avrebbe potuto fare peggio.
Márcio Santos dovette rassegnarsi a continuare a vedere Sharon Stone solo al cinema. Ma quella promessa, quella clausola assurda inserita in un contratto di calcio, quella stagione passata a cercare disperatamente il gol che lo avrebbe avvicinato al tavolo di un ristorante di lusso con la diva più desiderata del pianeta, rimane una delle pagine più bizzarre e affascinanti della storia del calcio italiano.