ORRICO Corrado: l’utopia del calcio

La storia di Corrado Orrico, allenatore visionario che portò gabbie, filosofia e calcio totale dalla provincia toscana fino all’Inter.

Un campetto sulla costa di Livorno, anni Sessanta. Dei ragazzini rincorrono un pallone dentro un gabbione di reti metalliche. Il pallone non esce mai, i ritmi sono frenetici, i piedi devono pensare prima della testa. Un giovane allenatore osserva quella scena e ci vede il futuro del calcio, anche se ancora non sa di essere l’unico a vederlo.

Quell’uomo si chiama Corrado Orrico, classe 1940, e ha appena smesso di giocare. Sta per iniziare un viaggio che lo porterà dai campi polverosi della provincia toscana fino alla panchina dell’Inter, passando attraverso idee rivoluzionarie, dimissioni clamorose, libri di filosofia e sigari toscani.

Nel 1969, alla Carrarese, Orrico decide di replicare quel caos organizzato che lo aveva folgorato e ordina la costruzione di una gabbia metallica per gli allenamenti. I dirigenti lo guardano come si guarda un matto, ma lui è irremovibile: “Il pallone deve rimanere sempre in gioco, i ragazzi non devono mai fermarsi”. Quella gabbia diventerà il suo marchio di fabbrica, il simbolo di un’ossessione che attraverserà trent’anni di carriera.

Ma forse tutto nasce ancora prima, da quell’ultima partita da giocatore: spareggio contro la Lucchese, maglia numero 8 della Sarzanese. Orrico è capitano e giocatore-allenatore, si infortuna e deve uscire, ma il regolamento non prevede sostituzioni. Resta lì, impotente, a guardare i compagni perdere il sogno della Serie C. Quel giorno capisce che il suo destino non è in campo, ma sulla panchina.

Il profeta in provincia

Per capire Orrico bisogna capire il suo rapporto con la provincia, e in particolare con la Carrarese, che è la sua casa e il suo laboratorio. Ci torna tre, quattro volte nel corso della carriera, ogni volta con la stessa fame. Fine anni Settanta: la squadra è sprofondata in Serie D da dieci stagioni e il presidente Gianfranco Cecchinelli chiama quel giovane allenatore che aveva già guidato i gialloazzurri. Orrico accetta e nel 1978 arriva la promozione in C2, sfiorando l’anno dopo anche la doppia promozione, mancata solo agli spareggi.

Due anni più tardi c’è un nuovo ritorno a Carrara, e stavolta Orrico costruisce qualcosa di speciale: promozione in C1 con una sola sconfitta casalinga e la miglior difesa del girone, seguita dal primo trofeo nazionale nella storia del club, la Coppa Italia di Serie C vinta in finale contro il Fano. La città è in festa e l’allenatore è un eroe locale.

Ma Orrico non è tipo da accontentarsi, perché il suo calcio è troppo ambizioso per restare in provincia. Difesa a zona quando tutti giocano a uomo, pressing alto, costruzione dal basso: idee che in Serie C sembrano fantascienza e che in Serie A diventeranno normalità soltanto trent’anni dopo.

L’Udinese e la lezione dell’umiltà

Prima di diventare leggenda, però, Orrico deve passare attraverso il fallimento. Nell’estate del 1979 l’Udinese torna in Serie A dopo diciassette anni di assenza e sceglie proprio lui, esordiente assoluto nel massimo campionato. Ha trentanove anni, la gabbia sotto il braccio e tante idee in testa.

L’inizio è dignitoso, con tredici punti raccolti nel girone d’andata, ma poi arriva il crollo. La squadra ha lacune ovunque e le idee da sole non bastano a colmarle. Il 27 gennaio 1980, dopo una sconfitta a Cagliari, Orrico si dimette per la prima volta, ma il presidente respinge le dimissioni. Due mesi dopo, un’altra sconfitta e altre dimissioni, stavolta definitive. Il bilancio è duro: ventidue partite, due vittorie, undici pareggi, nove sconfitte. Anni dopo, Orrico avrà la lucidità di ammettere senza cercare alibi: “Colpa mia. Ero immaturo, avevo un’ottica sbagliata nei confronti delle cose, prendevo di petto tutte le situazioni”.

Poco dopo c’è il tentativo al Lanerossi Vicenza, che si chiude ancora prima di cominciare perché il presidente Farina gli vende i giocatori di nascosto. Orrico non ci sta e se ne va, preferendo tornare alla sua Carrara piuttosto che tradire le proprie idee: “Lì sono stato lungimirante e me ne vanto”.

Lucca, la città dei sogni

La vera consacrazione arriva a Lucca nella primavera del 1988, quando il presidente Egiziano Maestrelli e il direttore sportivo Pino Vitale decidono di puntare su quel personaggio stravagante che in provincia ha fatto miracoli. Orrico accetta e comincia a tessere la sua tela: arrivano Roberto Paci, Di Stefano, Giusti, poi Donatelli, Simonetta, Monaco, Montanari. Non è solo una squadra, è un’orchestra che suona un calcio capace di far innamorare tutta la Serie C.

Ma il copione orriciano prevede sempre un colpo di scena, e puntualmente arriva. Dopo sei giornate della stagione 1989-90, un pareggio casalingo con il Chievo fa calare un’aria pesante sullo spogliatoio. Orrico sente mancare la fiducia e si dimette con quella semplicità disarmante che lo contraddistingue: “Non posso lavorare senza fiducia”.

Si ritira a Volpara, il suo eremo sulle colline di Massa, ma Pino Vitale scala la collina, bussa alla porta e lo supplica di tornare. Poi arriva una delegazione di giocatori guidata da Monaco: “Mister, senza di lei non ce la facciamo”. L’Omone si commuove, abbandona la cocciutaggine e torna.

E vince tutto. La promozione arriva al Porta Elisa strapieno, contro il Casale, con Maestrelli e Orrico che corrono verso la curva in un abbraccio che vale una carriera intera. Poi la Coppa Italia di Serie C, vinta al Barbera di Palermo ai rigori davanti a trentacinquemila spettatori quasi tutti rosanero, e al ritorno migliaia di tifosi aspettano la squadra all’aeroporto di Pisa mentre la città è in delirio.

La stagione successiva è da sogno: la Lucchese neopromossa in Serie B chiude sesta, a soli due punti dalla Serie A, e batte il Foggia di Zeman 2-0 al Porta Elisa. Il calcio rossonero incanta l’Italia e Orrico ne è convinto ancora oggi: “Quella squadra meritava la A. Senza gli infortuni di Donatelli, Monaco e Simonetta, sarebbe stata sicura”.

Milano, Bukowski e la filosofia in Serie A

Nell’estate del 1991 l’Inter ha appena vinto la Coppa UEFA con Giovanni Trapattoni e il presidente Ernesto Pellegrini deve trovare un sostituto. La scelta cade su quel professore di provincia che ha incantato la Serie B, e quando la notizia si diffonde molti sorridono. Orrico all’Inter? Il maestro di Volpara nella Milano da bere?

Ma l’Omone non si scompone. Si presenta in sede con una copia de “il Manifesto” sotto il braccio, sfidando apertamente Franco Servello, azionista del club ed esponente del MSI, e quando gli propongono un contratto annuale scuote la testa: “No, facciamolo mensile. Voglio essere giudicato mese per mese”.

Il primo giorno ad Appiano Gentile pronuncia una frase destinata a diventare leggenda — “Devo togliere dai muri l’odore di Trapattoni” — e i giocatori si guardano sbigottiti. Poi arriva la gabbia, e Matthäus, Bergomi, Baresi, Klinsmann, Zenga, Berti la osservano come si osserva un oggetto arrivato da un altro pianeta, mentre Orrico è serio come non mai.

Gli allenamenti diventano materia da romanzo. Orrico gira con un libretto di Charles Bukowski che spunta dalla tasca del giubbotto, e nei ritagli tra le sedute discute di Heidegger con Klinsmann, che è affascinato da questo personaggio impossibile che fuma sigari toscani e cita Kant. Con Matthäus parla di finanza, con Berti litiga sulla bilancia.

Un aneddoto racconta che un giocatore vide Orrico con un libro di Milan Kundera e, preoccupato perché convinto fosse un testo sul Milan, chiese spiegazioni. La risposta arrivò senza battere ciglio: “Quel libro non c’entra nulla con i cugini dell’altra sponda del Naviglio. È solo il nome dell’autore”.

Ma il calcio chiede risultati e i risultati non arrivano come dovrebbero. La Sampdoria campione d’Italia infligge un umiliante 4-0 a Marassi, l’Inter viene eliminata dalla Coppa UEFA al primo turno dal Boavista — proprio mentre è detentrice del trofeo — e la pressione sale giorno dopo giorno.

L’addio e l’eredità

Il 19 gennaio 1992, dopo la sconfitta per 1-0 in AtalantaInter a Bergamo, ultima giornata del girone d’andata, la squadra è ottava e Orrico non dorme. All’alba ha già preso la sua decisione.

“Ho fallito”, dice nella conferenza stampa che nessuno dimenticherà. “È bene che qualcun altro prosegua il mio lavoro”. Si dimette rinunciando all’ingaggio, in un mondo dove gli allenatori vengono esonerati tra le polemiche e si litiga per le buonuscite. Lo spogliatoio è sconvolto: Walter Zenga minaccia gesti estremi, Giuseppe Bergomi e Giuseppe Baresi lo supplicano di restare, e Klinsmann è il più duro di tutti: “Non l’hanno mai fatto lavorare come voleva, dal primo giorno”. Ma l’Omone ha deciso e torna a Volpara, tra i suoi libri e i suoi silenzi.

Dopo l’Inter la carriera prosegue tra provincia e periferia del grande calcio: Lucchese, Avellino, Siena, Alessandria, un ultimo tentativo in Serie A con l’Empoli nel 1999, poi Treviso, Massese, ancora Carrarese, ancora Prato. Nel 2009 una tragedia personale lo colpisce duramente con la perdita del figlio Orlando, un dolore che segnerà per sempre l’uomo prima ancora dell’allenatore. L’ultima panchina è nel 2013, a settantatré anni, al Gavorrano in Lega Pro.

Ma l’eredità di Corrado Orrico va ben oltre i risultati. La difesa a tre che oggi tutti usano la predicava negli anni Ottanta, la marcatura a zona era la sua ossessione, e gli allenamenti ad alta intensità erano la ragion d’essere della gabbia. Quando gli chiedono dell’Atalanta di Gasperini, sorride: “Mi ricorda la mia Lucchese. Una squadra che aggrediva in tutte le zone del campo”. Il calcio gli ha dato ragione, ma con trent’anni di ritardo.

“Come passerò questa giornata?”, ha risposto quando lo hanno chiamato per gli ottant’anni. “Seduto in giardino a fumare l’immancabile toscano e a leggere un buon libro. Il titolo non glielo dico, tanto voi giornalisti non capireste”.

Forse Corrado Orrico era arrivato troppo presto, in un calcio italiano che non era ancora pronto per un allenatore che citava Bukowski e costruiva gabbie. Di certo è stato uno degli ultimi romantici del pallone, un uomo che ha creduto possibile portare la filosofia in Serie A e che per questo non smetterà mai di affascinare.