Cresciuto a San Paolo del Brasile, lanciato dal Perugia, titolare nel Milan dello scudetto della stella. Da allenatore, quattro promozioni in Serie A con quattro club diversi.
Per capire Walter Novellino bisogna salire fino a Montemarano, ottocentoventi metri sul livello del mare, un balcone di pietra calato nella Valle del Calore, in provincia di Avellino. Un borgo di poco più di duemila anime, vigneti di Aglianico aggrappati alle colline, boschi di castagni, e nel cuore dell’inverno il rito antico della tarantella montemaranese: un vortice processionale guidato dal “caporabballo” che richiama riti agricoli, pagani, e che la gente del posto custodisce come un tesoro. Quel ritmo incalzante, quella combattività gioiosa che si scioglie solo a sera, sembrano spiegare tante cose del carattere di Walter: la fame, la passione, l’insistenza, il piede che non smette mai di battere a tempo.
Anche il nome dice molto. All’anagrafe il bambino nato il 4 giugno 1953 viene registrato come Alfredo Walter Amato Lenin Novellino. Quattro nomi, una piccola enciclopedia familiare e politica. C’è il rispetto per la parentela, c’è l’apertura al mondo (Walter), c’è la dolcezza del Sud (Amato), e c’è soprattutto quel Lenin che nell’Italia del dopoguerra, in un paese contadino di emigrazione, suona come una dichiarazione di appartenenza, un manifesto in miniatura. Walter, di quel nome lungo, terrà soprattutto le sillabe che sanno di lavoro: poco dopo la sua nascita la famiglia parte, il padre meccanico cerca pane oltreoceano, e i Novellino si ritrovano a San Paolo del Brasile. È lì, sui campi polverosi della metropoli paulista, che Walter impara a palleggiare scalzo, ad amare il dribbling, il colpo a effetto, lo spettacolo. La pelle dell’Irpinia, i piedi del Brasile.
Il Monzón nasce sui campi di Torino

Tornato in Italia ragazzino, Walter entra nelle giovanili della Pomense, quindi passa due stagioni al Legnano, dove gli osservatori del Torino lo notano subito: piccolo, scattante (1,71 per 73 chili), con quei piedi imparati in Brasile e una cattiveria agonistica tutta irpina. È nel ritiro granata che si guadagna il soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita: lo ribattezza Giorgio Ferrini, leggendaria bandiera del Toro, perché Walter combatte come un pugile e somiglia in maniera impressionante al campione argentino dei pesi medi: Monzón. Il debutto in Serie A arriva nella stagione 1972/73, ma è una sola apparizione; l’anno seguente i granata lo girano in prestito alla Cremonese in Serie C. Quando rientra in granata, il dirigente Bonetto lo liquida con una battuta che farà discutere — “è un giocoliere” — e Walter, a titolo definitivo, scende in C all’Empoli, sempre in Serie C, dove può finalmente giocare con continuità e ritrovare quel pallone fra i piedi che a Torino sembrava destinato a restare congelato in panchina.
A guardarlo da fuori, in quegli anni, sembra un calciatore in cerca di identità: un’ala? una mezzapunta? un trequartista? In realtà Walter è già tutte e tre le cose, perché il suo gioco non sta nei caselle del foglio tattico ma nella corsa, nell’istinto, nel piacere di cercare il compagno con la sterzata improvvisa. È qui che si forgia il giocatore che diventerà titolare al Milan: un attaccante di movimento prestato al centrocampo, pulito tecnicamente, generoso fino allo sfinimento. Sembra una bocciatura, è invece il trampolino. La svolta è Perugia, stagione 1975/76. Sotto la guida di un mister visionario, Ilario Castagner, il Novellino “giocoliere” diventa un centrocampista offensivo dalle spiccate doti di inserimento, impiegato da mezzapunta o da ala tornante. Tre stagioni splendide, un Perugia capace di issarsi tra le grandi del calcio italiano: Walter rifinisce, attacca lo spazio, segna gol pesanti. È pronto per il salto definitivo. Lo aspettano i giganti di Milano.

Lo scudetto della stella e la maledizione del Diavolo
Nell’estate 1978 il Milan lo acquista. È la stagione più dolce della carriera, quella destinata a restare scolpita nella storia: lo scudetto della stella, il decimo tricolore rossonero, conquistato sotto la guida di Nils Liedholm. Walter viene impiegato da seconda punta accanto a Stefano Chiodi, perché nel suo ruolo naturale il Diavolo ha un certo Gianni Rivera. Dividere lo spogliatoio con l’Abatino significa imparare il calcio dei grandi e prendersi anche il giusto spazio, gol pesanti, l’adrenalina del Meazza. Il debutto rossonero ufficiale è del 30 agosto 1978, in Coppa Italia: Lecce-Milan 2-3. Un mese dopo — il 23 settembre 1978, a Firenze — arriva anche l’unica presenza in Nazionale maggiore: amichevole vinta 1-0 contro la Turchia, con Walter primo irpino di sempre a indossare la maglia azzurra dei grandi. Il dualismo dell’epoca tra Causio e Sala gli sbarra la strada del Mondiale, ma l’azzurro lui, almeno per una sera, lo ha vestito.
Poi arriva la tempesta. Lo scandalo del Totonero travolge i rossoneri, declassati d’ufficio in Serie B. Molti se ne vanno, lui no. Walter resta, e nel campionato cadetto 1980/81 firma una pagina indelebile: il suo gol contro il Monza decide la promozione e riporta il Diavolo nell’élite. Nel 1982 vince anche la Mitropa Cup. Quando il Milan scivola di nuovo in B, stavolta sul campo, Novellino chiude il suo capitolo rossonero: 151 partite, 14 reti, uno scudetto, una promozione, un trofeo internazionale. Numeri che diventano leggenda nelle pagine di magliarossonera.it, il sito che lo elenca tra i protagonisti dell’epoca.

Ascoli, il ritorno a Perugia e l’addio al rettangolo
Nell’estate del 1982 Walter va all’Ascoli del presidente Costantino Rozzi, personaggio imprenditoriale e umano gigantesco, che Novellino definirà un secondo padre. Sulle colline marchigiane disputa due stagioni in Serie A, prima di scendere — nel novembre 1984, dopo solo quattro gare — in B per tornare là dove tutto era cominciato: Perugia. Sono due anni di passione e fatica, chiusi con la retrocessione in C1 nel 1986. Il sipario cala al Catania nel 1986/87: una stagione in B da riserva, terminata anch’essa con una retrocessione, che certifica un addio amaro ma dignitoso.
I numeri di una carriera lunga e ostinata: 227 presenze e 30 reti in Serie A, 103 presenze e 4 reti in Serie B, un gol che vale una promozione, uno scudetto, una stella. E quel debutto azzurro che, qualunque cosa accada, nessuno gli toglierà più. Il giocoliere di Bonetto, il Monzón di Ferrini, l’irpino di Liedholm, si toglie gli scarpini ma non il pallone dal cuore. Anzi: lo pulisce, lo lucida, e lo riconsegna a se stesso da una nuova prospettiva.

Lo specialista delle promozioni: una nuova vita in panchina
La seconda vita di Walter Novellino comincia, com’è giusto, da dove lo aveva accolto la prima: Perugia. Nel 1990 entra nel settore giovanile umbro, e nel dicembre 1992 sale sulla panchina della prima squadra in C1, fino a un esonero amaro firmato Luciano Gaucci alla vigilia dello spareggio promozione contro l’Acireale. È il primo capitolo di una storia ricorrente: Novellino allenatore visionario eppure pragmatico, con il 4-4-2 come manifesto di fede e l’attaccante grosso e fisico — tipo Dario Hubner per intenderci — come perno tattico.
Da lì comincia la collezione: con il Gualdo vince la C2 e l’anno dopo sfiora la B; al Ravenna fa un brillante ottavo posto in cadetteria; e poi arriva il salto. Nel 1997/98 Maurizio Zamparini lo chiama al Venezia e Walter risponde con la prima, storica promozione in Serie A. Sarà quel cammino, con l’arrivo decisivo di Álvaro Recoba, a restargli scolpito nel cuore. Seguono il Napoli del cuore (promozione nel 1999/2000) e il Piacenza della famiglia Garilli, con cui sale ancora in A nel 2000/01. Quattro promozioni in massima serie con quattro club diversi: un record che lo consegna alla leggenda dei traghettatori.

Il capolavoro arriva alla Sampdoria. Lo vuole Beppe Marotta, con cui aveva già lavorato a Ravenna e a Venezia, e Walter lo segue a Genova nel 2002. La promozione del 2003 è solo l’inizio: cinque stagioni in blucerchiato, un quinto posto in Serie A, una semifinale di Coppa Italia, le notti europee in Coppa Uefa. Con sé, ovunque vada, Novellino porta il suo gruppo di fedelissimi — Sergio Volpi, Francesco Flachi, Fabio Bazzani — perché il suo calcio è prima di tutto un gruppo, una famiglia in viaggio.
Verranno poi le panchine di Torino, Reggina, Livorno, Modena, Palermo, Avellino e Juve Stabia: non sempre vincenti, sempre fedeli al credo del 4-4-2, alla cura dello spogliatoio, alla trasparenza con il presidente.
A chi gli chiede oggi cosa pensi del calcio contemporaneo, Walter risponde con il piglio dell’uomo di campo che ha visto tutto: “È sbagliato mettere subito in discussione gli allenatori, ci vuole del tempo per i risultati“. E del proprio mestiere riassume così la regola d’oro: “Bisogna scendere in campo per l’allenatore, ma soprattutto per la città”. Frase che, in fondo, vale anche per il ragazzo dai quattro nomi sceso da Montemarano: scendere in campo per qualcosa di più grande di sé. La tarantella, settantatre anni dopo, batte ancora il tempo.