L’allenatore sardo incarnava quella rara combinazione di dignità e passione che ha segnato un’epoca del calcio italiano, dove la grandezza di un uomo si misurava ben oltre i risultati del campo.
Fu su un campo d’oratorio sconnesso, più buche che erba, in una di quelle domeniche sarde in cui il sole inchioda ogni cosa e le ore sembrano non finire mai, che il destino di Gustavo Giagnoni trovò la sua direzione. Era nato a Olbia nel 1933, e fu lì, nella polvere, che tutto cominciò.
I suoi genitori lo avevano mandato in seminario con un sogno preciso, quello di vederlo un giorno celebrare la messa davanti ai fedeli del paese, perché per loro quella sarebbe stata la massima realizzazione possibile per un figlio. Ma mentre i compagni recitavano preghiere, il giovane Gustavo scivolava via attratto da un richiamo più forte di qualsiasi vocazione religiosa, quello di un pallone che rotolava sull’erba consumata di un campetto di periferia.
Fu proprio lì che il destino gli si presentò sotto le sembianze di Gino Colaussi, campione del mondo nel 1938 con l’Italia di Vittorio Pozzo, un uomo che il calcio lo conosceva come pochi e che sapeva riconoscere il talento anche sotto la polvere di un oratorio sardo. Colaussi osservò quel ragazzo che correva con dedizione ostinata, che non mollava mai un contrasto, e non ebbe il minimo dubbio: lo volle subito nell’Olbia, facendogli indossare la maglia bianca della sua città natale. Quel giorno Giagnoni smise di essere un aspirante sacerdote, anche se gli anni in seminario non andarono perduti: quella nobiltà d’animo e quel rigore morale lo avrebbero accompagnato per tutta la vita.
Trecento volte Mantova

Dalla Sardegna alla pianura padana il salto fu enorme, ma Giagnoni non era il tipo da farsi intimorire, e dopo un passaggio alla Reggiana in Serie D, dove contribuì alla promozione in Serie C, arrivò la chiamata che gli cambiò la vita: quella del Mantova, dove in panchina sedeva un giovane allenatore di nome Edmondo Fabbri, detto “Topolino” per la bassa statura, un visionario che molti anni dopo sarebbe stato definito un Sacchi ante litteram.
Fabbri capì subito che quel sardo testardo era il prolungamento del suo pensiero in mezzo al campo, e quello che successe nei quattro anni successivi ha del miracoloso: tre promozioni consecutive, una scalata vertiginosa dalla Serie D alla Serie A. Giagnoni non era un giocatore spettacolare, non faceva giocate da copertina, ma era un centrocampista operaio che in campo faceva tutto ciò che serviva senza mai chiedere applausi, una sorta di allenatore travestito da giocatore. Il 27 agosto 1961 debuttò in Serie A contro la Juventus, e quel ragazzo scappato dal seminario si ritrovò a calcare i campi che contavano. Il legame con Mantova fu talmente viscerale che rifiutò sempre proposte più remunerative, collezionando oltre 300 presenze e 32 gol con la maglia biancorossa.
Da capitano a mister

Quando nel 1968 appese gli scarpini al chiodo, il Mantova non era più la squadra spensierata del “Piccolo Brasile” ma una formazione in difficoltà retrocessa in Serie B. Il presidente Andrea Zenesini gli offrì la guida del settore giovanile, un ruolo che sembrava cucito su misura per un uomo abituato a insegnare calcio e vita ai compagni più giovani sin da quando correva sul campo.
Ma il destino accelerò i tempi, perché l’allenatore Umberto Mannocci non riusciva a venire a capo di una stagione disastrosa con appena due vittorie nelle prime quattordici giornate che stavano trascinando la squadra verso il baratro della Serie C. Il 5 gennaio 1969, dopo una sconfitta a Genova, Mannocci venne sollevato e la città chiese a furor di popolo che fosse Giagnoni a prendere le redini della prima squadra. “Il Giagno”, come lo chiamavano affettuosamente, non si tirò indietro e compì un doppio miracolo: prima orchestrò una salvezza che sembrava impossibile, poi nella stagione successiva sfiorò la promozione mancandola per un solo punto con un quarto posto beffardo. L’appuntamento era solo rinviato di un anno: nella stagione 1970/71 i virgiliani vinsero il campionato di Serie B e tornarono trionfalmente nella massima serie, completando una resurrezione che portava interamente la sua firma e che attirò le attenzioni di una piazza ben più ambiziosa.
Il miracolo granata e il pugno nel derby

Nel 1971 il Torino era una squadra in cerca di se stessa e la società decise di puntare su quell’allenatore sardo che aveva già compiuto miracoli. La campagna acquisti non fu faraonica: un giovane Paolo Pulici non ancora “Puliciclone”, Agroppi e Ferrini a centrocampo, Rampanti e Claudio Sala per la fantasia, e in difesa onesti mestieranti come Zecchini, Fossati e Cereser. Fu proprio a Torino che nacque il mito del colbacco: abituato al clima mite della Sardegna, Giagnoni mal sopportava il freddo piemontese e un giorno un tifoso gli regalò un colbacco russo che lui indossò in panchina quasi per caso, scoprendo che con quel copricapo in testa il Torino aveva ripreso a vincere, e da quel momento per scaramanzia non se lo tolse più.
Con quella rosa modesta fece il miracolo: 17 vittorie, 8 pareggi e solo 5 sconfitte, quarantadue punti quando la vittoria ne valeva due. Lo scudetto sfumò per un solo, maledetto punto alle spalle della Juventus, una beffa atroce che fu anche la dimostrazione più luminosa di come il calcio non sia solo questione di grandi nomi, perché quel Torino operaio e orgoglioso era l’esatta fotografia del suo allenatore.
Ma fu durante un derby del dicembre 1973 che Giagnoni entrò nella leggenda per sempre. Dopo un gol di Cuccureddu, Franco Causio si avvicinò alla panchina granata per schernire l’allenatore, e il sardo dal carattere scolpito nella roccia non ci vide più: si alzò e gli rifilò un pugno che risuonò come un tuono nello stadio. Gli costò l’espulsione, ma lo trasformò in un simbolo eterno della resistenza granata. Anni dopo liquidava l’episodio con una frase che lo dipingeva alla perfezione: “Ho esagerato… forse”, seguito da un sorriso, perché in fondo non rinnegava mai le sue idee.
Milano e il Golden Boy

Giagnoni approdò poi al Milan chiamato dal presidente Albino Buticchi, con una rosa di qualità che includeva Enrico Albertosi, Luciano Chiarugi, Romeo Benetti, Egidio Calloni — che la sorte avrebbe ribattezzato con crudele ironia manzoniana “lo sciagurato Egidio” — e soprattutto il capitano Gianni Rivera. La prima stagione si chiuse con un dignitoso quinto posto, ma fu proprio il rapporto con il Golden Boy a rivelarsi fatale: l’allenatore sardo, uomo di disciplina che non faceva sconti a nessuno, entrò in rotta di collisione con un capitano il cui peso nello spogliatoio e negli uffici dirigenziali era enorme. Giagnoni venne esonerato e sostituito da Giovanni Trapattoni, non a caso vecchio compagno di squadra proprio di Rivera, a conferma di come le dinamiche di potere nel calcio non risparmino nessuno.
L’ultimo capolavoro
Gli anni successivi lo portarono attraverso mezza Italia in un pellegrinaggio fatto di alterne fortune, come capita a chi non smette mai di mettersi in gioco e di accettare sfide che altri rifiuterebbero: una salvezza tranquilla al Bologna, un periodo alla Roma dove sotto la sua guida esplose un giovane Agostino Di Bartolomei destinato a diventare il cuore pulsante della squadra giallorossa, il Pescara, l’Udinese, il Perugia, e poi il ritorno nella sua Sardegna alla guida del Cagliari, con cui si tolse l’enorme soddisfazione di eliminare la Juventus di Michel Platini in Coppa Italia prima di vivere stagioni decisamente più amare tra retrocessioni e salvezze sofferte.

Quando tutti pensavano che il sipario fosse calato definitivamente sulla carriera di un allenatore che aveva dato tutto al calcio italiano, arrivò la chiamata della Cremonese del presidente Luzzara nell’autunno del 1991, con la squadra in piena crisi e soli due punti raccolti in cinque partite sotto la guida di Tarcisio Burgnich. A quasi sessant’anni suonati Giagnoni accettò con l’entusiasmo di un ragazzino e compì l’ultimo dei suoi capolavori: in quindici partite senza mai perdere — cinque vittorie e dieci pareggi — trascinò i grigiorossi dalla zona pericolosa al terzo posto e alla promozione in Serie A, costruendo una difesa invalicabile con appena sei reti subite. L’ultima panchina arrivò il 24 maggio 1992 a Marassi, in un simbolico 2-2 contro la Sampdoria che chiuse un percorso lungo 591 panchine nel calcio professionistico.
Un signore del calcio
Gustavo Giagnoni se n’è andato il 7 agosto 2018 nella sua casa di Folgaria, a 85 anni, in quella quiete che aveva sempre preferito al clamore e ai riflettori che non aveva mai cercato né desiderato. Chi lo conosceva a Mantova racconta che ogni giornalista, calciatore o dirigente proveniente dalla Sardegna e di passaggio in città riceveva puntualmente la sua telefonata: andava a prenderli in aeroporto, li portava in città, li invitava a pranzo a casa sua con un menù fisso che non ammetteva deroghe, i cappelletti in brodo, perché era fatto così, generoso e concreto in tutto quello che faceva, dal calcio alla tavola.
Non ha mai vinto uno scudetto, è vero, ma quel secondo posto col Torino racconta più di molte vittorie perché racconta di un allenatore che sapeva trasformare giocatori ordinari in protagonisti, che arrivava in una squadra e la rivoltava come un calzino, che prendeva gruppi senza fiducia e li faceva rinascere con la forza delle idee e dell’esempio. Ricordiamolo con quel colbacco calato sulla fronte, gli occhi fissi sul terreno di gioco e la mascella serrata di chi comunica più con i fatti che con le parole: un signore del calcio nel senso più pieno e autentico del termine.
