Pierluigi Orlandini: il primo (golden) gol non si scorda mai

Noi da una parte, Pierluigi Orlandini dall’altra. Presentazioni di rito, una stretta di mano, e la consapevolezza per entrambi che ad un certo punto saremmo cascati lì. Una sorta di condanna, senza aver commesso reato. Parliamo del gol segnato al Portogallo con l’Under 21 di Cesare Maldini. Era il 20 aprile 1994, finale del campionato europeo di categoria, ed il giovane Orlandini (esterno d’attacco, come ama autodefinirsi) sferra un sinistro chirurgico che si infila alla destra del portiere portoghese. È il 7’ del primo tempo supplementare: tutto molto bello, come direbbe qualcuno. Però, c’è un però…

“Certo il calcio è strano – sbotta Pierluigi. “Uno gioca due anni nell’Inter, con Pagliuca, Bergomi, Bergkamp, Ruben Sousa… Non proprio gli ultimi arrivati. Poi va al Parma e trova Buffon, Cannavaro, Zola, Crespo… Forse il Parma più forte di sempre. Poi va al Milan, nel frattempo vince un Europeo con l’Under 21… e nonostante tutto la gente si ricorda solo di quel gol”.

Quindi, ci sembra di capire, un po’ le dispiace… La risposta è tra l’ironico e il divertito: “No no, si figuri. Almeno io, in carriera, ho vinto qualcosa. Chieda, chieda pure…”, tiriamo un sospiro di sollievo. Anche perché, non è il primo e non sarà l’ultimo: ricordate Turone? (il gol annullato contro la Juve nel 1981). E Calori? (anno 2000, la pioggia di Perugia). Addirittura Felix Magath, numero 10 dell’Amburgo, che in Italia è ricordato solo ed esclusivamente per il gol di Atene, ancora contro la Juve in una finale di Coppa dei Campioni. Insomma, un gol (come la famosa telefonata) ti salva la vita. O nel migliore dei casi, ti salva la carriera. E la tramanda ai posteri. Senza contare che, nel caso suo, fu il primo Golden Gol della storia. Tanta roba…

“Certo, ma io stavo scherzando. È ovvio che i tifosi mi ricordino per quello. Entro al posto di Inzaghi, e dopo 7 minuti tolgo la ragnatela dal sette. Di sinistro, che in teoria non era nemmeno il mio piede. Golden Gol, il primo della storia, e tutti a casa”. Tra l’altro un Portogallo niente male. Figo, Jorge Costa, Abel Xavier… vuol proseguire lei? “Rui Costa, Sa Pinto, Rui Bento, ma non solo… In semifinale avevamo battuto la Francia padrona di casa (ai rigori ndr.) nella quale giocavano Zidane, Thuram, Dugarry. In panchina c’era Domenech, insomma… una bell’impresa”.

A proposito di panchina, sulla nostra sedeva Cesare Maldini… “Un padre di famiglia. Non so dire altro. Non conosco nessuno che abbia un parere negativo su Cesare: uomo d’altri tempi, serio, competente, una guida perfetta per noi giovani. Mi spiace solo non essere stato convocato per la nazionale maggiore, nel 1997, quando Maldini aveva preso il posto di Sacchi. Ci sono andato vicino, con lui avrei fatto bene. Pazienza…”.

Com’era il Pierluigi Orlandini da bambino? “Come tutti i bambini: fisso a giocare all’oratorio, col pallone sempre con sé, che già mostrava un certo talento e poca voglia di studiare…”.

Il momento in cui ha detto: da grande farò il calciatore? “Nell’estate del 1990, quando feci il mio primo ritiro precampionato con l’Atalanta (Pierluigi è di San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo. Lo stesso paese di Davide Astori… ndr.) Lì ho capito che ce la potevo fare”.

Qualcuno a cui si è ispirato? “Per ruolo ed appartenenza dico Roberto Donadoni. Innanzitutto Roberto era un’ottima persona. Poi un riferimento per come si muoveva, per come trattava il pallone. Se ci mette che, più o meno, facevamo lo stesso ruolo… il gioco è fatto”.

Come allenatore, invece, ecco un nome a sorpresa… “Ottavio Bianchi? Guardi, in Serie A mi ha fatto esordire Frosio: era il 20 gennaio 1991, un’Atalanta-Torino. Chi mi ha fatto fare il salto di qualità, invece, è stato proprio Ottavio Bianchi. Fu lui a volermi all’Inter nel 1994. Le dirò… Mister Bianchi era una persona dura ma leale. Riprendeva me come rimproverava Bergkamp. Senza fare differenze. E questo, per un giovane, vale tantissimo. A livello tattico poi era avanti. Superiore a tanti altri…”

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Più o meno come il suo successore… Roy Hodgson? Lasciamo perdere, non voglio parlar male di nessuno. Certo ho avuto allenatori migliori. Hodgson non mi vedeva e non mi faceva giocare. Del resto, il calcio è opinabile…”

Dopo Milano andò a Verona. Non fu per lei un passo indietro? “Assolutamente no. Innanzitutto, restavo in Serie A, poi mi aveva voluto personalmente mister Cagni. Ed infatti feci un’ottima annata, sfiorai la nazionale, l’anno dopo andai al Parma. Credo uno dei migliori Parma di sempre…”

Mi tolga una curiosità: perché “quel” Parma non ha vinto lo scudetto? “Questione di fame, di cattiveria, di convinzione. Non so, forse l’ambiente, la piazza che non ti mette pressioni… Da una parte è positivo, dall’altra non ti ti dà quella spinta necessaria per vincere. Per arrivare. Eppure, quel biennio 97-99, prima con Malesani poi con Ancelotti, era un Parma fortissimo. Fatto di grandi campioni. Eppure…”

Cattiveria, convinzione, mi ricordano qualcuno… Lei, ad esempio: ha più dato o ricevuto dal calcio? “Lei vuol dire se potevo fare una carriera migliore? Cominciamo col ricordare che il mio sogno l’ho realizzato. Qualsiasi bambino, quando gioca con gli amici, sogna di giocare in Serie A. Meglio se nell’Inter, nel Milan… Io ce l’ho fatta. Poi, è ovvio, con la testa di oggi avrei fatto di più. Ma non perché non mi allenavo, oppure non mi comportavo da professionista. Forse mi è mancata una certa costanza mentale, forse in certo momenti mi sono un po’ abbattuto, non ho saputo reagire… Per fare una grande carriera si devono incastrare tante cose. Comunque, se voleva una risposta, si: avevo le qualità per fare una carriera migliore. Ma io sono contento di quello che ho fatto”.

Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, comincia ad allenare. Spesso lavorando con i giovani. Le piace il calcio di oggi? “Non molto. C’è un sistema che dovremmo combattere. Il sistema del business, dei procuratori… ci sono troppi interessi. Io impazzisco quando i bambini si illudono, gli dicono che avranno un grande avvenire. Ma come si fa a dire cose simili? Ad illudere un bambino in quel modo? Per non parlare dei genitori: io con loro sono sempre stato sincero, diretto, in otto anni di settore giovanile al Francavilla non ho mai illuso nessuno. E soprattutto ho sempre messo al primo posto la meritocrazia. Se sei figlio dell’avvocato, del poliziotto, non mi interessa. Con me, se sei bravo… giochi. Sennò, arrivederci e grazie”.

Chiudiamo con la beneficenza. Un (golden) gol ti salva la vita, ma nel calcio le amicizie importanti salvano tante vite… “Se si riferisce alla “Bobo Summer Cup”, sono d’accordo con lei. Con Vieri siamo rimasti amici (insieme hanno vinto quel famoso europeo del ‘94 ndr.) negli ultimi due anni ho sempre partecipato. È una causa importante, è giusto ricordarsi della gente che soffre. Poi faccio parte della “Nazionale dell’amicizia”, un progetto nato a Torino, grazie al quale raccogliamo fondi per bambini. Andiamo negli ospedali, ci vestiamo come super eroi, insomma… ci diamo da fare”.

Scusi, ancora una: perché non commenta le partite in TV? Perché non fa l’opinionista? Lo fanno tutti, e la chiacchera non le manca… “Perché non mi piace chiedere. Quando te l’ho fatto capire, te l’ho chiesto una, due volte, per me è più che sufficiente. Non vengo a mendicare un posto, un ruolo. Non fa parte del mio carattere. So che nel calcio non funziona così, ma dall’intervista si dovrebbe aver capito come la penso. O no?”

Si è capito perfettamente. E a noi, Pierluigi Orlandini da San Giovanni Bianco, piace anche per questo.

  • Intervista di di Stefano Borgi
Pierluigi Orlandini (San Giovanni Bianco, 9 ottobre 1972)

pierluigi-orlandini-interEsordì in Serie A nella stagione 1990-1991 (5 presenze) e dopo un’altra stagione all’Atalanta (9 presenze), venne ceduto in prestito al Lecce, in Serie B, dove totalizzò 29 gare e 3 reti. Tornato a Bergamo, nella stagione 1993-1994 segnò 5 gol in 23 presenze. L’anno successivo fu acquistato dall’Inter. In due stagioni a Milano totalizzò 30 presenze e 4 gol. Nel 1996 passò per una stagione all’Hellas Verona, sempre in Serie A (30 gare e 6 gol), mentre nelle due stagioni successive giocò nel Parma (24 presenze senza reti in totale).

Nel 1999-2000 tornò a Milano, sponda Milan; l’esperienza rossonera durò poco, e così dopo due presenze a gennaio 2000 si trasferì al Venezia, dove disputò 10 partite (con un gol). Nel 2000-2001 giocò nel Brescia, 4 gare, mentre l’anno dopo tornò alla squadra che l’aveva lanciato, l’Atalanta.

Nella stagione 2002-2003 chiude la sua carriera da giocatore nei professionisti nel Brindisi (C2).

Orlandini non ha mai raggiunto la Nazionale maggiore, ma con l’Italia Under-21 ha segnato il primo golden gol della storia del calcio: il 20 aprile 1994 a Montpellier, dopo esser subentrato a Filippo Inzaghi nella finale del campionato europeo Under-21, con un tiro da fuori area nei supplementari segnò l’1-0 contro il Portogallo e consegnò la Coppa agli azzurrini di Cesare Maldini.