MAZZOLA Sandro: il Baffo nerazzurro

Un’intervista storica: l’ultima rilasciata da Mazzola prima del suo ritiro

di Franco Costa
Stampa Sera 4 luglio 1977

Appiano Gentile, 3 luglio.
L’annuncio ufficiale verrà dato nelle prossime ore, forse già domani, o martedì. Ma ormai è deciso, come anticipato da tutti i giornali nel giorni scorsi: Sandro Mazzola lascia il calcio agonistico per diventare, con decorrenza immediata, direttore generale dell’Inter. Il suo è un congedo doloroso, non soltanto per i tifosi dell’Inter. Si chiude un’epoca, si spegne una dinastia tramandata da capitan Valentino a capitan Sandro e che, forse, un giorno ritornerà viva con un altro Sandro Mazzola, figlio dell’alfiere nerazzurro. Oggi è un bambino di nove anni, dotato, a detta del padre, di una classe naturale. Figlio d’arte, indiscutibilmente, però è ancora presto per stabilire se potrà raccogliere l’eredità lasciata da nonno e papà. Stasera in occasione delle finale di Coppa Italia contro il Milan, Mazzola ha disputato la sua ultima partita con la maglia neroazzurra. Più che i novanta minuti, più che l’immediato prima e dopo partita, abbiamo pensato di raccontarvi questo suo ultimo giorno. Abbiamo frugato, per ore, nel suol pensieri e nel suo stato d’animo, abbiamo ripercorso il passato, analizzato il presente e accennato al futuro. Dalle dieci del mattino, ad Appiano Gentile, sino a stasera, ci siamo parlati. In queste ore Sandro ha dato un calcio alla diplomazia, ha risposto come sa rispondere lui quando decide di rispondere, esaltando la figura di un uomo che è pari a quella del giocatore.

— Che cosa prova nell’imminenza della sua ultima partita?
«Probabilmente sarà la mia ultima partita, è vero, ma fino a quando non l’avrò conclusa, mi sentirò ancora giocatore. Sono un po’ nervoso, un po’ teso, anche per l’effetto del derby che avverto sempre in modo particolare, però oggi sono ancora il capitano dell’Inter, quindi giocatore. Domani sarà un altro giorno. Contrariamente al solito stanotte ho dormito poco, mi sono svegliato presto. Non è una domenica come le altre, lo so. Giovedì, Giancarlo Cella mi ha invitato in sede dicendomi che bisognava far festa attorno al settore giovanile. Ho accettato, di cuor leggero. Invece la festa era per me, mi avevano preparato la sorpresa. Mi hanno anche regalato una medaglia d’oro. Allora mi sono alzato per dire due parole. Mentre parlavo, con il cuore gonfio, ho intravisto accanto a me Lorenzi, l’uomo che mi aveva portato all’Inter tanti anni fa. Aveva gli occhi lucidi, bastava lo guardassi e ci saremmo messi a piangere tutti e due come bambini. Non l’ho fatto, ho resistito, però Lorenzi ci ha lasciati prima degli altri, con una scusa. C’è gente che mi telefona, che mi scrive. Molti vorrebbero continuassi a giocare, pochi che diventassi il direttore generalo. Ma ho già deciso. Soltanto qualcosa di straordinario potrebbe farmi recedere da questa decisione».

— Quel qualcosa di straordinario potrebbe essere la Coppa del Campioni con la Juventus
«No. E’ vero che Boniperti mi ha chiesto di andare alla Juventus, ma lo fa tutte le volte che mi incontra, da anni. Fra me e Boniperti c’è un rapporto che è configurato in una grande stima reciproca. Da parte mia, debbo aggiungere che, al di fuori dell’Inter, è stata l’unica persona che mi ha fatto un favore precedentemente richiestogli, per una certa cosa. Me lo ha fatto nonostante in quel periodo fosse impegnatissimo con la campagna acquisti. Non sto a dire quando e per che cosa, però io, che non sono abituato a chiedere elemosine in giro, sono rimasto commosso per quel gesto che riguardava un’altra persona. L’ha fatto in perfetta scioltezza, senza farmene avvertire il peso, ma io ho dato molta importanza all’episodio. Questo è servito soltanto ad incrementare una stima che ho profonda nel confronti del presidente bianconero. Comunque quel qualcosa di straordinario cui alludevo non riguarda la Coppa dei Campioni con la Juventus. Appunto perché è straordinario non posso prevederlo. Soltanto voglio lasciare una piccola finestra aperta alla mia decisione».

— Perché l’ha presa questa decisione?
«lo penso che il matrimonio fra l’Inter e Mazzola sia stato un matrimonio riuscito perché gli interessi delle due parti collimavano, io credo che gli interessi delle due parti possano collimare soltanto se si verifica una nuova situazione, cioè se io collaboro non più come giocatore ma come dirigente. Sia chiaro: due anni in campo li posso ancora reggere, bene o male, ma sarebbe un compromesso, magari l’Inter continua ad arrivare quarta o quinta in campionato e non si risolve niente. Intanto alle squadre torinesi, che oggi sono dei mostri, si offrirebbe altro tempo per incrementare la loro egemonia. Magari non succede niente, anche se Mazzola fa il dirigente, però ci provo e d’altronde se avessi continuato a giocare, non sarebbe arrivato Beltrami, non sarebbe arrivato Borsellini, non avremmo impostato una certa politica sui giovani, io credo che domani Mazzola sia più utile come dirigente che come giocatore, anche se come calciatore so benissimo che guadagnerei tre volte tanto quello che posso percepire in altra veste. Si tratta in sostanza di fare un tentativo per riportare il calcio milanese a galla, e quello dell’Inter in particolare, in modo da spezzare l’egemonia torinese. Dobbiamo crescere i giovani, evitare di andare da Fraizzoli per dirgli: presidente, occorrono due miliardi se vogliamo quel giocatore. Bisogna davvero ricominciare seriamente da capo. Se ci mettiamo a contrastare, oltre a tutto, la Juventus sul piano degli acquisti nel mercato estivo stiamo freschi, lei arriva sempre prima di tutte. Ecco, dunque, perché occorre modificare una certa politica».

Prende flato e continua:
«Ho preso questa decisione anche perché ritengo di avere un debito di riconoscenza nei confronti dell’Inter. E’ stata la squadra che mi ha preso la mano, prelevandomi da un paesino sperduto, la pur bella Cassano d’Adda, e mi ha fatto giocare. O Dio, ho sempre dato il massimo, non c’è stata partita in tutti questi anni al termine della quale io abbia lasciato il campo senza dirmi: più di cosi non potevo fare. Ho dato e sono stato pagato, non vivo di rendita, perché nessun calciatore quando smette per tanto che abbia guadagnato può vivere di rendita nonostante le storie che si raccontano. Ma proprio per questo debito di riconoscenza non mi sento di andare in giro per gli stadi a raccogliere ancora qualche applauso e molti soldi, trascurando una società che secondo me va valutata per risollevarsi. E poi c’è un ultimo fatto, io in questi anni ho giocato sempre a certi livelli. Non so se nella prossima stagione potrò ancora vantarmi di essere Mazzola. In questa ho saltato due partite e un solo allenamento. Potrò fare altrettanto in futuro, visto che fra pochi mesi compio 35 anni?».

01-00164556000004hh– Perché avete scelto Bersellini?
«Perché mi piace. Ne ho parlato con Beltrami, anche a lui piace perché lo conosce bene e riteniamo che in un piano di ristrutturazione dell’Inter Bersellini con le sue qualità sia l’uomo più adatto, fra quelli che potevano interessarci».
– Rivediamo insieme il suo passato. Siamo alla scadenza del suo contratto come giocatore. Si chiude un’epoca, legata a Riva, a lei e ad altri. In tanti anni di successo, tuttavia, non c’è mai stato da parte sua un errore che le sia rimasto particolarmente impresso e che non si perdona? «Ne ho commessi molti, anche perché non sono un calcolatore come si dice, ma un istintivo, per lo meno lo ero, e se volevo raggiungere un traguardo mi Interessava farlo subito. Il più grosso errore, tuttavia, è stato quello di accettare la maglia numero sette in Nazionale. Mi sono lasciato convincere, in un certo senso mi sono lasciato raggirare. Era un non senso, perché se io non appartengo al vivo del gioco, non sono Mazzola, se devo stare un quarto d’ora ad attendere la palla, confinato all’ala, il mio modo di esprimermi non serve a nessuno, non soltanto a me stesso, lo avevo accettato, io mi ero sottomesso a quel sacrificio, però la cosa è stata presentata in altro modo, mi hanno fatto persino passare per un balordo che voleva soltanto togliere il posto a Rivera. Ai tempi dei Mondiali in Messico mia moglie in Italia non poteva uscire di casa senza che l’insultassero. E allora mi sono accorto che quel compromesso era stato un grosso sbaglio, del quale pagava le conseguenze persino la mia famiglia, anche se soltanto per colpa di quattro barboni che sono soliti urlare per strada. Mi rinfacciavano il fatto che pur di giocare avevo accettato anche la maglia numero sette. Invece il discorso era ben diverso. A me Valcareggi aveva detto: “Tu indossi la maglia numero sette ma vai dove vuoi”. Una volta in campo mi diceva: “Tu hai la maglia numero sette, gioca largo”. Se andavo in mezzo mi dicevano che non volevo fare l’ala, se facevo l’ala mi dicevano che non volevo giocare».

– E c’è stata la staffetta.
«Sì, anche quello era un compromesso. Ma a Torino, contro la Jugoslavia, quando mi hanno chiesto di fare ancora la staffetta con Rivera, io ho rifiutato, c’era Carraro testimone. Carraro mi ha pregato di accettarla perché ormai la notizia era stata data ai giornali. Allora io ho replicato: “Va bene, ma sia l’ultima volta. La staffetta non la faccio più”. Così è stato. Ho detto anche: non chiedo di giocare, chiedo soltanto di non giocare a mezzo servizio. O servo o non servo. Piuttosto lasciatemi fuori. Sandrino in maglia nerazzurra ed in Nazionale Deve sapere che a quei tempi i miei rapporti con Valcareggi non erano buoni, anzi non ci parlavamo proprio fin dal 1968 per una questione che non sto qui a ricordare. Contro l’Israele, in Messico nel 1970, quando levò di squadra Domenghini, che si arrabbiò moltissimo, io andai da lui, perché lo vedevo in difficoltà, e gli dissi: “Senta, proprio perché abbiamo litigato, lei non deve temere che io faccia chiasso se mi toglie di squadra. Qui si tratta di andare avanti tutti Insieme”. Anche quello fu un errore perché io dovevo stare zitto, come facevano tanti. Cosi mi tolse di squadra nella partita contro il Messico dopo il primo tempo. Se avessimo utilizzato meglio gli uomini disponibili, invece di cercare compromessi, alla finale con il Brasile ci saremmo arrivati almeno freschi, o quasi. Comunque è passato, non pensiamoci più. Per quanto riguarda questa Nazionale, che piace a tutti, io dico che avremmo potuto arrivarci ugualmente anche con Mazzola perché fino a ieri hanno giocato Cordova, Capello, Juliano. Non vedo perché non potevo starci anch’io. Forse, dopo Monaco, nessuno pensava che “tenessi” come ho tenuto in questi tre anni».

– Dicono che lei sia II padrino dell’Inter, per attribuirle un’etichetta mafiosa. Non ha mai fatto dei torti a qualcuno, in particolare a qualche suo compagno di squadra?
«Sono state dette tante cose sul mio conto, lo rispondo semplicemente: ho dato dei consigli per gli acquisti, non ho mai consigliato una cessione. Se mi hanno chiesto dei pareri è perché ritenevano che potessi darli onestamente. Davvero, sul mio conto è stata fatta una letteratura. All’inizio della carriera insinuavano che fossi addirittura “effemminato”, poi che facevo fuori i giocatori o gli allenatori che mi erano antipatici, quindi ne hanno aggiunte di cotte e di crude. Alla resa dei conti si sono rassegnati all’idea di un uomo normale, schietto, che nella sua vita ha accettato pochi compromessi, tipo quelli della maglia numero sette. Però a uno come me bisognava sempre dire o rinfacciare qualcosa e alla fine non ho più badato a nessuno. La verità la conosce soltanto chi mi frequenta, questo mi basta».

– E non ha mal corso il rischio di lasciare l’Inter?
«Due volte. La prima fu nel ’70 quando c’era Heriberto Herrera. Si era creata una situazione piuttosto antipatica nell’Inter, c’erano cose che non mi andavano bene. La Juventus mi voleva, me lo ha fatto sapere, e io ho chiesto di andare a Torino. Ho parlato con Fraizzoli, però il presidente non mi ha ceduto, mi ha offerto determinate garanzie e sono rimasto. A pensarci bene tutti gli anni avrei potuto andare alla società bianconera. C’è stata una seconda volta. Fu il primo anno di Chiappella, nel 1975. Anche in quell’occasione si era creata una situazione antipatica, volevo andarmene. Infatti all’inizio dell’anno non avevo ancora firmato il contratto. Mi sarebbe piaciuto essere trasferito alla Juventus e la Juventus mi avrebbe preso, invece l’Inter stava per firmare il contratto della mia cessione alla Fiorentina. Anche In questo caso all’ultimo momento è saltato tutto e ci siamo accordati con la società neroazzurra. Pure alla Fiorentina, comunque, sarei andato. Ma si vede che il mio matrimonio con l’Inter doveva essere indissolubile».

– E domani?
«Domani, come le ho già detto, è un altro giorno, spero con la Coppa Italia in mano. Adesso che manca poco alla partita divento sempre più nervoso. A casa si è parlato tanto con mia moglie di questa mia decisione. Credo sia irrevocabile per i motivi che ho esposto. Mi auguro che in futuro mio figlio possa rivivere i successi di suo padre e di suo nonno. Però ho anche tanta paura che non riesca in questo e allora rischierebbe di diventare un frustrato per tutta la vita. Per me, che ero figlio di Valentino, è stato difficile due volte affermarmi, farmi volere bene e non sempre ci sono riuscito. Per lui che è nipote di Valentino e figlio di Sandro sarebbe tre volte difficile. Però gioca che è un sogno…».

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