SANTANA Tele: l’arte del futbol

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Per i tifosi brasiliani le sconfitte inaspettate ai mondiali del 1950 contro l’Uruguay e del 1982 contro l’Italia sono ricordate ancora oggi come tragedie nazionali. Della prima, a farne le spese in veste di capro espiatorio fu designato lo sfortunato portiere Barbosa, mentre per la seconda, l’allenatore Telê Santana se ne assunse in prima persona la responsabilità. Questo non lo esentò dalle critiche feroci della stampa e di molti grandi personaggi del mondo del calcio, tra i quali Pelé. Ma, nonostante la sconfitta e gli attacchi a volte impietosi, la sua visione di un calcio, tecnicamente così raffinato da diventare un’arte, aveva stupito il mondo.

Le sue filosofie del futebol-arte, del futebol bailado e del jogo bonito erano forse superate da tempo già nel 1982, ma riuscirono ad imprimersi per sempre nell’immaginario di tantissimi appassionati di calcio brasiliani e non solo. Eppure O mestre, Il maestro, non nacque filosofo. Anzi, se mai lo diventò, accadde involontariamente, e la cultura umanistica non era certo la sua passione. Tanto che, all’opposto di Claudio Coutinho, il suo predecessore alla guida della nazionale brasiliana, ex capitano di artiglieria nonché perfetto poliglotta, si vantava di sapere parlare solo il mineiro, il dialetto dello stato di Minas Gerais.

Infatti, Telê Santana da Silva proveniva dalla cittadina mineira di Itabirito, dove era nato nel 1931, terzo dei dieci figli di un impiegato e di una casalinga. Come prevedibile, la prima passione della sua infanzia fu il calcio, al quale cominciò a giocare nel ruolo di portiere. Si dice che in Brasile, dove la scuola dei portieri non ha mai goduto di una brillante reputazione, il destino dei calciatori meno dotati sia proprio quello di venire confinati tra i pali. Ma anche se non ci è dato saperlo con certezza, noi preferiamo credere che il piccolo Telê Santana abbia fatto volontariamente la propria scelta. Almeno finché a quasi otto anni, quando, prima un incidente dovuto a un petardo durante una festa di paese che gli causò la perdita di due dita della mano sinistra, e poi una durissima sconfitta della propria squadra per 13-0, lo convinsero a modificare i progetti per il futuro. Il portiere mancato si trasformò in un’ala destra. Ed ebbe successo. Nonostante la corporatura minuta, riuscì a imporsi come titolare prima nei pulcini della Itabirense, e dopo nell’América Recreativo di São João Del Rey, della quale suo padre era il presidente.

Poi, nel 1950 il grande salto di qualità. Era l’anno del mondiale in Brasile. Il disastro del Maracanã si era consumato da poche settimane, e Getulio Vargas si era appena insediato per il suo secondo mandato presidenziale, quando il giovane Santana vide per la prima volta nella propria vita Rio de Janeiro, la capitale dell’epoca. Fece un provino per la squadra giovanile della Fluminense, e venne ingaggiato. L’anno dopo era già titolare in prima squadra. Infilò palloni in rete come una mitraglia, e negli undici anni di carriera alla Fluminense, diretta da Zezé Moreira, arrivò a segnare 162 gol. Divennero celebri le sue marcature negli ultimi minuti di gioco, una sorta di zona Cesarini al ritmo di samba. Sicuramente avrebbe potuto conquistarsi un posto in nazionale come attaccante, se in quegli anni, a sbarrargli la strada, non ci fossero state autentiche leggende del calcio, come Vavà, Garrincha e Pelè.

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Era dotato di un’ottima tecnica ed era un calciatore molto preciso e ordinato. Il suo pubblico lo acclamò come un beniamino, e secondo l’usanza brasiliana, gli affibbiò un soprannome, anzi più di uno, e tutti più o meno legati al suo aspetto fisico. Infatti, i suoi 57 chili, distribuiti su 171 centimetri scatenavano la fantasia e l’affettuosa ironia dei tifosi. Magro, Banquete de cachorro (Il pasto del cagnolino), Fiapo (Il fiacco), Tarzan das laranjeiras (Il Tarzan del Fluminense) furono alcuni degli appellativi che gli furono affibbiati. Il Jornal dos Sports di proprietà del giornalista ed editore Mario Filho, a cui è stato intitolato lo stadio Maracanã, pensò che un calciatore brasiliano non poteva venire chiamato solo con il proprio cognome, e d’altro canto aveva anche diritto a un soprannome che gli conservasse almeno un minimo di dignità. Così ebbe l’idea di lanciare un concorso con un premio di cinquemila cruzeiros per ribattezzare l’allampanato cannoniere della Fluminense. Il nome che vinse fu Fio de Esperança, Filo di speranza, davanti all’ancora più salace Big Ben.

Dopo l’addio alla Fluminense nel 1961 il Fio de Esperança continuò a militare in formazioni di primo livello, come il Guarani e il Vasco da Gama, ma dopo i trent’anni il suo scatto non era più lo stesso. E, siccome era un uomo dotato di sano realismo, preferì non insistere oltre le proprie possibilità. Nel 1965 ne prese atto, abbandonando definitivamente il calcio giocato. Dopo una breve esperienza come gestore di una gelateria, Telê Santana ritornò a bussare alle porte del mondo del calcio. E, grazie al curriculum di tutto rispetto che si era costruito, non fece fatica a ricollocarsi come allenatore. I risultati arrivarono con la stessa frequenza con la quale segnava i gol da giocatore. Tra il 1969 e il 1980 fece mietere successi a Fluminense, Atletico Mineiro, Gremio e Palmeiras. Le squadre più quotate del campionato brasiliano.

Inevitabilmente la Federazione calcistica brasiliana si accorse di lui, e nel 1980 lo chiamò a sostituire Claudio Coutinho alla guida della nazionale. Fin dalla prima manifestazione di livello internazionale, il Mundialito in Uruguay, tutti si accorsero che qualcosa era cambiato. Se nella seconda metà degli anni settanta Coutinho aveva avvicinato la nazionale brasiliana all’impostazione europea, adottando pressing, calcio totale e marcature strette, Santana riportò il Brasile in Sudamerica, al modello che dieci anni prima aveva fatto conquistare l’ultima Coppa Rimet.

Santana e l’ineguagliato Brasile 1982: Junior, Socrates, Toninho Cerezo, Edinho e Zico

Ma fu al Mondiale di Spagna 1982 che la sua squadra trovò il palcoscenico per impressionare il mondo. Il Brasile giocava a calcio, ma in campo sembrava danzare con allegria ed eleganza, facendo apparire quasi rozze le squadre avversarie. Riuscì a umiliare anche l’Argentina di Maradona, e Maradona stesso, che venne espulso per gioco scorretto, proprio lui palleggiatore così raffinato. In barba all’immagine del difensore-mastino, l’ex Fio de Esperança esibì nelle retroguardie calciatori eleganti come Leandro, Luizinho e Junior. Inventò un centrocampo con fuoriclasse come Sócrates, Falcão e Zico. E poté permettersi un attacco che affiancava al preciso Dirceu, un centravanti maldestro come Serginho, ed un’ala dal sinistro micidiale come Éder, che, prendendo a prestito una celebre espressione di Gianni Brera, “usava il piede destro solo per salire sul tram”.

La sequenza di vittorie e la qualità del gioco espresso da questa Invincibile armada si rivelarono impressionanti. Almeno fino al 5 luglio 1982, il pomeriggio dell’incontro con l’Italia, in Brasile meglio conosciuto come quello della Tragédia do Sarriá. Come andò a finire lo sappiamo tutti, ma il punto rilevante per la nostra storia, è che quel giorno il nostro protagonista perse il posto. La volubilissima stampa brasiliana, che fino al giorno prima lo aveva riempito di lodi per la sua fantasia e il suo coraggio, lo fece letteralmente a pezzi, tacciandolo di incompetenza. E anche se venne difeso con veemenza e convinzione da tutta la squadra, fu costretto a dimettersi.

Ma la sua temporanea rivincita dovette attendere meno di quattro anni, durante i quali andò in esilio volontario, nonché pagato a suon di petrodollari, in Arabia Saudita ad allenare una formazione di prima divisione. In patria infatti, la seleção si stava trascinando quasi inesorabilmente verso il baratro della mancata qualificazione al Mondiale di Messico 1986, e la Federazione calcistica dovette ricorrere nuovamente a Telê Santana come commissario tecnico, in sostituzione del disastroso Evaristo de Macedo. I giornalisti brasiliani non smentirono neppure questa volta la propria schizofrenia, e dimenticato in fretta l’appellativo di pé frio (letteralmente piede freddo, che laggiù viene usato per indicare un perdente), lo ribattezzò O Mestre (Il Maestro). E il salvatore della patria riuscì nell’impresa. La propria nazionale si qualificò per il mondiale.

La scottatura di quattro anni prima bruciava ancora sulla pelle del Maestro. Il clima festoso e democratico che aveva instaurato in squadra durante il mondiale di Spagna, era svanito, per lasciare il posto a un’aria da caserma, che, per il Brasile appena liberatosi dalla morsa dei militari e tornato alla democrazia, suonava stonata. Telê cominciò le epurazioni di alcuni tra gli elementi più validi. Cacciò via prima l’ala sinistra Éder per essersi fatto espellere per un fallo di reazione durante una partita ufficiale. Poi venne il turno dell’attaccante Renato Gaucho per essere tornato brillo a notte fonda durante un ritiro, e di conseguenza anche il terzino Leandro, reo di avere preso le sue difese. Infine, toccò tornare a casa all’altra punta Sidney, colpevole di indisciplina.

Neanche in Messico il suo Brasile, questa volta più irreggimentato e meno suggestivo di quattro anni prima, trovò maggiore fortuna. L’incubo del Sarrià continuò a perseguitarlo, e assenti gli italiani, usciti di scena già nella fase eliminatoria, furono i bleu francesi a fermare la sua corsa. Altra sconfitta, questa volta ai calci di rigore, e nuovo lavacro in patria a cura della solita stampa. Ma questa volta Santana volle dimostrarsi irremovibile. E dichiarò pubblicamente il proprio ritiro dal mondo del calcio.

Salvo ricredersi meno di un anno dopo, per ritornare a sedersi sulle panchine del campionato brasiliano, dove rimarrà fino al 1996, guidando Atletico Mineiro, Flamengo e San Paolo, e vincendo con quest’ultima due Coppe Libertadores e altrettante Coppe Intercontinentali. Furono queste vittorie a riconciliare i giornalisti con la sua figura. E nel 1997, quando era già cominciata la sua lunghissima agonia, la principale rivista sportiva Placar lo incoronò come migliore allenatore del Brasile nella storia del calcio. Muore a Belo Horizonte nel 2006 all’età di 74 anni.

Testo di Giuseppe Ottomano

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