Super Santos, un racconto-ricordo

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«…Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate e altri infortuni simili…»


Sono nato nel 1962. E questo potrebbe anche non significare niente ma mi pare una giusta premessa per continuare quello che voglio dire. Sono nato nel ’62, dicevo, per cui ho vissuto la mia infanzia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Ciò vuol dire che non faccio parte né della generazione scampata alla guerra, né di quella del computer. Io sono un figlio del boom economico (o dell’immediato post-boom), sono cresciuto nell’Italia della Democrazia Cristiana e della Seicento FIAT, delle cucine in formica (foto) e di Italia-Germania 4-3, di Un disco per l’estate e di Rischiatutto.

L’ultima generazione che crebbe nelle strade, ovviamente in condizioni certamente migliori di quelle in cui i nostri padri furono costretti a vivere. Tuttavia anche noi abbiamo attinto a quella palestra che è, appunto, la strada. E questo ci ha forse insegnato ad essere più scaltri, a sapercela cavare meglio nella vita. Può anche darsi che non ci sia servito a nulla. Ma tant’è. Più che in una strada, i miei fratelli e io siamo cresciuti in un cortile, ‘u chianu dell’INA Casa, in Via Callicratide, nel popolare e popoloso quartiere del Sottogas. Giocavamo a calcio, insieme a tanti altri bambini, in questo cortile che a noi sembrava l’Olimpico ma che a guardarlo adesso non è che una piazzetta. E tornavamo a casa con i lividi alle gambe, le ginocchia sbucciate, i cucuruna in testa e altri infortuni simili.

Perché le partite che si giocavano erano tutt’altro che amichevoli. Nell’attesa che si raggiungesse il numero legale per organizzare una vera e propria partita, i presenti si intrattenevano nel passaggi-e-tiri-‘n’porta, una sorta di allenamento al match, nel quale il tormentone era l’esortazione del portiere: ‘Mpégnami! Quando si raggiungeva un congruo numero di ragazzini, il quorum sostanzialmente, si formavano due litigiosissime squadre nel seguente modo: tutti i partecipanti alla partita (quindi tutti i presenti) si schieravano al muro e due “bravi” sceglievano alternativamente i calciatori a partire dai migliori fino alle schiappe (anni dopo mi resi conto del perché venivo scelto sempre per ultimo).

C’erano delle liti, le sciarre, propedeutiche alla formazione delle squadre ed erano tese a stabilire chi dovesse scegliere i propri uomini. La partita cominciava prima del fischio d’inizio (si fa per dire, ovviamente) con della pretattica in puro stile Mohamed Alì: Vi facemu u culu tantu, Si pparli assà abbuschi, Ti fazzu firriari, e altre lepidezze del genere. Poi si faceva la tattica vera e propria: Tu ti marchi a iddu, Isamilla ca ci vaiu di testa, etc…; e si stabilivano alcune regole, tipo il fallo laterale o la sponda, ovvero se la palla potesse rimbalzare sul muro oppure no.

La regola più importante era la famosa A-tri-corner-u-rigori. Infatti i calci d’angolo non venivano battuti subito ma, quando se ne accumulavano tre, la squadra guadagnava il diritto a battere un rigore. I più scarsi andavano in porta, anche se poi ad un eventuale rigore, doveva lasciare il posto al più bravo. U paru iu!, diceva quest’ultimo, e il legittimo titolare della porta, suo malgrado, si faceva docilmente da parte.

Si davano e si prendevano calci di quelli pazzeschi. Non esisteva spirito sportivo, manco a dirlo; quando una squadra era in netta superiorità rispetto all’altra, i suoi giocatori, dopo ogni gol, si lasciavano andare a un insulso ritornello, snervantissimo per l’avversario, che faceva Eho eho, vi stamu ‘mmriacannu!, e che ogni tanto, giusto per gradire, provocava qualche sciarra.

Apro una breve parentesi: la sciarra in linea di massima, era di due tipi. La prima era la scazzottata vera e propria, che consisteva nello sbinchiarisi a vastunati, con interventi degli altri compagni per dividere i contendenti o, talora, per ammiscarisi in difesa di uno dei due. In realtà era piuttosto raro che una sciarra degenerasse in questo modo; ricordo pochissime liti di tale virulenza. L’altro tipo di sciarra, certamente più diffuso, seguiva una specie di rituale sicuramente più cavalleresco, che ricorda quello, ad esempio, dei maschi dei cervi reali, quando la fanno a cornate.

Non ci si partiva subito a testa bassa per darle; inizialmente ci si guardava in cagnesco, digrignando i denti, mugugnando minacce e invettive varie. Poi ci si avvicinava e ci si cominciava a dare dei reciproci colpi di petto. Una cosa spettacolare. Nel frattempo si continuavano a profferire frasi minacciose o ingiuriose. Ma quando la sciarra seguiva questo andamento, non c’era volontà di farla finire a schifìo, per cui, dopo un lasso di tempo di questo strano rimbalzo toracico, intervenivano i compagni di gioco per spàrtiri i due litiganti. I quali, da lì a poco, avrebbero ripreso a giocare assieme come se nulla fosse accaduto.

Ma torniamo alla nostra partita. Io giocavo quasi sempre in porta, per il motivo che ho detto prima, e devo dire che a un certo punto cominciai a essere considerato anche abbastanza bravino. Immaginavo, come tutti del resto, di giocare un giorno in serie A, magari in una squadra di second’ordine, posto che Cudicini, Albertosi o Lido Vieri erano praticamente intoccabili. I miei sogni di guardapali sfumarono verso la fine delle elementari con l’avvento della miopia – e degli occhiali.

Nelle nostre partite non esisteva l’arbitro (neanche le regole, se è per questo), per cui i casi controversi venivano trattati uno ad uno con largo uso del turpiloquio, dell’insulto personale e familiare e della sciarra. Era tollerato il cosiddetto enzi ovvero la palla toccata col braccio. Mi chiedevo spesso cosa significasse questo strano nome e mi resi conto che enzi era solo una pessima pronuncia della voce inglese hands (mani), ma solo parecchi anni dopo aver preso la laurea in lingue e cioè in tempi recenti.

Ci si davano degli spintoni terrificanti che venivano chiamati spalletta regolare ma nessuno fu mai in grado di citare la regola alla quale ci si rifaceva, tutt’al più si nominavano dei fantomatici cugini che conoscevano il regolamento a menadito e che avevano assicurato che quella spallata da scaricatore di porto era regolare. Alcuni ragazzini si destreggiavano molto bene e per questi vi era anche un motivo in più per ben figurare: in una palazzina dell’INA Casa, una signora teneva uno “stanze in famiglia” dove erano alloggiati alcuni calciatori dell’Akragas.

Ogniqualvolta costoro uscivano di casa o si affacciavano al balcone, si innescava una sorta di effetto osservatore-della-Nazionale, in virtù del quale alcuni dei giovanissimi promettenti calciatori (i più bravi, per la precisione) facevano sfoggio dei loro migliori numeri di tecnica sopraffina. Si impadronivano del pallone e palleggiavano, anche di testa, fino allo sfinimento, si producevano in dribbling (scartari) e finezze varie oppure tiravano delle poderose sufuniate, anche se con il pericolo della puntazzata e quindi del pubblico ludibrio. In ogni caso bisogna dire che i calciatori dell’Akragas erano più interessati alla figlia di una signora del pianterreno che non alle finezze dei giovanissimi frombolieri!

A volte il pallone finiva in dei giardinetti di civili abitazioni per cui occorreva che qualcuno scavalcasse le inferriate per andarlo a raccattare, col rischio, a volte rivelatosi più che fondato, di essere beccati dai proprietari, rimproverati aspramente o, perché no?, malmenati. Spesso mi offrivo volontario per questa incombenza: scavalcare mi piaceva un sacco, che posso dire? Mi destreggiavo abilmente tra fili spinati e spuntoni delle inferriate, anche se qualche maglioncino e qualche paio di pantaloni li ho pure sacrificati alla causa.

Ma il vero terrore era che il pallone, normalmente Super Santos, sfondasse il vetro di una finestra che malcapitatamente dava sul campo di gioco, anzi proprio alle spalle di una delle due porte (era la casa della signora la cui figlia era concupita dai calciatori dell’Akragas). La qual cosa a volte capitava e in questa sequenza: tiro forte, pallone seguito da sguardi inorriditi, coro di Iiinchiaaa!, sfondamento del vetro, urla della padrona di casa, e la medesima che un attimo dopo si affacciava alla finestra con in una mano il pallone e nell’altra uno strumento da taglio.

Occorre anche dire che del grido di disperazione esisteva pure la frequentissima variante Iiigghiaaa!, determinata dall’impossibilità da parte di molti bambini di pronunziare i suoni nasali, visto che il naso era perennemente intasato di mòccaru. Del resto fummo tutti dei bambini muccarusi. Ma tornando all’apparizione della furibonda donna con pallone e arma da taglio, a questo punto vi erano due possibilità: se aveva un coltello, generalmente da pane, la sfera veniva aperta al suo Equatore e le due calotte in seguito usate come papaline; se aveva una forbice da sarta, si seguiva il procedimento del taglio a “buccia d’arancia” (la spirale di gomma veniva restituita).

L’autore della prodezza pedatoria subiva, ovviamente, un processo sudamericano; veniva preso di mira, beccato in più modi (pedi tunni! era il migliore), soprattutto dal proprietario del pallone che pretendeva il risarcimento danni, e la partita finiva in sciarra (come sarebbe finita comunque!).
Dopodiché, terminate le ostilità sportive, tutta questa folla di piccoli calciatori si recava alla porta di una donnetta che stava al pianterreno di una delle palazzine a chiedere un bicchiere d’acqua. E la signora Arancio (questo era il suo nome), andava in cucina, lasciandoci in attesa sullo zerbino con la scritta SALVE e dopo un po’ tornava con bottiglie e bicchieri, rigorosamente di vetro, e ci dissetava, concedendoci a volte anche il bis.

Ogni tanto mio fratello ricorda il grado di trasparenza e l’odore di quel vasellame, la cui opacità era dovuta ai sommari risciacqui cui erano sottoposti quei bicchieri da chissà quanti anni e l’olezzo apparteneva ad una gamma olfattiva che andava dall’acido muriatico all’olio di infima qualità. Ora, io credo che chiunque, anche la persona più gentile, ci avrebbe garbatamente licenziati dopo il primo bicchiere d’acqua – voglio dire, mia nonna abitava due piani sopra, tutti abitavamo in quelle palazzine, perché non andavamo a bere a casa nostra? –, chiunque ci avrebbe cacciato via senza tanti complimenti, ma non lei, che dispensava bicchieri d’acqua a tutto spiano con inspiegabile, ingiustificata generosità.

E sì che allora, come anche adesso, ad Agrigento l’acqua scarseggiava; nei giorni della distribuzione – tutti lo ricorderanno – si riempivano decine di bottiglie, che venivano stivate sotto il lavabo della cucina, per coprire il fabbisogno della famiglia fino alla successiva distribuzione. Voglio credere che la gentile signora Arancio, venuta meno diversi anni fa, stia ancora riempiendo bicchieri d’acqua in Paradiso!

Un racconto di Alberto Todaro