Il portiere, ucraino emigrato in Argentina, fu l’unico straniero a difendere la porta dell’Albiceleste: nel 1959 col Cile subì tre gol in trentacinque minuti e, infortunato, non venne più convocato.
C’è un nome, in mezzo alle migliaia che hanno indossato la maglia dell’Argentina, che sembra finito lì per sbaglio. Niente vocali aperte, niente sonorità latine: solo consonanti dure, slave, che a leggerle ad alta voce in uno spogliatoio di Buenos Aires dovevano suonare come un refuso. Vladimir Tarnawski. Un ucraino. L’unico straniero, in oltre un secolo di storia, ad aver difeso la porta della Albiceleste. E lo fece, una volta sola, per trentacinque minuti. Trentacinque minuti durante i quali dovette raccogliere il pallone in fondo alla propria rete per ben tre volte, prima di lasciare il campo in barella e non tornarci mai più. È una di quelle storie che il calcio scrive di nascosto, nelle note a piè di pagina degli almanacchi, e che proprio per questo meritano di essere raccontate ad alta voce.
Da Kiev a Valentín Alsina
Vladimir Tarnawski nacque a Kiev, capitale dell’Ucraina allora inghiottita dall’Unione Sovietica, il 19 agosto 1939: poche settimane prima che l’Europa intera precipitasse nella guerra. Ancora bambino, lasciò quella terra insieme ai genitori, in fuga dal fronte, per attraversare un oceano e ricominciare dall’altra parte del mondo. La famiglia si stabilì a Valentín Alsina, nella cintura operaia a sud di Buenos Aires, un quartiere dove l’italiano, lo spagnolo, lo yiddish e mille altre lingue si mescolavano nei cortili di terra battuta.
Per i figli degli immigrati il pallone era la lingua franca, l’unico passaporto che non chiedeva timbri: bastava presentarsi sul campetto incolto dietro casa e saper giocare. Il piccolo Vladimir, più alto e più atletico dei suoi coetanei, capì in fretta che il suo posto era tra i pali. Gli amici di quartiere lo chiamavano Walter, o più affettuosamente Rusito, “il piccolo russo”, e quando ci si divideva in squadre era sempre tra i primi a essere scelto. Per lui, in quel mosaico di accenti e di povertà dignitosa, l’integrazione ebbe la forma esatta di una parata. Erano gli anni in cui l’Argentina accoglieva ondate di profughi e di disperati arrivati da un’Europa in macerie, e in quei quartieri il calcio non era soltanto un gioco: era il modo più rapido per smettere di essere “il nuovo arrivato” e diventare semplicemente uno dei nostri. Vladimir, sotto i pali, imparò presto entrambe le cose.
Il gigante biondo di Rosario

A dodici anni era già un ragazzo posseduto dal calcio. Si presentò al provino dell’El Porvenir, la squadra del rione che militava nella terza serie della Federazione argentina, e fu accolto nel settore giovanile. Quando nel 1955 l’El Porvenir conquistò la promozione in Primera B, lui aveva appena sedici anni: gli consegnarono i guantoni da titolare e non li mollò più. Due stagioni dopo bussò alla sua porta il Newell’s Old Boys: a Rosario Tarnawski esordì in Primera División, si impose in fretta e arrivò perfino a indossare la fascia di capitano. Uno straniero, poco più che ragazzino, a comandare la difesa rojinegra.
C’è un dettaglio, in quel 1959, che fa quasi sorridere col senno di poi. Proprio in quella stagione la Federazione argentina autorizzò per la prima volta la sostituzione del portiere: fino ad allora, se l’estremo difensore si infortunava, la squadra restava in dieci e tra i pali si piazzava un giocatore di movimento. E il primo cambio di portiere nella storia del Newell’s ebbe come protagonista, manco a farlo apposta, proprio lui: il 13 settembre, contro l’Independiente, Tarnawski si fece male nel primo tempo e all’intervallo dovette cedere il posto. Un infortunio, una sostituzione. Le stesse due parole che, di lì a poco, avrebbero scritto la sua unica notte in nazionale, solo in ordine inverso.
Perché nel frattempo il calcio argentino era ancora intontito da quello che da quelle parti chiamavano il Disastro di Svezia, l’umiliante spedizione al Mondiale del 1958. Guillermo Stábile, dopo oltre vent’anni di panchina, si era fatto da parte, lasciando la nazionale a José Manuel Moreno, El Charro, già fuoriclasse della leggendaria Máquina del River Plate e incarnazione stessa dello stile rioplatense. Per la sua prima convocazione, un’amichevole in Cile, Moreno fece piazza pulita dei reduci: fuori i suoi vecchi compagni Pipo Rossi, Labruna e perfino il portierissimo Amadeo Carrizo, ritenuti tra i responsabili del fallimento svedese. Dentro, una manciata di volti nuovi. Tra questi, come secondo di Osvaldo Negri, il biondo ventenne di un metro e ottantanove convocato quasi per caso: Vladimir Tarnawski. Quella stessa sera avrebbe esordito in maglia Albiceleste anche un altro ragazzo destinato a ben altra leggenda, Antonio Ubaldo Rattín. Due debutti nella stessa notte, due destini agli antipodi.
Santiago, ore 22:30

Mercoledì 18 novembre 1959, Estadio Nacional di Santiago, sotto i riflettori: fischio d’inizio alle dieci e mezza di sera, oltre trentaseimila spettatori sugli spalti per quella che, sulla carta, era una pura amichevole. Quel Cile, però, non era una comparsa qualunque: stava assemblando la squadra che di lì a tre anni, ai Mondiali casalinghi del 1962, si sarebbe spinta a sorpresa fino al terzo posto, trascinata da gente come Leonel Sánchez. Ma tutto questo, quella sera, nessuno poteva ancora saperlo. L’Argentina scese in campo con la tranquillità di chi si sa più forte, e per mezz’ora la partita seguì docilmente il copione. Al 27′, Miguel Ruiz, santiagueño di nascita e attaccante del San Lorenzo, portò avanti gli ospiti. Si andò al riposo sull’1-0 e, negli spogliatoi, Moreno trattò il secondo tempo come una formalità da sbrigare: dentro mezza squadra nuova, compreso il cambio tra i pali. Fuori Negri, dentro lui.
E così quel ragazzo che da bambino aveva viaggiato senza sosta da Kiev a Valentín Alsina si ritrovò, in una notte cilena qualunque, a fare il suo esordio nella nazionale dell’Argentina: il primo e — a oggi — unico straniero a difendere quei tre pali. Doveva sembrargli il coronamento di una vita intera. Durò il tempo di un sospiro.
Tre gol e una mano spezzata
Passò appena un minuto dalla ripresa e José Sanfilippo, con un rasoterra velenoso, firmò il raddoppio: 2-0, notte serena, sembrava. Ma il Cile, sospinto dal suo pubblico, cominciò a crederci. Bello accorciò le distanze, 2-1, lasciando Tarnawski — da appena entrato — immobile sul palo. Due minuti più tardi José Varacka travolse Ríos in area di rigore: dal dischetto si presentò Leonel Sánchez, il più forte dei padroni di casa, e non perdonò. 2-2. Poi, su un cross dalla destra, la retroguardia dell’Argentina si ingarbugliò: Tarnawski si scontrò con il proprio compagno Norberto Anido e il pallone rotolò, beffardo, proprio sui piedi di Bello, che insaccò il terzo. Parve che il portiere l’avesse sfiorato, ma la sfera gli scivolò via dai guanti come una saponetta bagnata.
In ventitré minuti — i suoi primissimi ventitré minuti da portiere dell’Argentina — gli ospiti erano passati dal 2-0 al 3-2. E il peggio doveva ancora arrivare. Al 35′ della ripresa, l’ottantesimo della gara, l’ala destra cilena Mario Moreno si infilò in area palla al piede. Tarnawski si tuffò per anticiparlo, l’attaccante lo saltò, e Anido, che rientrava a tutta velocità, gli pestò inavvertitamente la mano. Sul campo non accadde nulla, nessun gol: ma la mano del portiere era ridotta a pezzi. Non poté proseguire. Negri fu costretto a rientrare al suo posto, l’Argentina incassò pure il quarto, e la partita si chiuse sul 4-2 per il Cile. Tre gol al passivo in trentacinque minuti, una mano fracassata e un debutto che era già un addio. Vladimir Tarnawski non sarebbe più stato convocato in nazionale. Mai più.
L’ultimo viaggio

La sua carriera, per fortuna, non si spense quella notte. Nel 1960 vestì la maglia del San Lorenzo e si ritagliò un posticino nella memoria del club disputando le prime cinque partite del Ciclón nella Copa Libertadores, allora chiamata Copa de Campeones. In quei mesi finì perfino sulla copertina di El Gráfico, la bibbia del calcio argentino, in una posa plastica mentre fingeva di organizzare la barriera, accompagnato da una didascalia che ne voleva celebrare lo stile: “Vladimir Tarnawski: sa come coprire la porta”. Una piccola, tardiva rivincita stampata su carta patinata. Alla fine del 1962 passò all’Estudiantes de La Plata, ma là collezionò appena otto presenze, senza mai conquistare il posto da titolare.
E poi, di nuovo, il viaggio. Come da bambino aveva attraversato il mondo da Kiev a Buenos Aires, da uomo lo riattraversò in senso contrario, andando a spegnere la carriera nel modesto campionato nordamericano. Con un ultimo, struggente cortocircuito del destino: tra le squadre in cui finì a giocare ci fu il Philadelphia Ukrainians, il club della diaspora ucraina d’America. Il bambino di Kiev che era diventato l’unico portiere straniero nella storia dell’Argentina si ritrovava, in un altro Paese straniero, di nuovo in mezzo ai suoi ucraini. Come se il cerchio, dopo tanto girovagare, avesse deciso di chiudersi da sé.
Per decenni il suo nome è rimasto sepolto sotto la polvere degli archivi, ricordato a malapena dai tifosi più anziani del Newell’s e del San Lorenzo. È riemerso solo molto più tardi, quando una nuova guerra nella sua terra d’origine ha spinto cronisti e appassionati a cercare i fili sottili che legano l’Ucraina all’Argentina. E in fondo a quella ricerca, tra le pieghe della storia, è ricomparso lui: il bambino in fuga da Kiev diventato, per una sola notte, portiere dell’Albiceleste.