LOBANOVSKY Valeri: il calcio del 2000 nel laboratorio di Kiev

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PROLOGO

Lo sguardo enigmatico di Valeri Lobanovski, una specie di roseo punto interrogativo puntato verso l’infinito, sembra scusarsi per l’intrusione. Il curriculum del tecnico ucraino non contempla molto di più che due Coppe delle Coppe e una serie di successi locali nei modesti campionati della sua terra. Eppure, l’uomo di Kiev rientra nel Gotha dei grandi di ogni epoca grazie alle forti suggestioni provocate dal suo “laboratorio”, ben reclamizzata e (forse) sopravvalutata tappa di interesse nello sviluppo del calcio di fine secolo.

Tre immagini in particolare ha scolpito nella storia del pallone. La prima: la Dinamo Kiev che nel maggio 1986 conquista la Coppa delle Coppe nella finale di Lione contro l’Atletico Madrid offrendo la devastante impressione dello schiacciasassi, un calcio computerizzato che sembra preannunciare scenari da nuovo millennio. Seconda immagine: poche settimane dopo, la rappresentativa dell’Urss, per otto undicesimi identica, seppellisce sotto sei reti a zero l’attesa Ungheria di Lajos Detari ai Mondiali in Messico, iscrivendosi a sorpresa al club delle grandi favorite. Schemi e fantasia agitati in un cocktail vicino alla perfezione: è il “calcio del Duemila”, applaudono i commentatori. Già nel turno successivo, il fiore appassisce di colpo contro il Belgio ai supplementari, trasformando l’ammirazione in una scia di perplessità. Infine, terza immagine, l’Urss agli Europei di due anni dopo. La corazzata rossa tritura l’Italia frizzantina di Azeglio Vicini, ma poi soccombe in finale al cospetto dei tulipani arancioni di Rinus Michels. Tre esempi di grande calcio, tre meteore, tre grandi illusioni.

FU VERA GLORIA?

Espiantati da quel giardino, i grandi talenti coltivati nella serra di Lobanovski inaridiranno: Zavarov e Alejnikov nella Juve, Mikhailichenko nella Sampdoria ne saranno eloquenti esempi entro i confini italiani. Confermando il pollice verde del tecnico (capace di valorizzare con il modulo individualità tutt’altro che irresistibili), ma facendo scolorire il fresco mito del “calcio del 2000”. E rimane ancora a distanza di tempo il quesito di fondo: fu vera gloria?
Valeri Lobanovski è un uomo pieno di sè. il che non significa che sia necessariamente vuoto. Dietro i lineamenti enigmatici borbotta una pentola costantemente sotto pressione. Con i cronisti, all’Europeo 1988, gioca al gatto col topo. Durante un’affollata conferenza stampa invita un cronista (l’italiano Vladimiro Caminiti) a sedersi al posto suo: Sei più bravo di me? Vieni qui e vediamo cosa sai fare. Il santone appare rigido, impenetrabile, diffidente. Qualcuno lo accosta ai burocrati di gesso del suo paese, una specie di Breznev applicato al calcio. Eppure le sue squadre, costruite con tanta cura per il dettaglio, non possono essere che frutto di una grande passione e di una infinita fiducia nel proprio progetto. Un progetto, si badi bene, ben diverso da quello all’epoca in emersione di Arrigo Sacchi, nonostante certe espressioni abbiano potuto awicinarvelo.

Le squadre di Lobanovski sono cangianti come gli occhi di certi felini: ora stritolano l’avversario nella morsa dei loro movimenti sincroni a tutto campo. Ora invece ripropongono rigide cadenze collettive sfuggendo alla difesa altrui grazie a un tourbillon che sottrae punti di riferimento agli avversari. Ora, infine, le carte dei ruoli saltano come su un treno in corsa: il faticatore di centrocampo diventa stopper, il terzino interno e la pallina impazzisce nel flipper.

Nel suo piccolo, qualcosa del genere aveva già coltivato nel suo orticello di provincia Corrado Viciani, teorico del “gioco corto”, una specie di reticolo ordito nel tentativo di annacquare la superiorità tecnica dell’avversario. La grande novità di Lobanovski è legata all’alone di mistero che da sempre circonda nel dopoguerra tutto ciò che attiene al calcio sovietico. In particolare, alle sue reticenze e all’idea che in effetti il calcio del secolo prossimo venturo possa specchiarsi in quelle cadenze che sembrano annullare l’individuo in nome della prevalenza del collettivo.

NASCITA DI UN SANTONE

Alto, imponente, allampanato, Valeri Lobanovski esce dall’anonimato negli anni Sessanta come stella del pallone. È nato il 6 gennaio 1939 a Kiev, in Ucraina. Ha cominciato nelle giovanili della Dinamo ed è stato incorporato nell’esercito (raggiungerà il grado di colonnello). Attaccante fisicamente forte, molto tecnico ed elegante, provvisto di un gran tiro, gioca a calcio e studia termotecnica, si laureerà ingegnere meccanico. Il trio offensivo della Dinamo Kiev formato da Basilevich, Kanevski e Lobanovski inserisce il club tra i grandi, conquistando tre titoli nazionali e due Coppe dell’Urss in quattro anni, dal 1964 al 1968.

Estroso e ribelle, Lobanovski entra in conflitto con l’allenatore Maslov e a ventinove anni sbatte la porta, accusando il tecnico – curioso precedente – di opprimere i giocatori dando poco spazio alla fantasia. Chiude la carriera giocando nell’Odessa e nello Shaktjor e diventa allenatore, il più giovane del paese, alla guida del Dnepr, dove si fa le ossa, maturando le proprie convinzioni, molto vicine a quelle del vituperato Maslov. All’amore per una preparazione atletica che promuova il movimento dei giocatori sul campo, aggiunge lo studio delle reazioni fisiche e degli atteggiamenti mentali.

Quando nel 1973 torna alla Dinamo Kiev in veste di allenatore, è pronto a dar corpo alle proprie teorie. Il suo è un calcio scientifico, in cui nulla deve essere lasciato al caso («In campo le sole improvvisazioni che ammetto sono quelle che possono creare problemi agli avversari»). Al proprio fianco, per dare una sterzata al concetto di allenamento atletico, vuole Petrowski, il “mago” dell’atletica leggera che fa volare il velocista Borzov. La Dinamo comincia a muoversi come una macchina ben oliata, vince campionato e Coppa dell’Urss nel 1974, l’anno dopo conquista la Coppa delle Coppe e stravince la Supercoppa europea. Il 1975 è completato dal bis in campionato e dall’investitura anche a Ct della Nazionale.

La Dinamo Kiev con la Coppa delle Coppe 1975

L’Urss nel 1976 esce ai quarti dagli Europei (eliminata dalla Cecoslovacchia) e la parentesi si chiude per Lobanovski, che tuttavia continua a vincere entro i confini, con il titolo nel 1977 e la Coppa nel 1978. Cultore del lavoro, Lobanovski ha in testa un grande rivolgimento, che trascende le dimensioni del suo club. In anticipo sui grandi cambiamenti che di lì a poco spazzeranno via la vecchia Unione Sovietica, si propone di trasformare i calciatori in professionisti a tutti gli effetti. Diventa l’animatore occulto dell’Unione calciatori, organizzazione che con il reperimento di risorse consentirà alle società di autofinanziarsi e ai giocatori di triplicare i bassi proventi di un’attività vicina al dilettantismo puro anche ai massimi livelli.

IL “PROFESSIONALISMO”

Quando Gorbaciov lancerà la “perestrojka” (il grande cambiamento) anche la riforma del pallone andrà in porto, col riconoscimento ufficiale del professionismo. «Preferisco parlare di professionalismo» spiegherà Lobanovski: «attori e artisti, ingegneri e operai in Unione Sovietica svolgono la loro attività professionale con il riconoscimento dello Stato. Soltanto i calciatori erano fuori dal sistema, non essendo il loro lavoro ufficialmente riconosciuto e dunque appartenendo a categorie diverse dalla loro. Bisognava fare degli sportivi e quindi dei calciatori una categoria professionale con diritti e doveri come capita per tutte le altre. Faccio un esempio: un calciatore si infortuna e deve stare fuori squadra per qualche mese: come calciatore non aveva alcuna assicurazione sociale, che invece competeva, per dire, a un operaio. In fondo, l’unica differenza è che i tempi di recupero, per un operaio, sono di solito diversi da quelli di un atleta».

Le prime aperture verso l’occidente portano all’estero i primi giocatori sovietici, tutti usciti dalla fucina di Lobanovski: Blochin, l’apripista, ormai a fine carriera, e poi Zavarov, sul cui clamoroso trasferimento alla Juve il mistero sui dettagli economici e “politici” sarà inversamente proporzionale agli esiti tecnici. Zavarov è la stella della seconda grande covata di talenti di Lobanovski, a inizio anni Ottanta.

La Dinamo, dopo un periodo di appannamento dovuto anche al logorio degli sfiancanti allenamenti, apre un nuovo ciclo nel 1980: in sei anni vincerà sei titoli, due Coppe dell’Urss e una nuova Coppa delle Coppe, nel 1986, al culmine di espressioni di gioco che inquietano e stupiscono il mondo. E quello il calcio del prossimo secolo?

Un calcio fatto innanzitutto di preparazione atletica spinta al massimo e appiattimento delle divisioni di ruolo. Spiega il colonnello: «Una volta iniziata la partita, bisogna adattarsi a quello che succede e quanto più si è veloci a mettere in pratica questa duttilità, tanto più se ne gioverà il risultato della squadra. Abolire i ruoli fissi e i giocatori specializzati: questo è il calcio moderno. Non è più possibile parlare di difensori, attaccanti, centrocampisti, tornanti. Al loro posto cerchiamo di creare giocatori “universali” in grado di esprimersi in ogni parte del campo, in ogni posizione e situazione tattica, in ogni ruolo. E chiaro che ci sarà sempre chi è maggiorente portato ad attaccare e chi, al contrario, preferisce difendere: l’importante è che nessuno sappia “solo” attaccare o “solo” difendere. Il calcio può evolversi solo attraverso questo tipo dì giocatori». Per lui, ci sono solo due categorie: i difendenti e gli aggressori, e i due vasi tattici devono essere il più possibile comunicanti.

Intanto giusto alla vigilia del Mondiale in Messico nel 1986 Valeri si è visto riaffidare la Nazionale dopo una seconda breve esperienza nel 1984 (mancata qualificazione all’Europeo) e vi travasa l’intera Dinamo Kiev. La Nazionale sovietica tritura l’Ungheria 6-0: chi potrà resistere a tanto strapotere tecnico e fisico? La risposta arriva subito: il coriaceo Belgio di Guy Thys, che si aggiudica ai rigori una partita di grandi suggestioni, raddrizzata con due gol in palese fuorigioco. Lobanovski non si scompone e punta alla rivincita due anni dopo, agli Europei.

1988, LA GRANDE OCCASIONE

Il “laboratorio” è al culmine dei risultati. L’Urss sfugge alle catalogazioni come una saponetta. Le cinque partite degli Europei, finale compresa, fanno ognuna storia a sé. La celebrata difesa a zona pura si presenta con il libero, i ruoli diventano un rompicapo per gli avversari e infatti la freschissima Italia di Vicini vi inciampa nella piovosa serata di semifinale. Senza punti di riferimento, i difensori azzurri vanno in tilt, mentre i centro- campisti vengono storditi dal tourbillon avversario, capace di un disarmante possesso palla in velocità.

Quando però, nella finale contro l’Olanda di Michels, Lobanovski può tramandare alla storia la propria squadra, decide di strafare, schierando come stopper l’interno Alejnikov, una autentica manna per Marco Van Basten, che impartisce al calcio robotizzato una dura lezione, smantellando il lavoro collettivo della catena di montaggio con una prodezza estemporanea. Finisce 2-1 e finisce pure il mito dell’Urss. Ai Mondiali del 1990 la squadra di Lobanovski vivrà una amara comparsata, con l’eliminazione al primo turno, complice un mani di Maradona nella propria area nel match contro l’Argentina. La dissoluzione dell’impero sovietico, dopo la caduta del muro di Berlino, fresca di pochi mesi, è alle porte. Lobanovski vi aggiunge una pesante escalation dei suoi problemi cardiaci, da cui uscirà un po’ malconcio, pronto però con prodigiosa vitalità a ricominciare a tessere la sua tela. Il famoso Duemila è arrivato e gli ha fatto un dispetto.

Lobanovski continua a lavorare, dopo una estemporanea parentesi in Kuwait torna alla Dinamo. Quando riappare sui nostri schermi – match dei quarti di Champions League con la Juventus fine anni ’90 – esibisce, oltre all’impressionante gonfiore del volto, una forbice clamorosa tra le parole e i fatti. Davanti ai microfoni, ripete gli antichi concetti: «La tattica è più importante dei giocatori. Non capisco il tecnico che adatta il modulo ai suoi uomini. Io ho un’ idea e devo insegnarla alla squadra. Vedrete: nel calcio del futuro sarà sempre più importante il gioco senza palla». Poi la sua Dinamo strappa a Torino il pareggio giocando con un modulo difesa-contropiede stile catenaccio anni Sessanta.

Il grande Lobanovski, l’inventore capace di spezzare le catene della tradizione tra i grigi burosauri di Kiev e poi di resistere ai grandi stravolgimenti storico-politici della sua terra, muore a 63 anni, il 13 maggio 2002, nell’ospedale di Kiev, dopo essere stato operato per emorragia cerebrale per un malore accusato in panchina, durante Dinamo-Zaporodjie e senza aver ripreso conoscenza.
Uno che al “calcio del Duemila” aveva forse lavorato troppo presto. Chiedendogli troppo.

Inaugurato nel 2003, questo è il monumento dedicato a Lobanovsky all’esterno dello Stadio della Dinamo Kiev