Yashin e Pelè: storia di un’amicizia

Si sfidarono solo due volte, ma la loro amicizia durò per sempre. La storia straordinaria e commovente di Lev Yashin e Pelé, due leggende che si riconobbero come anime gemelle nel calcio.

In un mondo del calcio fatto di rivalità feroci e competizioni spietate, esistono storie che trascendono la logica del confronto. La vicenda che lega Lev Yashin e Pelé è una di queste: un racconto di rispetto reciproco, di ammirazione sconfinata, di un’amicizia che sfidò cortine di ferro, barriere linguistiche e la naturale rivalità tra chi difende e chi attacca. Due leggende viventi, due monumenti del calcio mondiale, che per quindici anni condivisero il palcoscenico del football internazionale, incrociando i loro destini in soli due incontri ufficiali, ma costruendo un legame destinato a durare per sempre.

Da una parte il portiere sovietico, il Ragno Nero, l’unico estremo difensore nella storia ad aver vinto il Pallone d’Oro. Dall’altra il fenomeno brasiliano, O’Rei, il re del calcio, colui che avrebbe riscritto i canoni di questo sport. Due filosofie opposte che si completavano, due artisti che riconoscevano nell’altro la stessa passione divorante per il gioco più bello del mondo. Come ebbe a dire lo stesso Yashin con quella sincerità che lo contraddistingueva: “Pelé e io, giocavamo allo stesso calcio”. Una frase semplice, ma densa di significato, che racchiudeva l’essenza di un rispetto che andava ben oltre le statistiche e i trofei.

1958: Le leggende si incontrano

Era il 15 giugno 1958, e il Mondiale svedese stava per regalare al calcio uno di quei momenti che restano scolpiti nella memoria collettiva. Pelé, appena diciassettenne, stava per fare il suo debutto nella competizione più prestigiosa del pianeta. Dall’altra parte della barricata, Lev Yashin, reduce dal trionfo olimpico di Melbourne 1956, rappresentava già una certezza assoluta tra i pali.

Il giovane brasiliano aveva dovuto attendere il suo momento. Un infortunio rimediato in un’amichevole contro il Corinthians lo aveva tenuto fuori dai primi due match del Brasile. Aveva assistito impotente alla vittoria per 3-0 contro l’Austria e al pareggio a reti bianche con l’Inghilterra. Ma ora era arrivato il suo turno, e il destino aveva preparato per lui un esordio da brividi: contro l’URSS di Yashin.

Anni dopo, Pelé avrebbe ricordato quel giorno con una lucidità sorprendente, immortalando quelle sensazioni nel libro “I Cammini verso l’Olimpo”: “Purtroppo, non possediamo il dono di valutare infallibilmente i giorni e i momenti migliori della nostra vita. Solo ora comprendo che i miei giorni migliori li vissi in Svezia, durante il Campeonato Mondiale del 1958. Fu lì che vidi per la prima volta Lev Yashin”.

Il racconto del brasiliano continua con un’immagine poetica: la squadra verdeoro che va ad assistere all’allenamento dei sovietici, e lui, il ragazzino di Três Corações, che rimane ipnotizzato da quello strano portiere tutto vestito di nero. “Lo vidi buttarsi a terra e fare dei bellissimi salti per afferrare il pallone. Un intero sciame di palloni veniva sparato dai suoi compagni contro la sua porta, e lui, appena respinto uno, si lanciava incontro all’altro con una dedizione invidiabile, con un’energia giovanile, anche se in quel momento somigliava poco a un ragazzo”.

Il duello 

Il match tra Brasile e URSS si trasformò in un duello personale tra il giovane talento emergente e il portiere già consacrato. Pelé, al fianco di Garrincha, altro esordiente destinato a diventare leggenda, cercò in tutti i modi di violare la porta difesa da Yashin. Ma il Ragno Nero era in uno stato di grazia assoluto.

Il racconto di Pelé restituisce tutta la frustrazione e l’ammirazione di quel pomeriggio svedese: “Potete immaginare quanto desiderassi segnare un gol il giorno del mio debutto. Ma non ci riuscii. Durante la partita ebbi diversi duelli con lui, ma ne uscì vittorioso. Ricordo, come fosse oggi, come il mio amico Garrincha, anche lui esordiente in nazionale e giocatore insuperabile, mi mise in una posizione meravigliosa con un passaggio perfetto. Io colpii saltando dalla corsa. Il pallone stava per finire sotto la traversa. Il cuore fece un balzo in attesa della gioia. Ma Yashin me lo tolse, con il suo fantastico salto scatenando una vera tempesta di applausi. Poi intercettò altre due volte i miei tiri, che io stesso consideravo estremamente difficili da parare”.

Il Brasile vinse 2-0 grazie alla doppietta di Vavá, ma Yashin aveva ipnotecato la scena, aveva dimostrato al mondo intero perché fosse considerato il migliore. E Pelé, pur nella delusione di non aver segnato nel suo esordio mondiale, aveva scoperto un avversario degno del massimo rispetto.

Anche Yashin rimase folgorato da ciò che vide quel giorno. Nella sua autobiografia scrisse: “Credo che sia stata la squadra più forte che abbia mai vinto i campionati del mondo. I brasiliani facevano con il pallone tutto ciò che volevano. Era un autentico spettacolo, che aveva per protagonisti i giocatori e la palla. Ma anche in questa magnifica squadra spiccavano Garrincha e Vavá. E Pelé, la stella del calcio cominciò a brillare in questo campionato”.

Sette anni dopo, al Maracanã

Dovettero passare sette lunghi anni prima che Yashin e Pelé si incrociassero nuovamente su un campo di calcio. Era il 21 novembre 1965, e il teatro scelto per questo secondo atto era il maestoso Maracanã di Rio de Janeiro, con 123.000 spettatori che affollavano gli spalti in un tripudio di emozioni.

L’amichevole tra Brasile e URSS fu un regalo per gli occhi, una dimostrazione di calcio d’alta scuola che si concluse con un equilibrato 2-2. Ma soprattutto, fu la partita in cui Pelé riuscì finalmente a battere il suo amico-rivale. Solo una volta, è vero, ma fu sufficiente per esorcizzare quel fantasma del 1958.

Quella tournée sudamericana dell’URSS fu memorabile. Quattro giorni dopo il match al Maracanã, i sovietici pareggiarono 0-0 contro il Minas Gerais a Belo Horizonte, per poi visitare Argentina, Uruguay e Cile, prima di tornare in Brasile. E in più di un’occasione, tra gli spettatori c’era proprio Pelé, venuto a vedere giocare e a salutare il suo compagno russo.

Amicizia oltre la cortina

La relazione tra Yashin e Pelé era qualcosa di speciale, qualcosa che andava oltre la semplice stima professionale. Il brasiliano fu uno dei grandi artefici della visita dell’URSS in Brasile nel 1965, dimostrando quanto tenesse al suo amico sovietico. E Yashin, negli anni successivi, avrebbe ricambiato quella stima tornando in Brasile nel 1972, questa volta da ex calciatore, per vedere Pelé in azione nelle sue ultime stagioni con il Santos.

Il momento più toccante della loro amicizia arrivò nel 1971, quando fu organizzata la partita d’addio di Yashin allo Stadio Lenin di Mosca. Il Dynamo Mosca affrontò una selezione di stelle internazionali, e tra queste non poteva mancare Pelé. Insieme a lui c’erano altri campioni del calibro di Eusébio, Bobby Charlton e Franz Beckenbauer. Centomila tifosi riempirono lo stadio, e molti di loro piansero lacrime di commozione nel salutare la loro leggenda. La partita finì 2-2, ma il risultato era l’ultimo dei pensieri.

Pelé attraversò mezzo mondo per onorare l’amico, dimostrando che certi legami sono più forti di qualsiasi distanza geografica o differenza culturale. Non c’era la Guerra Fredda, non c’erano ideologie contrapposte. C’erano solo due uomini che avevano condiviso la passione per il calcio e che si rispettavano profondamente.

Un legame immortale

Negli anni successivi, Yashin e Pelé si incontrarono ancora in varie occasioni pubbliche, sempre davanti alle telecamere, sempre con quel sorriso complice di chi condivide qualcosa che va oltre le parole. Mai una parola fuori posto, mai il minimo scontro dialettico. Solo totale e assoluta camerateria, fino all’ultimo giorno del portiere sovietico, tristemente scomparso il 20 marzo 1990.

Curiosamente, i due disputarono le stesse edizioni dei Mondiali, difendendo i colori delle rispettive nazionali per l’ultima volta a Messico 1970. Yashin lo fece da riserva, chiudendo un cerchio iniziato dodici anni prima in Svezia. Pelé sollevò la Coppa per la terza volta, diventando leggenda assoluta. Due carriere parallele che si incrociarono solo due volte ufficialmente, eppure intrecciate da un filo che il tempo non riuscì mai a spezzare.

La loro storia ci restituisce un’immagine del calcio diversa da quella che conosciamo oggi. Non servivano social media o dichiarazioni elaborate per costruire un rapporto: bastava guardarsi negli occhi dopo una parata impossibile o un gol mancato, riconoscersi come artisti dello stesso mestiere. Yashin e Pelé furono avversari per pochi minuti, amici per una vita.