1966: Quando Eusebio scacciò la Corea

Nei Mondiali del 1966 in Inghilterra solo pochi temerari puntarono su un quarto di finale tra il Portogallo, ancora giovane sia calcisticamente che anagraficamente (età media ventitre anni), e la Corea del Nord, poco più che un oggetto misterioso.


Nella storia dei mondiali di calcio, la palla rotonda, e quindi imprevedibile, ha giocato spesso dei tiri mancini, destinati a sovvertire i pronostici della vigilia. E nel campionato del mondo del 1966 in Inghilterra, la patria degli scommettitori più scientifici, solo pochi temerari puntarono su un quarto di finale tra il Portogallo, ancora giovane sia calcisticamente che anagraficamente (l’età media della squadra era di appena ventitre anni), e la Corea del Nord, poco più che un oggetto misterioso.

Le compagini candidate a prendere parte a questo incontro dovevano essere il dream team del Brasile di Pelé, Garrincha e Jairzinho, e l’Italia dei nostri Coppi e Bartali post litteram del calcio: Mazzola e Rivera. Ma, mentre i sogni di tripletta mondiale del Brasile andarono a infrangersi sullo scoglio acuminato del terzo girone, detto anche il girone di ferro, contro un’Ungheria che sembrava tornata ai fasti degli anni cinquanta e lo stesso Portogallo, la nostra Italietta uscì di pista già prima di imboccare la curva, perdendo in sequenza sia contro la prevedibile Unione Sovietica, che contro la stessa Corea del Nord.

Ferruccio Valcareggi, all’epoca allenatore in seconda degli azzurri, dopo avere osservato i nordcoreani in allenamento, li definì “una banda di Ridolini“. Poi, alla fine della partita che i nostri persero 1-0 tra il tripudio (e le grasse risate) del pubblico inglese di Middlesbrough, al nostro vice allenatore passò la poesia di sbeffeggiare gli avversari con battute a buon mercato. E sui nostri cadde l’inesorabile gogna mediatica, fino al grottesco ritorno in patria tra i lanci di pomodori marci dei tifosi che li attendevano furiosi all’uscita dell’aeroporto di Genova.

Allo stadio Goodison Park di Liverpool, quello dell’Everton, il pomeriggio del 23 luglio 1966, i trentamila spettatori accorsi per vedere giocare le due squadre rivelazione di quel torneo mondiale, Portogallo e Corea del Nord, avevano invece dato vita a un’atmosfera festosa. In assenza della loro nazionale, destinata a giocare sempre e solo al grande stadio londinese di Wembley, i concittadini dei Beatles, appartenenti in grande maggioranza alla working class, avevano rivolto tutta la loro composta passione sportiva (l’epoca degli hooligans era ancora di là da venire) verso i nordcoreani, che già durante la fase eliminatoria si erano conquistati la simpatia degli altri inglesi di Middlesbrough.

Al calore dei tifosi faceva da contraltare la freddezza ufficiale delle autorità britanniche, che avevano concesso il visto d’ingresso alla comitiva nordcoreana tra mille difficoltà. Infatti, dalla guerra di Corea (1950-53) il Regno Unito aveva troncato ogni rapporto diplomatico con la piccola e già isolatissima repubblica popolare dell’estremo oriente. E anche il passaggio dal girone eliminatorio ai quarti di finale, che comportava un trasferimento di duecento chilometri, da Middlesbrough a Liverpool, si rivelò un’odissea burocratica per i nordcoreani, ospitati all’ultimo momento in un remoto convento di gesuiti, intitolato a Sant’Ignazio di Loyola, nel cuore della campagna inglese. Quel ritiro, che era stato troppo ottimisticamente prenotato dagli azzurri nella certezza della qualificazione ai quarti di finale, si rivelò una sistemazione curiosa per la nazionale di un paese votato ufficialmente al materialismo scientifico.

Molto meno improvvisato e austero fu invece il ritiro dei portoghesi. Prima formazione di calcio realmente multietnica in Europa, si erano comodamente insediati in un albergo di lusso nel centro di un quartiere esclusivo alla periferia di Manchester, con tanto di cuochi e camerieri italiani (erano ancora i tempi in cui la manodopera dei nostri emigranti era tra le meno esigenti) durante la prima fase dei mondiali. I loro allenamenti non duravano mai oltre le tre ore al giorno tra il tardo pomeriggio e l’ora di cena. Così aveva disposto il loro commissario tecnico, il cinquantenne tracagnotto brasiliano Otto Glória, mai stato giocatore in vita sua, ma diventato a quarant’anni suonati un autorevole ideologo del calcio offensivistico. Fedelissimo alle proprie teorie, non schierava mai meno di tre punte in campo, neppure quando le circostanze e la classifica avrebbero imposto una maggiore prudenza tattica.

Subito dopo il calcio d’inizio, la difesa portoghese si lasciò tagliare come un panetto di burro. E dal limite dell’area un elegante sinistro di prima intenzione del centrocampista Pak Seung-Zin s’infilò sotto l’incrocio dei pali. I giocatori nordcoreani si abbracciarono euforici, mentre il pubblico del Goodison Park cominciò la propria torcida, intonando anche un improvvisato Corea cha cha cha, in sintonia con uno dei ritmi più alla moda in quel periodo. E anche se gli unici nordcoreani veri presenti nelle tribune erano la decina di funzionari della delegazione, tutti vestiti uguali, con l’impermeabile beige del Tenente Colombo, sembrava che gli asiatici giocassero in casa, tanto era rumoroso il sostegno degli inglesi nei loro confronti.

Ad ogni tackle vinto, ad ogni accenno di dribbling e ad ogni pallone conquistato l’intero stadio si infiammava. E in quella ventina di minuti iniziali i tifosi trovarono motivi a non finire per festeggiare. Il Portogallo, sempre proteso all’attacco, si muoveva frastornato, e non appena si sbilanciava, la Corea del Nord partiva al contrattacco, facendo viaggiare la palla con la rapidità e la disinvoltura di uno squadrone sudamericano. La partita divenne avvincente, e i ribaltamenti di fronte si sprecarono. Ma mentre gli attaccanti portoghesi, guidati dal ventiquattrenne fuoriclasse della colonia mozambicana Eusébio da Silva Ferreira, gettavano alle frasche occasioni irripetibili, i nordcoreani si dimostrarono più efficaci, e gonfiarono la rete del portiere José Pereira altre due volte.

Sotto di tre reti a zero, ai portoghesi dovette apparire, come in una visione fantozziana, lo spettro della fine ingloriosa dell’Italia, con tanto di pubblico ludibrio; fu così che Eusébio, il capocannoniere di quei mondiali, cominciò a entrare prepotentemente in partita. Trascinò la propria squadra letteralmente all’arrembaggio, e prima della chiusura del primo tempo segnò i due gol che accorciarono le distanze. A chi lo vedeva muoversi con la palla tra i piedi, sembrò di scorgere in lui la classe di Pelé, e i giornalisti britannici, a caccia di nuovi idoli sportivi, gli avevano già affibbiato il soprannome di Pelé d’Europa, insieme a quello un po’ più esotico di Pantera Nera.

Come annotò salacemente Giorgio Mottana sulla Gazzetta dello Sport di due giorni dopo: “a contrastare questa Corea c’era il Portogallo, non l’Italia”. E all’undicesimo minuto del secondo tempo ancora Eusébio realizzò il gol del pareggio con un diagonale teso di destro, il suo piede preferito. La formazione nordcoreana, frastornata, si disunì ulteriormente, e tre minuti dopo Eusébio, tanto per cambiare, si procurò un rigore al termine di un’azione personale travolgente. Lo trasformò con freddezza, portando una ventata di gelo anche tra l’allegro pubblico di Liverpool.

Le sorti dell’incontro erano state ribaltate. Il Portogallo, ora in vantaggio per 4-3 prese in mano finalmente le redini dell’incontro. La visione da incubo dell’Italia di Edmondo Fabbri si era ormai dissolta, e a dieci minuti dalla fine José Torres arrotondò il punteggio con un colpo di testa sotto misura dopo un calcio d’angolo battuto dall’eroe indiscusso della giornata: il solito Eusébio.

Il Goodison Park, come un tutt’uno, tentò ancora di trascinare i nordcoreani verso il miracolo, ma senza più troppa convinzione. La benzina era finita, e il triplo fischio finale dell’arbitro israeliano Ashkenazi arrivò come una liberazione per entrambe le squadre. Il Portogallo si guadagnò il biglietto per Wembley, dove avrebbe giocato (e perso) la semifinale contro i padroni di casa dell’Inghilterra. La Corea del Nord lasciò il mondiale ottenendo un piazzamento storico, e concludendo con l’onore delle armi un campionato del mondo probabilmente irripetibile.

Ma sul ritorno a casa dei giocatori nordcoreani si fronteggiano due scuole di pensiero. Secondo quanto riportato nell’autobiografia dell’esule nordcoreano Kang Chol-Kwan, pubblicata nel nostro paese con il titolo “L’ultimo Gulag“, dopo la vittoria contro l’Italia l’intera squadra si lasciò andare a festeggiamenti sfrenati nei pub inglesi, tracannando pinte di birra a volontà e corteggiando disinvoltamente le ragazze del posto. E, siccome i postumi della gigantesca sbronza prolungarono i propri effetti per altri due giorni, si presentarono in campo contro il Portogallo in precarie condizioni fisiche, fornendo una chiave di lettura al crollo atletico che rese possibile la clamorosa rimonta avversaria.

Sempre secondo questa autobiografia, il leader nordcoreano Kim Il-Sung, furibondo per quella condotta non conforme ai principi del socialismo reale, decise di infliggere loro una punizione esemplare, spedendoli a lavorare nei campi come braccianti. Da questa sorte si salvò solo Pak Doo-Ik, il celebre autore del gol della vittoria contro gli azzurri che, essendo stato colpito da una forma di gastrite, non prese parte ai festini incriminati, e non poté giocare contro il Portogallo. Sorte ben peggiore toccò invece al centrocampista Pak Seung-Zin, che passò non meno di dodici anni nel campo di concentramento di Yodok, dove fece conoscenza con lo stesso autore dell’autobiografia. Tra i detenuti del campo lo sfortunato calciatore era conosciuto come “lo scarafaggio“, perché aveva imparato a nutrirsi di insetti per sopravvivere alle lunghe segregazioni nelle celle di rigore, minuscoli e bui abituri di legno privi di finestre, dentro ai quali si poteva capitare per ogni minima infrazione.

Una versione diametralmente opposta dei fatti l’ha fornita invece il regista britannico Daniel Gordon, che nel 2002 ha realizzato un documentario per la BBC dal titolo “The game of their lives“. Dopo quattro anni di trattative con le autorità nordcoreane per ottenere i permessi per l’esecuzione delle riprese, si è messo sulle tracce dei reduci del mondiale di Inghilterra ‘66, dei quali non si avevano notizie da più di trentacinque anni. È riuscito a contattare sette di loro oltre all’allenatore Myung Rae-Hyun, e li ha intervistati e filmati con le giacche delle loro uniformi ricoperte di medaglie al valore di taglia extra-large. Tra questi sette era presente anche lo “scarafaggio” Pak Seung-Zin, oggi allenatore di calcio, che ha negato con decisione di essere mai stato imprigionato o di avere subito persecuzioni. A riprova delle loro ottime condizioni di vita, sono stati filmati i loro appartamenti, decisamente eleganti per gli standard nordcoreani, e ubicati in un esclusivo quartiere nei pressi degli impianti sportivi.

I funzionari di Pyongyang hanno anche procurato alla troupe britannica delle immagini, tratte da un documentario inedito dell’epoca, nelle quali si sono visti alcuni giocatori della nazionale al ritorno dall’Inghilterra, festeggiati dalla folla e dalle più alte autorità del regime. Dei calciatori che non compaiono nel film di Gordon, però continuano a non esserci notizie. E verosimilmente non sarà tanto facile riuscire ad averle neanche nel prossimo futuro, come non sarà tanto facile verificare se il presunto “scarafaggio” ha rilasciato le proprie dichiarazioni alla BBC in maniera spontanea, oppure è stato vittima di pressioni e manipolazioni. Per sciogliere simili dubbi sarà necessario pazientare ancora. Infatti, la sempre più emarginata Repubblica Popolare (a conduzione familiare) della Corea del Nord è oggi ancora più impenetrabile che in passato.

23.07.66 (15.00) Liverpool, Goodison Park
Portogallo-Corea del Nord 5-3
Reti: 0:1 Pak Seung-Zin 1 (1), 0:2 Lee Dong-Woon (22), 0:3 Yang Seung-Kook (24), 1:3 Eusebio (27), 2:3 Eusebio rig. (42), 3:3 Eusebio (57), 4:3 Eusebio rig. (59), 5:3 Augusto (79)
Portogallo: J. Pereira, Morais, Baptista, Vicente, Hilario, Graca, Coluna (c), Augusto, Eusebio, Torres, Simoes
Corea del Nord: Lee Chan-Myung, Lim Zoong-Sun, Lee Dong-Woon, Shin Yung-Kyoo, Ha Yung-Won, Oh Yoon-Kyung, Pak Seung-Zin (c), Im Seung-Hwi, Han Bong-Zin, Pak Doo-Ik, Yang Seung-Kook
Arbitro: Ashkenazi (Israele)

La cronaca del match

Il documentario di Daniel Gordon “The game of their lives“