JAIRZINHO: Samba di stelle

Jairzinho, l’Uragano del calcio brasiliano: dall’eredità di Garrincha al Botafogo fino al Mondiale 1970, dove segnò in tutte e 6 le partite. La storia di una leggenda.

Il calcio ci ha regalato storie meravigliose: campioni che hanno lottato contro ogni avversità e altri nati con il destino già scritto. Jair Ventura Filho, nato a Rio de Janeiro il 25 dicembre 1944, appartiene sicuramente alla seconda categoria. Non tanto per essere nato il giorno di Natale, quanto per un colpo di fortuna straordinario: all’inizio degli anni ’50, la famiglia Ventura si trasferì dal municipio di Duca de Caxias in via General Severiano, proprio accanto alla sede del Botafogo.

In quegli anni, il Botafogo stava conquistando la fama di “ò glorioso” grazie a una schiera di campioni leggendari che indossavano la maglia bianconera con la stella solitaria: Manga, Nilton Santos (il terzino soprannominato “enciclopedia del calcio” per aver rivoluzionato un ruolo fino ad allora poco considerato), Didi “il principe etiope”, Zagalo, Amarildo, Quarantinha e soprattutto Manè Garrincha, “l’allegria del popolo”.

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L’erede di Garrincha

Per il giovane Jair, che tutti conoscevano come Jairzinho, era impossibile non sognare vedendo quei fuoriclasse ogni giorno. Nel 1958 entrò nel settore giovanile del Botafogo, naturalmente come ala destra: quale ruolo avrebbe potuto scegliere, avendo Manè come modello? Contribuì alla gloria del club vincendo tre campionati juniores consecutivi dal 1961 al 1963.

L’esordio in prima squadra arrivò proprio nel 1963. Ovviamente non riuscì subito a conquistare un posto fisso, ma mostrò qualità fuori dal comune. Dovette però cambiare ruolo: Garrincha era intoccabile, così passò dall’ala al centro dell’attacco, dove rivelò un istinto del gol straordinario.

Nel 1965, l’addio di Garrincha al fogao segnò l’inizio della carriera di Jairzinho. Il compito era terribile: ereditare quella maglia numero 7 senza far rimpiangere Manè. Una situazione simile a quella vissuta anni dopo a Napoli da Zola, primo erede della maglia di Maradona. Ma Jairzinho affrontò la sfida senza timori, mostrando un calcio diverso dal suo maestro.

Dove Garrincha era puro genio, fantasia e dribbling, Jairzinho faceva della potenza fisica e dell’accelerazione le sue armi migliori. Pur avendo un buon dribbling (anche se non paragonabile a quello di Manè), si distingueva per la velocità esplosiva e una resistenza fisica notevole. I fianchi robusti e le ginocchia tese gli permettevano di resistere ai contrasti più duri. Era più atleta che artista, ma possedeva un tiro devastante e un fiuto del gol naturale che lo portavano a segnare a valanghe.

Il numero 10 e gli anni d’oro al Botafogo

Nel 1967 Jairzinho chiese e ottenne il cambio di maglia: dalla mitica numero 7 alla 10. Forse voleva dimostrare di non essere semplicemente l’erede di Manè, ma di essere Jairzinho. Cambiò anche ruolo, passando dalla fascia alla posizione centrale di mezzapunta-trequartista, che era quella che preferiva. Spesso però gli allenatori lo schieravano come centravanti per sfruttare al massimo il suo potenziale offensivo.

Giocava in un Botafogo che, pur non avendo più la leggendaria rosa degli anni ’50 e primi ’60, rimaneva di altissimo livello. Oltre a Jairzinho, c’erano Gerson, Alfonsinho, la forte ala sinistra Paulo Cesar Lima e Paulo Cesar Cajù. Quella squadra vinse la Taça Brasil del 1968 (la coppa del Brasile), che all’epoca aveva un valore enorme: non esisteva ancora il brasileirao, solo il Rio-São Paulo tra i club carioca e paulisti, mentre la coppa Brasil era l’unico torneo nazionale.

Il Botafogo conquistò anche due titoli consecutivi dell’Estadual (il campionato dello stato di Rio) nel 1967 e 1968, e in quegli stessi anni la neo-nata Taça Guanabara, una sorta di coppa statale. Vinse anche un Rio-São Paulo. I tifosi del fogao ricordano con particolare piacere la partita del 1972, quando il Botafogo travolse l’arcirivale Flamengo per 6-0, con tre gol di Jairzinho.

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Jairzinho nella breve parentesi francese con il Marsiglia

L’avventura europea e il ritorno in Brasile

Nel 1974, nonostante un ricco contratto, Jairzinho lasciò il Brasile. Voleva un’esperienza professionale e di vita all’estero, così accettò l’offerta dell’Olympique Marsiglia. In Francia però faticò ad ambientarsi e il suo carattere fumantino lo portò a un episodio spiacevole: aggredì un guardalinee che lo aveva fermato per un fallo inesistente. Dopo solo un anno tornò in Brasile, a 31 anni.

La destinazione fu Belo Horizonte, al Cruzeiro. Con il club degli italiani del Minas Gerais vinse uno Estadual Mineiro e soprattutto una Libertadores nel 1976. Dopo due anni e 31 gol, lasciò la raposa e, ormai verso la fine della carriera, cercò nuove esperienze all’estero: prima in Venezuela con il Portuguesa de Acarigua (dove arrivò sorprendentemente in semifinale di Libertadores), poi in Bolivia al Wilsterman, e una parentesi a San Paolo nel Noroeste di Bauru.

Nel 1981 tornò al Botafogo per chiudere definitivamente la carriera. In totale, per i bianconeri segnò 186 gol.

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Mondiali 1974: Jairzinho nel match contro lo Zaire

México ’70: l’Uragano che fece storia

In nazionale, Jairzinho collezionò oltre 100 presenze, di cui 82 in partite ufficiali. Il suo momento più glorioso furono i Mondiali del 1970 in Messico. Dovette tornare al vecchio ruolo di ala destra, perché al centro c’erano già Pelè, Tostão e Gerson. Non importò: Jairzinho segnò due gol all’esordio contro la Cecoslovacchia e poi andò in rete in tutte le altre cinque partite del torneo, compresa la storica finale vinta 4-1 contro l’Italia.

La partita più dura fu la semifinale contro l’Uruguay, finita 3-1. Gli uruguayani giocarono in modo autenticamente violento, con falli cattivi continui nel tentativo di intimidire i brasiliani. Jairzinho fu colpito ripetutamente da Mujica, ma grazie alla sua resistenza fisica ed equilibrio riuscì sempre a superarlo, oltre che a segnare.

In totale realizzò 7 gol in 6 partite in quel Mondiale, guadagnandosi il soprannome di Furacão, l’“Uragano”. Con la nazionale canarinha vinse anche la Minicopa del 1972, segnando il gol partita in finale contro il Portogallo.