1970 – Riva: “Felici e perdenti”

Riviviamo attraverso le parole di Gigi Riva le emozioni e le attese del mondiale messicano del 1970. «Nella finale — ricorda Gigi — fummo sconfitti dal Brasile. Ma soltanto dopo il trionfo dell’Italia nel 1982 in Spagna ho capito cosa avevamo perso: una gioia di proporzioni incalcolabili»

1970: in quei tempi il football italiano stava attraversando una delle sue periodiche mutazioni storiche. I «bradisismi» tattici maturati a metà fra l’abortita «primavera di Fabbri» (immeritatamente naufragata contro il cinismo di un odontotecnico orientale) e l’avara praticità della «grande Inter» di Helenio Herrera, aveva portato ad un «gruppo» e ad una nuova filosofia tanto forti e credibili da permettere alla Nazionale di conquistare addirittura il campionato europeo.

Ma sul valore reale di quella nuova squadra, pendeva comunque un «equivoco» (se ci si passa una definizione probabilmente più audace che inedita) che si chiamava Gigi Riva, ovvero uno dei pochi grandissimi del calcio  in grado di cambiare da solo il volto e l’efficacia di un team. Era Riva, in effetti, a fare grandissima una Nazionale già grande (e forte dei vari Burgnich, Facchetti, Domenghini, Mazzola, Rivera, ecc…) o era la Nazionale a valorizzare al massimo le doti del «bomber» per eccellenza del calcio italiano?

La critica di allora, travolta da tanto benessere, era prudente e divisa, anche se la caparbietà con cui Riva stava trascinando — quasi da solo (e ci sarebbe pure riuscito) — il «piccolo» Cagliari al suo primo e unico scudetto, faceva pendere l’ago della bilancia verso la teoria dell’«insostituibilità» in azzurro del Gigi nazionale.

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ATTESA

Ai Mondiali messicano del 1970 tutto il mondo calcistico era capillarmente rappresentato in Messico: al potente blocco europeo forte, fra l’altro, di Germania e Inghilterra ultime due finaliste, faceva eco un agguerritissimo schieramento americano con Argentina e Uruguay (appena laureatosi campione del continente) bramosi di riscattare le ingiustizie inglesi e un Brasile mai cosi in forma dopo la doppia conquista della «Rimet».

«Il sorteggio –  ricorda Riva – non ci rese particolarmente felici, temevamo la Svezia ( al punto da intuire che ci saremmo giocati tutto proprio nella partita inaugurale che la vedeva opposta a noi), ci preoccupava molto il confronto contro un Uruguay duro, “cattivo” e storicamente molto pericoloso. Ci tranquillizzava solo la partita con Israele, ma alla prova dei fatti ci saremmo accorti che quello strano avversario era tutt’altro da sottovalutare. Eravamo comunque piuttosto desiderosi di rimettere in un ambito ancora più prestigioso il nostro titolo europeo del 1968 ed eravamo soprattutto abbastanza euforici dopo aver conquistato il “passaporto” mondiale in maniera piuttosto perentoria» (un «passaporto», va ribadito, per il quale Riva aveva contribuito in maniera determinante segnando ben sei delle dieci reti con qui l’Italia, nelle quattro partite del suo girone aveva eliminato il Galles e la Germania Orientale n.d.r.).

«Alla fine del ’69 ero già… Gigi Riva. Avevo vinto (forse non ancora all’apice delle mie possibilità) il titolo europeo, avevo già cinque campionati di Serie A sulle spalle, avevo già al mio attivo anche una classifica cannonieri (e stavo per vincere la seconda, unitamente allo scudetto). Nel ’66 Fabbri mi aveva portato come “ventitreesimo” ai Mondiali d’Inghilterra, aggregandomi al gruppo come premio ed incentivo per il futuro. Forse, in quel momento, non meritavo di più, ma mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe potuto cambiare se avessi avuto la possibilità di scendere in campo in quegli sfortunatissimi Campionati. La Nazionale per Messico ’70 era già fatta all’80 per cento. Valcareggi aveva in parte smantellato e in parte conservato: c’era qualche incertezza fra Zoff e Albertosi (ma il campionato vinto dal Cagliari avrebbe rilanciato definitivamente Ricky). Forse Salvadore sembrava ancora favorito rispetto a Cera per il ruolo di libero; per il resto eravamo fermi alle solite posizioni di stallo sul “dualismo” Rivera-Mazzola al cui alternarsi e alla cui “convivenza” erano legate le uniche polemiche dell’epoca. Di certo la nostra era una Nazionale all’apice della sua evoluzione. Il resto, come si ricorderà, lo avrebbero fatto i forzati ritocchi dell’ultimissima ora, con Prati e Boninsegna convocati in extremis per l’inatteso contrattempo capitato ad Anastasi che doveva partire come sicuro centravanti titolare (e la sua esclusione finì col coinvolgere anche il povero Lodetti che venne richiamato in Italia quando già era partito per il Messico)».

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RESPONSABILITA’

«Ma torniamo al giugno 1969, allorché la Federazione allestì una tournée proprio in Messico per permetterci di sperimentare l’allora inedita realtà delle partite “in altura”. La tournée (due incontri contro la Nazionale di casa) diede buoni esiti, anche perché venne adottata la tattica della “toccata e fuga”, cioè dell’arrivo “all’ultimo momento”. Ben diverso, purtroppo, sarebbe stato lo stress e il logorio nervoso del successivo ritiro “vero” che durò tre settimane: ricordo che, almeno, per me, i Mondiali non cominciarono mai e più passavano i giorni e più mi pesava la spaventosa responsabilità che mi era stata attribuita, al punto che (complice anche una marcatura al limite del codice penale nella partita con la Svezia), cominciai i Campionati davvero in sordina. Poi, col primo gol (che arrivò nei quarti di finale contro il Messico) mi rinfrancai e ritrovai un buon rendimento. Per il calcio italiano quella del ’70 era un’edizione quasi “vitale”: nel senso che erano la bellezza di 32 anni (cioè dal campionato vinto nel ’38) che la nostra nazionale — incredibilmente — non superava il primo turno eliminatorio. Andando a ritroso (’66, ’62, ’58 in cui addirittura non ci qualificammo per i Mondiali, eccetera) avevamo rimediato una sequenza di figuracce che ora possono sembrare quasi assurde: per questo stava a noi rompere finalmente il ghiaccio per riportare in auge la nostra scuola. Per questo, stava soprattutto a me fare tanti gol. E “parlare” solo con quelli».

CONVOCATI

«Per fortuna il campionato mi diede e ci diede poche preoccupazioni. Guidammo la classifica ininterrottamente dalla quinta giornata all’ultima, finendo col vincere lo scudetto tre o quattro domeniche prima del termine. Eppure, proprio nel dicembre del ’69 — ovvero alla vigilia del sorteggio mondiale — il Cagliari attraversò il suo periodo più difficile, raccogliendo un solo punto nelle partite con due squadre (Palermo e Bari) che poi sarebbero retrocesse. Ma in gennaio eravamo già rilanciati: in primavera, pur nell’euforia di quell’avvenimento storico, anche noi del Cagliari cominciammo a concentrarci per il Mondiale. E i ‘‘cagliaritani’’ che sarebbero andati in Messico — forse pochi lo ricordano — erano addirittura sette, più degli stessi interisti o dei milanisti. Di juventini ne sarebbe stato convocato uno solo, Furino. I nostri nomi? Eccoli qua: Albertosi, Cera, Niccolai, Poletti, Domenghini, Gori e, se permettete, Gigi Riva».

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SPERANZE

«Non ricordo molto bene quali fossero le reali aspettative dell’epoca. Ricordo solo quanto l’opinione pubblica — e lo devo ripetere sino alla noia — mi avesse “caricato” di responsabilità. Io non avevo i grandi giornali di Roma o di Milano che mi difendevano: io potevo — anzi dovevo — far gol e basta. Una volta che a Napoli, contro la Turchia, dopo 20 partite in Nazionale e 24 gol fatti incappai in una giornata storta, il pubblico del San Paolo mi insultò a sangue e i giornali me ne scrissero di tutti i colori. Comunque, a parte queste citazioni personali, rammento che più o meno si faceva questo ragionamento prima di partire per il Messico: ancora una volta ci saranno quattro “scuole” in grado di contendersi il titolo, quella brasiliana, quella tedesca, quella inglese e ora — nuovamente — anche quella italiana. Chi troverà il “mix” migliore di forma e di fortuna avrà la Rimet in tasca. E noi, quel “mix” lo trovammo fino a venti minuti dalla fine del Mondiale quando, forse ormai troppo stanchi, ci lasciammo travolgere dal Brasile. Che, fra l’altro, la Coppa Rimet la vinse sul serio: nel senso che finì col portarsela a casa definitivamente. A noi rimase la gloria della cosiddetta “finale morale” con la Germania: a Pelè e compagni la gloria ben più concreta del titolo. E a questo proposito devo farvi una “rivelazione”: solo nell’82, assistendo alla finale di Madrid mi sono reso conto di che cosa avevo — avevamo — perduto non sapendo cogliere quell’occasione per tanto tempo mai più ripetuta. I brividi nella schiena che ho provato tenendo per mano Nicola e Mauro, i miei bambini, mi hanno dato la misura di ciò che per un calciatore può voler dire essere o non essere campione del mondo».

Intervista di Marino Bartoletti – Dicembre 1985