Dalla provincia di Valdagno ai trionfi in bianconero, la storia di un portiere che aveva fatto della semplicità la sua forza più grande.
Tra i pali della Juventus degli anni ’60 spiccava una figura tanto essenziale quanto efficace: quella di Roberto Anzolin. Niente acrobazie spettacolari o gesti teatrali, ma una presenza solida come una roccia che ha segnato un’epoca di cambiamenti per il club bianconero. Nato in una modesta realtà di provincia, Anzolin ha scalato le vette del calcio italiano portando con sé la genuinità delle sue origini. Il suo modo di stare in porta rispecchiava il suo carattere: schietto, diretto, senza fronzoli. Un guardiano silenzioso ma determinante, che ha scritto il suo nome nella storia del calcio italiano non con gesti eclatanti, ma con quella costanza e quella sicurezza che solo i grandi sanno garantire. E’ il racconto di chi ha fatto della semplicità una virtù, dimostrando come si possa raggiungere l’eccellenza senza perdere la propria essenza.
Gli inizi a Valdagno
Nato il 18 aprile 1938 a Valdagno, cittadina della provincia di Vicenza, figlio di operai – il padre Bruno, ex mediano di calcio e reduce dalla prigionia in Germania, e la madre Lina che lavorava nello stabilimento Marzotto – Roberto crebbe con due fratelli: uno maggiore, Bruno, che come il padre giocava mediano, e una sorella minore, Margherita.
La sua infanzia fu segnata dai sacrifici del dopoguerra, quando si giocava a calcio nei cortili con palloni fatti di carta di giornale arrotolata e legata con lo spago, rischiando di farsi male sui sassi. A differenza della tradizione familiare dei mediani, Roberto si appassionò subito al ruolo di portiere, un “dono di natura” come lui stesso lo definì. Fin da piccolissimo, infatti, scelse di difendere i pali, un ruolo che non avrebbe mai più abbandonato.
L’ascesa nel calcio professionistico

La carriera di Roberto Anzolin iniziò nel Marzotto Valdagno, dove ebbe la fortuna di essere seguito da Gianbattista Servidati, portiere della prima squadra che divenne il suo mentore. Servidati gli insegnò tutti i segreti del mestiere, dalle tecniche di posizionamento alla presa della palla, diventando una figura fondamentale nella sua formazione.
Sotto la guida di Servidati, Anzolin si distinse in Serie B mostrando un talento naturale per il ruolo. La sua crescita fu così rapida che nel 1959, a soli 19 anni, arrivò la grande occasione: il Palermo lo acquistò, superando la concorrenza del Milan. Il trasferimento segnò l’inizio della sua avventura nel grande calcio.
A Palermo, Anzolin venne sistemato nelle stanze ricavate per gli scapoli vicino alla tribuna della Favorita. Condivideva la camera con Carpanesi, mentre Toros gli faceva da fratello maggiore. Il suo esordio a Bari fu sfortunato, con un autogoal di Bernini, ma si rifece presto: nella partita contro la Juventus parò tutto, compreso un rigore a Cervato, cedendo solo a un gol di Sivori in fuorigioco di cinque metri.
L’insegnamento di Servidati si rivelò prezioso in quegli anni di crescita, e le prestazioni di Anzolin al Palermo furono così convincenti da attirare l’attenzione della stessa Juventus, che lo avrebbe acquistato di lì a poco, segnando l’inizio della sua consacrazione nel calcio italiano.
L’era juventina

Nel 1961, a 23 anni, Anzolin approdò in bianconero in un momento di profonda transizione per il club. Il suo arrivo coincise con lo smantellamento della squadra del dodicesimo scudetto: Boniperti aveva smesso di giocare, Cervato e Colombo non erano più il centromediano e il mediano sinistro, mentre Sivori, pur presente, mostrava segni di declino. Anche la situazione dei portieri era in evoluzione, con l’addio di Mattrel e Vavassori.
Il suo debutto in bianconero avvenne il 27 agosto 1961 al Comunale, in una partita che già prefigurava le difficoltà della stagione: un deludente 1-1 contro il neopromosso Mantova. La squadra attraversò un’annata complicata, subendo pesanti sconfitte come il 5-1 contro il Milan e il clamoroso 4-2 interno contro il Palermo. La Juventus chiuse al dodicesimo posto, il peggior piazzamento della sua storia fino a quel momento.
Nonostante i risultati deludenti della squadra, Anzolin non venne mai messo in discussione. Il suo stile sobrio ed efficace si adattava perfettamente alle necessità della squadra in ricostruzione. Non era un portiere incline alle parate spettacolari o agli show personali, preferendo invece un gioco basato sul posizionamento e sulla sicurezza degli interventi.
La svolta arrivò nella stagione successiva con l’arrivo dell’allenatore brasiliano Amaral, che riportò la squadra su livelli più consoni alla sua storia. Anzolin si trovò a competere nuovamente con Mattrel, tornato dal prestito al Palermo, ma alla fine riuscì a imporsi come titolare, disputando 19 partite in campionato e contribuendo al secondo posto finale. Era l’inizio di un’era che lo avrebbe visto protagonista per quasi un decennio tra i pali bianconeri.
I successi in bianconero

Durante la sua permanenza alla Juventus, Anzolin raggiunse due traguardi fondamentali: la conquista della Coppa Italia nel 1965 e dello scudetto nel 1967. La finale di Coppa Italia, disputata il 29 agosto 1965 a Roma contro l’Inter, si concluse con una vittoria per 1-0 grazie al gol di Menichelli in apertura. La partita fu caratterizzata da una strenua difesa bianconera e dalle parate decisive di Anzolin, che confermò il suo stato di forma eccezionale.
Ma fu lo scudetto del 1967 a rappresentare il punto più alto della sua carriera juventina. Quella stagione fu memorabile: la Juventus, sotto la guida di Heriberto Herrera, si trovò a inseguire l’Inter per gran parte del campionato. Il duello si risolse solo all’ultima giornata, quando i nerazzurri persero a Mantova e la Juventus superò la Lazio, conquistando il titolo con un punto di vantaggio: 49 punti contro 48.
La difesa juventina di quella stagione fu formidabile, subendo solo 19 reti in 34 partite. Anzolin formava con Castano e Bercellino un reparto difensivo quasi invalicabile. Il portiere veneto fu l’unico giocatore della squadra a disputare tutte le 34 partite di campionato, a testimonianza della sua affidabilità e del suo ruolo chiave nel trionfo bianconero.
La nazionale sfiorata

Nonostante le sue eccellenti prestazioni in bianconero, la carriera di Anzolin in nazionale fu sorprendentemente limitata. Collezionò una sola presenza con la maglia azzurra, il 29 giugno 1966, nell’ultima partita prima dei Mondiali in Inghilterra, quando subentrò nella ripresa ad Albertosi in un match contro il Messico vinto 5-0.
Tre fattori principali condizionarono la sua carriera in nazionale. Il primo era legato al suo stile di gioco, considerato troppo sobrio e poco spettacolare per i gusti dell’epoca. Il secondo era dovuto al fatto che l’Inter di Herrera, dominante in quegli anni, forniva quasi sempre l’intero blocco difensivo alla nazionale. Il terzo, e forse più significativo, era l’eccezionale concorrenza: Anzolin si trovò a competere con portieri del calibro di Giuliano Sarti, Enrico Albertosi, Lorenzo Buffon e Dino Zoff.
Come lui stesso ammise anni dopo, il suo carattere schietto e la tendenza a dire sempre quello che pensava non lo aiutarono nella carriera azzurra. Fu convocato per i Mondiali del 1966 in Inghilterra, ma solo come terzo portiere, senza mai scendere in campo. L’anno successivo, nonostante avesse vinto lo scudetto con la Juventus risultando uno dei portieri meno battuti del campionato, venne convocato solo per sostituire l’infortunato Negri del Bologna.
In totale, Anzolin collezionò 34 presenze tra Nazionale Under, Nazionale B e maggiore, un bottino certamente modesto per un portiere del suo valore.
Gli ultimi anni di carriera

Nel 1970, a 32 anni, Anzolin lasciò la Juventus dopo 230 presenze in Serie A con la maglia bianconera. Il suo addio faceva parte di un’altra rigorosa campagna di ringiovanimento del club, voluta dal neo Presidente Boniperti. Si trasferì all’Atalanta in Serie B, dove dimostrò di essere ancora un portiere di altissimo livello, stabilendo il record di imbattibilità del campionato con 792 minuti senza subire reti. Le sue prestazioni furono determinanti per la promozione dei bergamaschi in Serie A, ottenuta grazie al secondo posto in classifica dopo 36 partite.
Successivamente, Anzolin tornò nella sua terra d’origine per vestire la maglia del Lanerossi Vicenza in Serie A. Qui trascorse due stagioni come secondo portiere, collezionando comunque 12 presenze nella massima serie. La sua carriera proseguì poi con le esperienze al Monza, al Riccione e al Casale.
L’ultima apparizione sul campo fu particolarmente significativa: a 40 anni, il Valdagno lo chiamò per sostituire il portiere titolare infortunato. In quella stagione di Promozione, Anzolin dimostrò di non aver perso il suo tocco magico, subendo solo 4 reti in 26 partite.
L’uomo oltre il calciatore

Dopo il ritiro dal calcio giocato, Anzolin rimase nel mondo del calcio come allenatore, dedicandosi principalmente alla formazione dei giovani portieri. Iniziò la sua attività di allenatore nel settore giovanile del Lanerossi Vicenza e conseguì il patentino di allenatore di seconda categoria. Tentò anche l’esperienza come allenatore di prima squadra, ma la sua avventura sulla panchina del Gorizia si concluse in modo amaro: venne esonerato nonostante la squadra fosse prima in classifica con sei punti di vantaggio sulla seconda.
Decise allora di concentrarsi sull’insegnamento ai giovani portieri, attività che gli dava grandi soddisfazioni. Nel suo lavoro con i ragazzi, Anzolin enfatizzava l’importanza della tranquillità, del corretto posizionamento e della tecnica di presa della palla. Insegnava ai suoi allievi a non respingere sempre il pallone, come vedeva fare troppo spesso nel calcio moderno, ma a trattenerlo quando possibile. Si dedicò particolarmente ai Pulcini della Nuova Valdagno, tornando così alle origini della sua carriera e trasmettendo la sua esperienza alle nuove generazioni della sua città natale, dove morirà il 6 ottobre 2017.