La storia di Lido Vieri, portiere di Piombino che sognava il mare e finì per navigare sui campi di calcio, da campione.
Piombino non è mai stata una città gentile. È un promontorio di ferro e di vento, piantato sulla costa toscana di fronte all’Isola d’Elba, dove per generazioni gli uomini hanno avuto due strade: la fabbrica o il mare. La Magona d’Italia prima, gli altiforni dell’Ilva poi, avevano inghiottito il vecchio borgo di pescatori e l’avevano sputato fuori come città operaia, dura, tutta ciminiere e turni massacranti. Trentamila abitanti in epoca fascista, quasi tutti legati a doppio filo con l’acciaio. È qui, in mezzo a questo odore di fuliggine e salsedine, che il 16 luglio 1939 nacque Lido Vieri. E se la storia del calcio italiano se ne sarebbe accorta parecchi anni dopo, il destino aveva già cominciato a lavorare.
Il padre, Marzio, era un ex pescatore di Portoferraio riconvertito a impiegato delle ferrovie. La madre, Carmela, portava nel sangue radici spagnole e la tempra delle donne elbane. Lo chiamarono Lido per volere del parroco, che si oppose al nome Nilo scelto dal padre. Un destino scritto nel nome: il lido, la riva, il confine fra terra e mare. E in effetti, per tutta la vita, Lido Vieri avrebbe camminato su quel confine – tra la vocazione del mare e la passione del calcio.
La Piombino degli anni Quaranta era una città ferita. I bombardamenti alleati avevano raso al suolo gli stabilimenti siderurgici, considerati strategici dal comando tedesco. Il 10 settembre 1943, la Battaglia di Piombino era diventata una delle prime pagine della Resistenza italiana. Eppure, in quella città di macerie e di polvere di ferro, quel ragazzino cresceva sognando l’oceano. «Io sono diventato portiere per caso, il mio sogno era andare per mare», racconterà molti anni dopo. «Quand’è arrivata l’offerta del Torino avevo già tutte le carte in regola per imbarcarmi come mozzo su un mercantile che da Genova andava in Brasile».
Ma il destino passerà da un piatto di cinghiale alla maremmana. In un ristorante sull’Aurelia, da Otello, si incontrano per caso il dottor Lievore, responsabile del settore giovanile del Torino, e il dottor Biagi, farmacista e presidente del Venturina, la squadretta dove il giovane Lido parava con l’istinto dei predestinati. «Prenda quel Vieri, è una forza della natura». Il dirigente granata non se lo fece ripetere.
L’approdo in granata

Aveva quindici anni Lido Vieri quando, nel 1954, salì su un treno diretto a Torino. Lasciava Piombino, il mare, i sogni da mozzo, e raggiungeva una città che ancora piangeva i suoi morti. Il Grande Torino era scomparso nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949, e la società granata cercava disperatamente giovani talenti su cui ricostruire. Vieri era uno di quei ragazzi: ruvido, atletico, con mani da pescatore e riflessi da felino.
Nelle giovanili imparò il mestiere, poi fu spedito in prestito al Vigevano in Serie C per farsi le ossa. A diciotto anni, il 21 settembre 1958, arrivò il debutto in Serie A: Torino-Alessandria 6-1, con l’allenatore Federico Allasio, padre della celebre attrice Marisa. In mediana giocava Enzo Bearzot, il futuro commissario tecnico campione del mondo. «Per me non è stata una sorpresa quando nel 1982 ha vinto il mondiale da Ct. Era nato per fare l’allenatore. L’ho conosciuto in campo: lui capitano granata, io giovane emergente. Era uno psicologo eccezionale».
Da quel giorno, Vieri difese la porta del Toro per undici stagioni consecutive, collezionando 357 presenze. Non si infortunava quasi mai, difensore inossidabile di una retroguardia rocciosa. Nella stagione 1961-62 vinse il Premio Combi come miglior portiere della Serie A, riconoscimento che ne consacrò il talento. Ma fu il triennio sotto la guida di Nereo Rocco a lasciare il segno più profondo. «Per me stravedeva tanto che al suo rientro al Milan, quando il Torino mi cedette all’Inter, mise in giro la voce che avevo la schiena a pezzi soltanto perché non voleva che finissi con la concorrenza».

I tifosi lo ribattezzarono Pinza, lo stesso soprannome del leggendario Bodoira che aveva preceduto Bacigalupo tra i pali granata. Un nome che portava con orgoglio: «Ero un portiere istintivo, freddo, lucido, che bloccava la palla senza respingerla. Paravo a mani nude, con i guanti di lana solo nei giorni di pioggia». Accanto a lui, nello spogliatoio granata, arrivò presto un altro piombinese: Aldo Agroppi, centrocampista combattivo, concittadino e fratello d’anima. Piombino e Torino, gemellate dall’acciaio e dal pallone.
Nel 1968, il Torino conquistò la Coppa Italia, e Vieri fu protagonista della cavalcata. Quel trofeo, unito al suo Premio Combi e alle 357 presenze – che ne fanno tuttora il quinto calciatore granata per numero di gare nella storia del club – racconta di un legame viscerale. Il Toro era famiglia: «Chi non ha indossato quei colori e quella maglia non lo può capire».
Lo scudetto nerazzurro

Nell’estate del 1969, il presidente Pianelli decise di cedere Vieri all’Inter per sistemare i conti del Torino. La reazione del portiere fu devastante: «Spaccai a pugni la porta dello spogliatoio. Non volevo andarci anche se prendevo cinque volte di più di quanto mi davano i granata». Si mise a piangere, lui, l’uomo dal temperamento d’acciaio, il marinaio che non temeva le tempeste.
Eppure, a Milano, Vieri trovò la consacrazione definitiva. Con la maglia nerazzurra conquistò lo scudetto nella stagione 1970-71, la famosa prima stella dell’Inter, rimontando i cugini rossoneri sotto la guida di Giovanni Invernizzi. «Con la Beneamata vinsi lo scudetto numero 10 in rimonta e con quattro punti dai rossoneri. I festeggiamenti? Una cena con i dirigenti. Tra i campioni dell’Inter ricordo con affetto Facchetti, un vero atleta». In quella stagione, Vieri stabilì un record che sarebbe rimasto nella storia del club: 685 minuti consecutivi senza subire gol, una muraglia impenetrabile che solo Ivano Bordon riuscirà a superare anni dopo.
Con l’Inter totalizzò 199 presenze: 140 in campionato, 36 in Coppa Italia, 23 nelle coppe europee. Numeri imponenti per un portiere che, nonostante il dolore per l’addio al Toro, seppe reinventarsi e diventare leader anche in una squadra già ricca di campioni come Suarez, Mazzola, Facchetti e Burgnich. A Bordon, il giovane portiere destinato a raccoglierne l’eredità, fece da maestro generoso: «Un ragazzo squisito, Ivano. Mi imitava, mi seguiva, partecipava. È diventato un grande e mi ha sostituito».
Per molti anni giocò con il mignolo della mano rotto, legato all’anulare con un bendaggio rudimentale. Non volle mai ingessarlo: «Mi avrebbe fatto perdere tempo e io non volevo perdere neppure una partita. Quando sul dito arrivavano le pallonate erano dolori, ma sempre meno del dolore che avrei provato se fossi rimasto in panchina».
L’azzurro, il Messico e… la figlia del vicepresidente

La carriera in Nazionale di Lido Vieri è un paradosso meraviglioso: campione d’Europa nel 1968, vicecampione del mondo nel 1970, senza aver mai visto non il campo ma neppure la panchina. Terzo portiere dietro ai mostri sacri Enrico Albertosi e Dino Zoff, esordì il 27 marzo 1963 nella vittoria per 1-0 in Turchia e collezionò appena quattro presenze in maglia azzurra. Ma non gli importava granché: «Non m’importava nulla di giocare in Nazionale, e lo dicevo anche. Per me convocazioni, ritiri, trasferte di un mese e mezzo equivaleva a togliermi il mare».
Al Mondiale messicano del 1970, però, gli capitò un’avventura degna di un film. Lui in Messico non ci voleva nemmeno andare: «Lo dissi a Valcareggi, a zio Uccio, che conoscevo dai tempi di Piombino: che ci vengo a fare? Avete già Albertosi e Zoff. Avevo già la barca pronta per andare a pescare a Montecristo». Ma il ct Ferruccio Valcareggi – che era stato giocatore del Piombino quando Vieri faceva il raccattapalle – lo convocò lo stesso e gli concesse una sorta di libera uscita. File di tifose assediavano l’albergo della squadra. Valcareggi gli disse di occuparsene. Lui se ne occupò a modo suo: notò una ragazza bruna che girava su una Mustang rossa. Si chiamava Graciela, e la sua casa era una specie di castello con un giardino immenso e militari all’ingresso. Era la figlia del vicepresidente della Repubblica del Messico – non della federcalcio, come precisava Vieri ridendo. Non aveva neppure l’età per la patente, ma guidava lo stesso. Per due settimane Lido entrò e uscì da quella villa a tutte le ore. Un pomeriggio, scoperta una sala cinematografica privata con poltroncine comodissime, invitò l’intera squadra azzurra a vedere un film italiano. Come raccontò a Gianni Mura su Repubblica: «Fu bello tutto, e non dolorosa la partenza, sapevamo tutti e due perché era cominciata e quando sarebbe finita».
Gli ultimi ruggiti e la seconda vita

Quando nel 1976 l’Inter gli preferì definitivamente il giovane Bordon, Vieri aveva 37 anni ma il fisico di chi non ha mai smesso di allenarsi. Scese in Serie C con la Pistoiese, guidata da Bruno Bolchi – un altro cuore granata, suo compagno ai tempi del Toro – e contribuì alla promozione in Serie B nella stagione 1976-77. Rimase a Pistoia fino al 1980, ritirandosi a 41 anni, quasi come Dino Zoff: due leggende con la stessa ossessione per il pallone.
La carriera da allenatore fu meno luminosa, ma non meno intensa. Guidò la Pistoiese in Serie A nella stagione 1980-81, poi si spostò tra le panchine della Terza Serie: Siracusa, Massese, Juve Stabia, Carrarese. Ma il suo capolavoro fu come preparatore dei portieri al Torino, dove tornò per amore e dove restò fino al 2005. Sotto la sua guida crebbe Luca Marchegiani, che lo definì fondamentale per la propria maturazione tecnica. Subentrò più volte come allenatore ad interim tra il 1994 e il 1997, ogni volta che il mister titolare veniva esonerato. Il marinaio tornava sempre a casa.
Nel febbraio 2006, come personaggio simbolo dello sport torinese, sfilò allo Stadio Olimpico durante la cerimonia d’apertura dei XX Giochi Olimpici Invernali. Oggi vive a Bagnara Calabra, affacciato sul Tirreno, lontano dai riflettori ma vicino al mare che non ha mai smesso di amare. Nel novembre 2024, a 85 anni, ha ricevuto a Vibo Valentia il Premio Sportivo Salvatore La Gamba, ennesimo riconoscimento di una carriera straordinaria.
L’ultimo sguardo sul mare

Dalla sua casa calabrese, con gli occhi rivolti al Tirreno, Lido Vieri osserva il calcio contemporaneo con il distacco affettuoso di chi ha vissuto un’altra epoca. Non gli piace ciò che vede: «Si gioca in un fazzoletto: o tutti in difesa o tutti all’attacco. Le qualità dei singoli si perdono in uno stucchevole giropalla che annoia». E sul ruolo del portiere moderno, il suo giudizio è impietoso: «Deve partecipare all’azione, impostare coi piedi, scambiare con i difensori in area. Le mani sono diventate un optional».
Lui, che parava a mani nude e bloccava ogni pallone con la sicurezza di un artigiano, che usciva fin sul dischetto del rigore a respingere di pugno, che vedeva nel portiere un capitano di nave – solo, responsabile, ultimo baluardo – non si riconosce nei numeri uno di oggi. Ma non c’è amarezza nelle sue parole, solo la consapevolezza serena di chi ha vissuto il calcio come avventura totale. Figlio di pescatori, quasi mozzo, portiere per caso, campione d’Europa per destino. Lido Vieri resta ciò che è sempre stato: un marinaio che ha scelto la porta invece dell’oceano, e che in fondo ha navigato lo stesso, su campi di calcio trasformati in distese d’acqua dalla sua immaginazione di ragazzo di Piombino.