GARELLA Claudio: il portiere che parava senza mani

Portiere anomalo e deriso, parava con piedi, ginocchia e cuore. Vinse due scudetti impossibili con Verona e Napoli, trasformando ogni difetto in leggenda.

Ci sono carriere che somigliano a romanzi di formazione, e altre che sembrano favole strappate al libro delle meraviglie. Quella di Claudio Garella appartiene senza esitazione alla seconda specie. È la storia di un brutto anatroccolo andersiano che diventa cigno senza però smettere mai del tutto di essere anatroccolo; la parabola di un Don Chisciotte fra i pali che, impugnati i guanti come lance, prende d’assalto i mulini a vento del calcio — le grandi piazze fortificate, le dinastie intoccabili — e contro ogni probabilità li abbatte. Due scudetti in tre anni, entrambi vinti con squadre vergini di tricolore: Verona nel 1985, Napoli nel 1987. Numeri da fiaba calviniana, pagine degne del Barone rampante, dove Cosimo Piovasco di Rondò sceglie di vivere in cima agli alberi e proprio da quell’angolatura assurda finisce per conquistare il mondo. Perché la vicenda di Garella, come certa grande letteratura, si regge su un paradosso elementare: più è improbabile, più diventa vera.

Torino, 16 maggio 1955. Claudio Garella nasce in un Piemonte che non è terra per fronzoli. A contare è la sostanza, non l’apparenza: il vino buono non ha bisogno di etichette vistose, il lavoro ben fatto non chiede applausi. Claudio cresce con questa filosofia silenziosa, in una famiglia semplice che vive a Borgaro Torinese, piccolo comune della cintura nord, porto sicuro che rimarrà tale anche nel pieno della gloria. Nel dicembre del 1984, reduce dalle prime imprese dell’Hellas Verona, corre di notte a Borgaro per assistere alla nascita della seconda figlia Chantal: i giornali locali lo raccontano come un uomo che il lunedì libero vuole spenderlo in famiglia, perché la celebrità non gli ha mai tolto il sapore di casa. La moglie Laura l’ha conosciuta a San Mauro Torinese, e proprio lì tornerà a vivere una volta appesi i guanti al chiodo.

I primi passi granata

Il talento lo porta alla scuola calcio dei granata, nelle giovanili del Torino, la squadra della sua città. È qui che impara il mestiere osservando il «Giaguaro» Luciano Castellini, uno dei portieri simbolo del calcio italiano di quegli anni. La chiamata arriva presto, prestissimo: il 28 gennaio 1973, Claudio ha appena diciotto anni quando Gustavo Giagnoni lo fa entrare al posto di un Castellini infortunato nella sfida contro il Lanerossi Vicenza. Il Toro perde 1-0, ma un ragazzo di Torino ha debuttato in Serie A con la maglia della sua città. Un sogno che molti coltivano, e che pochissimi realizzano.

Ma la strada per diventare un vero numero uno passa per la gavetta. Garella viene ceduto al Junior Casale, in Serie D, dove vince il campionato 1973-74 e dove, tra l’altro, si toglie lo sfizio che ogni portiere sogna: segnare un gol su calcio di rigore. Dedicato a Laura, la moglie. Seguirà il Novara, altra tappa di un lungo apprendistato di provincia tra Piemonte e dintorni. Cronache minori, campi fangosi, tribune spoglie: è la scuola dei piedi, quella che un giorno lo renderà diverso da tutti gli altri.

Paperella: il processo di Roma

Nel 1976 la svolta sembra arrivare con la chiamata della Lazio, scudettata solo tre anni prima. Garella finisce vice di Felice Pulici, ma dopo un anno d’attesa l’arrivo di Luis Vinicio cambia le carte: «Garella per me era uno sconosciuto, un ragazzo promettente che ho trovato qui. Non l’ho fatto acquistare io. Mi ha sbalordito per le sue qualità di scatto e posizione, penso che possa diventare uno dei più forti italiani», dichiara l’allenatore brasiliano, soprannominato «O Lione».

Ma Roma non perdona, e le aspettative pesano come macigni. Dopo una serie di prestazioni altalenanti, arriva la serata da incubo: Lens-Lazio 6-0, Coppa UEFA, novembre 1977. Per Claudio è la gogna. Il giornalista Beppe Viola, in diretta Rai, conia il neologismo che marchierà a fuoco il portiere: le famigerate «garellate», a indicare i suoi errori grossolani. Da Garella a Paperella il passo è breve: gli ultrà laziali lo fischiano, la stampa lo irride, l’Olimpico si trasforma in un tribunale popolare.

«Roma è una piazza veramente difficile, la critica non ti perdona nulla. Dopo quello che mi sta succedendo, sono certissimo di possedere un carattere forte: altrimenti sarei sparito, in senso calcistico, già da un pezzo», dichiarerà pochi mesi dopo. Accanto a lui, a tenerlo emotivamente in piedi, c’è Laura, la moglie sposata a diciannove anni. «Sono venuto via da Roma a 23 anni che non avevo più paura di niente, peggio di così non mi poteva andare», ammetterà più tardi con disarmante sincerità. Un’esperienza che avrebbe spezzato chiunque; a lui, invece, forgia il carattere.

Genova, la Samp e il respiro del mare

La tappa successiva è la Sampdoria, estate 1978. La società non è ancora quella del grande ciclo, è appena in rampa di lancia sotto la guida del presidente Paolo Mantovani, figura che Garella ricorderà sempre con gratitudine. «Genova è la città ideale per giocare a pallone, per esprimere il tuo valore senza problemi, nessuno ti assilla. E Mantovani è un uomo eccezionale», dichiarerà anni dopo. Tre stagioni sotto la Lanterna, in Serie B, lontane dai riflettori e dai titoli dei giornali: sono gli anni della rinascita silenziosa, della riscoperta di sé dopo il trauma capitolino. Un purgatorio necessario per l’uomo che sta per rinascere.

Verona, il miracolo gialloblù

Nell’estate del 1981 Garella segue il percorso di un uomo che sta per diventare decisivo nella sua vita sportiva: Osvaldo Bagnoli. I due approdano all’Hellas Verona in Serie B. Al primo colpo, promozione in Serie A, a braccetto proprio con la Sampdoria. Comincia allora la stagione più favolosa del calcio di provincia italiano: il Verona «operaio» di Bagnoli, con Pierino Fanna, Di Gennaro, Bruni, Sacchetti, Fontolan, Volpati, Marangon, e naturalmente il torinese a custodire la porta gialloblù.

È qui che Claudio rinasce davvero. Il preparatore dei portieri Toni Lonardi lo ricostruisce mentalmente e tecnicamente, sottoponendolo ad allenamenti interminabili. Garella tira fuori l’essenza del suo stile: non bello, ma efficace. Para con i piedi, con la pancia, con un ginocchio, con un gluteo – celebre una deviazione di natica destra in un Verona-Udinese. Diventa il primo portiere italiano davvero abile con il pallone tra i piedi, quando le regole ancora lo consentivano. Una rivoluzione silenziosa, che decenni dopo porteranno sugli scudi i vari Manuel Neuer, Thibaut Courtois, Gianluigi Donnarumma.

Il 1984-85 è la stagione del miracolo. Il Verona vince lo scudetto, precedendo in classifica il Torino di Gigi Radice. La prestazione manifesto di Garella è all’Olimpico contro la Roma, il 21 ottobre 1984: porta inviolata, una serie di interventi decisivi, un 0-0 che rilancia l’Hellas in vetta. Ma la parata più leggendaria è quella su Mark Hateley, che Claudio racconterà così a L’Arena: «Non sono mai uscito così tanto in vita mia. Quando Hateley colpì il pallone mi allungai con tutto me stesso e deviai con le unghie il pallone sul palo, con la palla che mi tornò in braccio. A volte sogno ancora quella parata, in quel gesto c’è tutto il mio scudetto. Il resto l’hanno fatto i miei compagni. Giocatori e uomini eccezionali».

Da Paperella a Garellik

A Verona nasce anche il soprannome che diventerà leggenda. È Valentino Fioravanti, giornalista de L’Arena, a ribattezzarlo Garellik, ispirandosi ai colpi clamorosi di Diabolik. «A me il fumetto piaceva, ne ho letti tanti», racconterà Claudio. La metamorfosi è completa: da brutto anatroccolo deriso dei giornali romani a supereroe dei tifosi scaligeri. La benedizione finale arriva da Gianni Agnelli, che firma l’aforisma più famoso dedicato al portiere: «Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però». Una frase che sembra una presa in giro e che invece è medaglia al valore: perché l’Avvocato non regalava elogi a nessuno, figurarsi a un non bianconero.

Napoli, Maradona e il primo tricolore azzurro

Nell’estate del 1985 bussa alla porta il Napoli di Corrado Ferlaino, che attorno a Diego Armando Maradona sta costruendo la squadra capace di vincere. A volere fortemente Garella è, secondo le cronache, lo stesso Pibe de Oro: la raccomandazione del più grande, un attestato che vale più di mille contratti. Il primo anno si chiude al terzo posto; il secondo entra nella storia. Nella stagione 1986-87 gli azzurri, allenati da Ottavio Bianchi, conquistano il primo scudetto della loro storia e la Coppa Italia. Un doblete riuscito fino a quel momento solo al Grande Torino e alla Juventus.

Garella colleziona 15 porte inviolate su 29 incontri, giganteggiando nella formazione tipo con Bruscolotti, Ferrara, Bagni, Ferrario, Renica, De Napoli, Bruno Giordano, Andrea Carnevale. Il 10 maggio 1987, con l’1-1 contro la Fiorentina al San Paolo, la matematica certezza del tricolore. Napoli esplode, san Gennaro piange di gioia. E Claudio, il torinese silenzioso, si ritrova protagonista in una città che trasforma il calcio in religione popolare.

Degli allenamenti con Diego, racconterà con disarmante umiltà: «I campioni più famosi erano tutti in Italia. Zico, Platini, Falcao, Junior, Rummenigge, Socrates… Ma il numero uno rimaneva lui, Maradona. Mi è dispiaciuto lasciare Verona, ma sognavo di giocare col più grande, e ci sono riuscito. Allenarsi con lui era uno show. Ogni tanto qualcosa prendevo, non so come, e Diego se la rideva. Sono orgoglioso della mia carriera, sono stato il portiere del più grande». Due scudetti in due piazze che non ne avevano mai vinti: un unicum nella storia del calcio italiano.

La rottura, l’Udinese, l’addio al campo

La stagione 1987-88 segna la frattura. Garella, insieme a Bagni, Giordano e Ferrario, finisce nella fronda che chiede alla società la testa di Bianchi. Il club si schiera col tecnico e mette fuori rosa i ribelli. «Il modo in cui ruppi col mister Ottavio Bianchi fu sbagliato», riconoscerà lealmente anni dopo, «e sbagliai anche il 10 settembre ’89, quando commisi un fallaccio su Borgonovo del Milan. Berlusconi si arrabbiò, aveva ragione». Una lealtà rara, quella di ammettere pubblicamente i propri torti: indice di quel carattere schietto, sabaudo e senza fronzoli che l’aveva sempre contraddistinto.

Ha superato i trent’anni quando riparte dalla Serie B con l’Udinese. In Friuli conquista la sua seconda promozione in A e regala perfino un’acrobatica parata in rovesciata contro la Cremonese su punizione di Piccioni. Nel 1990 l’ultimo atto ad Avellino, dove un brutto infortunio lo costringe al ritiro definitivo. Con la maglia della Nazionale non arriverà mai neppure una convocazione: «A quei tempi la concorrenza era forte. Galli, Zenga, Tancredi. Non so se mi spiego». Il grande rammarico di una carriera straordinaria.

Garellik per sempre

Nel dopocalcio, Garella sceglie la strada che gli somiglia di più: i dilettanti torinesi. Allena il Barracuda in Prima Categoria, fa il preparatore dei portieri al Pergocrema, l’allenatore del Cit Turin, il direttore sportivo a Pecetto Torinese, l’osservatore per la Canavese in Serie D. «Il calcio resta una bellissima malattia per me, una passione che non ho minimamente voglia di spegnere solo perché i cosiddetti ‘grandi’ si sono scordati di me. Quando ami una cosa, puoi farla in provincia come a New York, non fa alcuna differenza», dichiara nel 2015 a Calcio News 24.

Si spegne a Torino il 12 agosto 2022, a 67 anni, per complicazioni cardiocircolatorie dopo un intervento al cuore. Quel pomeriggio, al Bentegodi, Verona e Napoli – le due squadre della sua vita – si sarebbero affrontate alla prima giornata di campionato. Un minuto di silenzio, un applauso lungo, l’abbraccio di due tifoserie storicamente rivali riunite nel suo nome. L’ultimo miracolo di Garellik. Quello di un torinese riservato che aveva fatto dell’umiltà il suo scudo e della concretezza la sua arte: un portiere che parava, sì, anche senza mani, ma che con il cuore, quello, ci è sempre stato.

Lascia la moglie Laura e le figlie Claudia e Chantal. E lascia a tutti noi un’idea nuova del ruolo del portiere: quella che l’importante non è parare con stile, ma parare. Punto. «Sono stato un portiere anomalo, nessun allenatore ha cercato di cambiarmi». E per fortuna, aggiungiamo noi. Perché nella sua anomalia stava il suo genio, e nella sua schiettezza torinese la grandezza di un uomo semplice che, con i piedi di un bambino d’oratorio e il cuore di un campione, ha scritto due delle pagine più belle del calcio italiano.