ARAGONES Luis: il grande di Spagna

Luis Aragones

Luis Aragonés nasce il 28 luglio 1938 a Madrid, prossimo alle bordate e ai cannoni della Seconda Guerra Mondiale. Proprio la Spagna è protagonista del palcoscenico europeo nel ’36, quando scoppia la Guerra Civile. Un conflitto intestino che vedrà la partecipazione anche dei regimi totalitari continentali di allora: la Germania di Hitler e l’Italia di Mussolini. Quei mesi lasciano la Spagna in condizioni drammatiche, mentre politicamente nulla cambia: il Generalissimo Francisco Franco resta sulla sua poltrona, che abbandonerà solo alla fine degli anni ’70.

Luis nacque nel quartiere madrileno di Hortaleza (oggi sede del Consiglio comunale della città) e iniziò a praticare calcio nel Collegio Gesuita di Chamartín, dove conseguì il diploma. Figlio di contadini, a 15 anni perse il padre. Fu costretto, oltre allo studio, a lavorare per mantenere la madre e i fratelli, zappando nei terreni della famiglia come contadino. Quando aveva tempo per altro, lo dedicava a giocare a pallone nella squadra del quartiere: il Pinar. La sua passione calcistica dunque, nacque solo per passatempo e non come attività mirata al professionismo. Alcuni osservatori però notarono subito le qualità tecniche e altetiche di quel centrocampista col vizio del gol e a diciassette anni lo portarono al Getafe, allora impegnato in Tercera División (l’equivalente della Serie C1 italiana).

I suoi primi vagiti nel mondo del calcio riscossero successo e Luis iniziò a farsi un nome, tanto che alcuni dirigenti del Real Madrid s’interessarono di lui. Difficile però entrare in quel grandissimo Real, colmo di fenomeni come Raymond Kopa, Ferenç Puskas, Alfredo Di Stéfano e Gento. Iniziò dunque un lungo percorso di cessioni: prima al Recreativo Huelva (all’età di 19), poi all’Herculés e infine all’Oviedo, in Primera División, esordendo l’11 dicembre del 1960. Nella successiva stagione i dirigenti del Real lo accasarono al Betis Siviglia, dove rimase per tre annate. Fu la sua esplosione.

Aragonés divenne l’idolo della tifoseria biancoverde e nella sua ultima stagione a Siviglia, 1963-64, portò il club al terzo posto che valse la prima storica qualificazione dei Béticos a una competizione europea: la Coppa Città delle Fiere (antesignana della Coppa UEFA). Intanto aveva trovato anche il tempo di sposarsi con Maria Josefa, dal quale avrà un totale di cinque figli. Venne poi l’approdo e il ritorno a Madrid, ma stavolta la sponda e la casacca erano quelle rojiblancos dell’Atlético. Fin da subito divenne uno degli elementi di spicco di quella squadra, portandola ai vertici del calcio spagnolo. Tre campionati vinti (più due secondi posti) e due Coppe del Re (rinomata all’epoca come Copa del Caudillo) in poco più di dieci stagioni; oltre 120 reti nella Liga con l’Atlético più le 27 nelle competizioni europee, che ne fanno tutt’ora il miglior cannoniere internazionale nella storia del club.

Fra queste da segnalare una fantastica tripletta al Cagliari, nella Coppa dei Campioni 1970-71, e un’altra alla Juventus, nella semifinale della Coppa delle Fiere 1964-65. Nel suo periodo all’Atlético venne soprannominato come “El sabio de Hortaleza” (il saggio di Hortaleza) e “Zapatones” (Grandi Scarpe, in riferimento al numero del piede, il 44). La delusione più cocente in carriera fu probabilmente l’edizione 1973-74 della Coppa dei Campioni, dove con il suo Atlético giunse sino in finale. Avversario della sfida di Bruxelles, allo stadio Heysel, il Bayern Monaco di Beckenbauer, Gerd Müller e Franz Roth.

Fu una battaglia, nel vero senso della parola. L’Atlético veniva da una stagione molto positiva, chiusa al secondo posto in campionato ad appannaggio del Barcellona. La finale fu giocata sempre sul filo del rasoio e anche il Bayern non sembrò nella sua serata migliore. Dopo le reti bianche dei tempi regolamentari, ci vollero i supplementari per decretare il vincitore. L’Atlético colse la palla al bazlo quando al 114′, su punizione (una delle sue specialità), Aragonés portò i suoi in vantaggio. Sembrava fatta e gli stessi bavaresi portarono avanti attacchi poco ordinati e assai convulsi.

Ma il destino aveva in mente un finale diverso e all’ultimo secondo del 120′, il terzinaccio Schwarzenbeck trovò la conclusione della vita, con un collo destro radente che finì a fil di palo alla destra di un impotente Miguel Reina Santos. Regolamento alla mano, la contesa doveva risolversi con la ripetizione della gara (non erano ancora stati introdotti i calci di rigore). Nel replay il Bayern stravinse 4-0 e fece crollare il sogno dei rojiblancos, stremati e affranti più psicologicamente che fisicamente. La sua ultima stagione fu una via di mezzo, poiché a fine 1974 si ritirò dal calcio giocato e divenne allenatore della squadra, un fatto insolito allora.

Nonostante le perplessità della situazione, i risultati gli dettero subito ragione: nel 1975 (l’edizione era registrata comunque sotto l’anno 1974) festeggiò il successo nella Coppa Intercontinentale ai danni dell’Independiente. L’Atlético partecipò al torneo in sostituzione del Bayern Monaco, impossibilitato a prendervi parte e a oggi è l’unica squadra europea ad aver vinto l’Intercontinentale senza aver conquistato la Coppa dei Campioni. Il trofeo fu assegnato al meglio di due gare andata/ritorno. La prima partita fu disputata il 12 marzo ad Avellaneda e terminò 1-0 per gli argentini. Nemmeno un mese dopo, il 10 aprile, al Vicente Calderón l’Atlético ribaltò il punteggio vincendo 2-0 e si aggiudicò la coppa. L’anno seguente festeggiò la vittoria in Coppa del Re, mentre nel 1976-77 mise in bacheca il campionato.

L’Atletico Madrid e la Coppa Intercontinentale

Terminò la sua prima esperienza come allenatore all’Atlético nel 1980, prendendosi un anno sabbatico. Passò poi al Real Betis Siviglia, la squadra che lo aveva consacrato al grande calcio spagnolo, nella stagione 1981-82. I Béticos furono la sorpresa del torneo, piazzandosi al sesto posto e guadagnando la partecipazione alla prossima Coppa UEFA. Era evidente che oltre alle capacità tattiche (secondo molti a lui si devono l’introduzione in Spagna del gioco corto e del possesso palla alla tiki-taka), Aragonés aveva una sorta di predisposizione per guidare uno spogliatoio.

Il suo rapporto coi calciatori era diretto, mirato a farne venir fuori la persona e il carattere, prima delle qualità calcistiche. Un duro scrissero alcuni; un maestro di vita, per altri. Ritornò all’Atlético nell’estate del Mundial 1982 e vi restò per altre cinque stagioni. Con l’avvento del nuovo Presidente dei “Colchoneros”, Jesús Gil, uno molto più vulcanico dell’odierno Zamparini, iniziarono le prime frizioni fra i due, dotati entrambi di personalità troppo forti per farsi surclassare o sovrastare dall’altro (nonostante i ruoli). Ciò non gli impedì comunque di arricchire la bacheca del club con la Coppa del Re 1984-85 e la Supercoppa di Spagna 1985 ai danni del Barcellona.

Furono proprio i catalani a convincersi che era l’uomo giusto per porre fine a un’epoca di crisi economica senza precedenti per il mes que un club (il celebre motto blaugrana). Nella stagione 1987-88 dunque finì sotto la Sagrada Familia, conquistando un’altra Coppa del Re, superando in finale la Real Sociedad. Dopo una parentesi di una stagione con l’Espanyol, rivale cittadino del Barcellona, ritornò ad allenare nel 1991 il suo Atlético. Una scelta inevitabile, in quanto nell’era Gil fu il tecnico che più era durato sulla panchina dei biancorossi. La sua sagacia e sapienza risultarono estremamente fondamentali, modellando un’ottima squadra e dando lustro a giocatori come Manolo, Luis García Postigo e Bernd Schuster.

L’Altético, oltre a vincere l’ennesima Coppa del Re (la sesta in carriera per Aragonés fra panchina e campo da gioco), si rese protagonista di buone prestazioni pure in Europa, arrivando in semifnale di Coppa delle Coppe nel 1992-93. Anni dopo Bernd Schuster rivelò un aneddoto sulla finale di Coppa del Re 1991-1992 vinta 2-0 sul Real Madrid. Poco prima della gara, Aragonés convocò in una stanza privata dello stadio la squadra per un briefing conclusivo. Dopo avergli spiegato alcuni movimenti nella lavagna, domandò alla truppa se avevano compreso. Al loro sì, li guardò negli occhi e gridò in modo sparuto: “Poiché questo è inutile, non vale un ca…o, andate là fuori e mangiateli con i piedi, perché ne ho fin sopra i capelli di perdere con questa gente (il Real)”. Schuster raccontò che quelle parole fecero drizzare i giocatori e gli dettero un’ulteriore iniezione di rabbia per vincere la finale.

Aragones contribuì non poco ad arricchire la bacheca dell’Atletico Madrid

Aragonés poi lasciò ancora Madrid e tornò in Andalucía, ma stavolta per allenare il Siviglia. Un biennio che ricreò l’ambiente giusto per poter tornare in campo internazionale, grazie al quinto posto nel campionato 1994-95. Aragonés era diventato un vero uomo dei miracoli: dovunque fosse stato, aveva fatto sempre meglio dei predecessori o aveva proprio risollevato le quotazioni di squadre date per finite. Col Valencia, nel biennio 1995-97, le cose andarono come previsto (secondo posto nella Liga 1995-1996) e il “Saggio di Hortaleza” balzò sulle cronache per la famosa frase rivolta al campionissimo brasiliano Romario, dicendogli “Míreme usted a los ojitos” (Guardami negli occhi), reo di non impegnarsi molto in allenamento (saranno proprio le frizioni col centravanti a farlo andare via dal Mestalla). E ancor peggio fece con l’altro brasiliano, Viola, arrivando a dire che “la cosa da fare sarebbe cambiargli il cervello”.

Fra il ’97 e il ’99 fu alla guida del Real Betis (per la seconda volta da allenatore) e della Real Oviedo, col quale si salvò. Nella stagione 2000-01 sfornò l’ennesimo prodigio, portando il Maiorca al terzo posto finale nella Liga. Anziché tentare l’avventura in Champions League, Aragonés ritornò alla casa-madre, l’Atlético. I Colchoneros erano clamorosamente retrocessi nella stagione 1999-2000 (pur potendo annoverare assi come Hasselbaink e Aguilera) e nella Seconda Divisione 2000-01 non erano stati in grado di ritornare subito nella massima categoria. Ci pensò Aragonés a indicare la retta via, grazie a un campionato dominato e stravinto con 8 punti di vantaggio sulla seconda.

Il ritorno in Liga nel 2002-03 fu doloroso e l’Atlético, pur salvandosi, dovette constatare le grandi difficoltà che c’erano per tornare ai vertici. Ci fu ancora il Maiorca nella stagione 2003-2004, evidentemente un conto aperto (in positivo) da saldare. Terminò con un tranquillo undicesimo posto. In una carriera costellata di grandi imprese, ma pochi successi se si guarda la qualità del lavoro svolto, mancava ancora qualcosa. E quel qualcosa era legato alla selezione nazionale, quella Spagna in cui Aragonés da calciatore aveva giocato solo 11 partite.

Il fallimentare Europeo 2004 delle Furie Rosse, fuori nel girone a vantaggio di Portogallo e Grecia (le future finaliste), fece propendere la Federazione spagnola nell’affidare al Saggio le sorti della Spagna. Il primo biennio non regalò poi grandi soddisfazioni: qualificatasi al Mondiale 2006, la Spagna partì in quarta vincendo tutte le partite del raggruppamento H (in ordine contro Ucraina, Tunisia e Arabia Saudita). Nell’ottavo di finale però, la Francia si dimostrò superiore e vinse 3-1 estromettendo anzitempo gli iberici. Per la prima volta in carriera forse, il risultato conseguito da Aragonés era inferiore a quello dei suoi predecessori (nel mondiale 2002 la Spagna fu eliminata nei quarti di finale ai calci di rigore). La decisione però fu quella giusta: Aragonés meritava un’altra possibilità e l’Europeo 2008 consacrò lui e la Spagna.

Aragones guida le Furie Rosse ai Mondiali 2006. Qui è con Raul durante Spagna-Tunisia 3-1

In Svizzera/Austria ancora una volta il girone fu superato a punteggio pieno; nessuna fra Russia, Svezia e Grecia aveva dimostrato di essere alla pari con gli spagnoli. Il quarto di finale però li metteva di fronte all’Italia di Donadoni, campione del mondo in carica. Per la prima volta da quando queste due squadre si affrontano, la stampa spagnola guardava con paura all’esito della gara, temendo che l’innata capacità italiana di vincere nelle situazioni più impervie potesse essere riconfermata. Nell’Italia però sarebbero mancati due giocatori su cui Donadoni puntava molto: i milanisti Andrea Pirlo e Rino Gattuso.

Alla vigilia della gara, durante la conferenza stampa, Aragonés volle smorzare la tensione ed espresse la sua opinione sulle assenze azzurre: “Su Pirlo sono d’accordo, è un giocatore importante. Ma se Gattuso è fondamentale, allora io sono il Papa (o un un prete, a seconda di come si vuole tradurla)”. Questa non era certo una frase offensiva, sebbene una parte della stampa nostrana la volle leggere in questo modo. Era più che altro una constatazione in linea col carattere del personaggio, schietto e diretto come lo era sempre stato in tutta la sua vita (così come avvenne quando etichettò Henry col dispregiativo niegro, pur essendo quella un’uscita davvero infelice e sbagliata, tanto che quella frase oltre allo sdegno internazionale comportò una multa alla Spagna di 87.000 dollari).

La partita fu dominata dalle Furie Rosse, sebbene le occasioni da rete latitarono (fu negato un rigore a David Silva, che ricevette un pestone in area). Dopo lo 0-0 al 120′, la sfida fu decisa ai calci di rigore. Casillas divenne l’eroe, parando anche il rigore calciato da Di Natale e consentendo a Fàbregas di siglare la rete decisiva. In Semifinale ci fu la rivincita contro la sorprendente Russia di Guus Hiddink, ma in realtà fu una riconferma della superiorità spagnola nel palleggio. Guidati dai fraseggi di Xavi Hernandez, dai gol di David Villa (capocannoniere alla fine del torneo, sebbene una botta rimediata in semifinale gli impedì di esserci per la finale di Vienna), dalla lucidità di Senna e da una difesa granitica, la Spagna dominò anche l’atto conclusivo.

Fu la Germania a venire sconfitta per 1-0 grazie a una rete di Fernando Torres su invito verticale di Xavi. Ma in realtà il punteggio poteva essere anche più rotondo. Al triplice fischio finale, esplose la fiesta spagnola. Erano passati ben 44 anni dall’unico trofeo raggiunto dalla selezione nazionale: l’Europeo del 1964. Il merito, prima di tutto, era del commissario tecnico che aveva fatto nascere lo spirito del “Podemos”. E quella vittoria così sperata, ma in fondo inattesa, chiuse le polemiche in Spagna sulla mancata convocazione di Raúl González Blanco (decisione presa con forza da Aragonés addirittura nel settembre 2006).

Aragones riporta la Coppa Europa in Spagna dopo 44 anni

Quella vittoria rimane, ancor più del Mondiale 2010 o dell’Europeo 2012, come la massima espressione del calcio spagnolo nel corso degli anni. Aragonés, una volta terminati gli edonismi e le celebrazioni del successo, accettò l’esotica proposta del Fenerbahçe, campione uscente di Turchia. Si portò dietro l’attaccante Daniel Güiza, meglio noto come l’Arciere, fondamentale nell’Europeo grazie ai gol contro Grecia e Russia (in semifinale). Fu però un’esperienza negativa, poiché il club fallì l’operazione scudetto e in Champions League terminò ultimo in un girone che comprendeva Arsenal, Porto e Dynamo Kiev.

Ormai stanco, a 75 anni lasciò il mondo del calcio. È difficile per me allenare, preferisco sentir parlare di me come ex-tecnico. L’età è uno dei motivi che hanno determinato la mia decisione di smettere di allenare. Quando ho lasciato la Turchia sapevo che sarebbe stato difficile continuare a rimanere seduto in panchina” disse in un’intervista al quotidiano online Vozpopuli. Poco dopo quell’intervista però, l’1 febbraio del 2014 Aragonés si spense a Madrid presso la clinica “Cemtro de Madrid”, per colpa di una leucemia e di un cancro che lo stavano vessando da molti mesi e il suo decesso fu confermato dal Dottor Pedro Guillén su “Radio Nacional”. Le “Grandi Scarpe dell’Atlético”, dunque, furono appese al chiodo. Ma nella storia del pallone, il nome di Aragonés resterà sempre scritto in modo indelebile.

di Stefano Biagioni