JUANITO Gómez González: Il Sette Maravilla

Leggenda del Real Madrid, fu l’anima delle rimonte impossibili e dal carattere indomabile. Amato e controverso, morì in un incidente nel 1992. Al Bernabéu lo ricordano ogni minuto sette.

Andate al Santiago Bernabéu una sera qualunque di Champions, e aspettate. Non guardate il pallone: guardate il tabellone. Quando il cronometro tocca il minuto sette, sentirete salire dalle gradinate un canto che non ha nulla a che fare con la partita in corso. Illa, illa, illa, Juanito maravilla. Ottantamila gole che chiamano per nome un uomo morto da oltre trent’anni, indossando lui la maglia numero sette. È un rito, un’evocazione, quasi una preghiera laica. E come tutte le preghiere, serve a chiedere qualcosa: il coraggio di non mollare quando tutto sembra perduto. Perché era esattamente questo, Juanito. Non il più talentuoso, non il più elegante. Ma l’uomo che ti faceva credere che la rimonta fosse non solo possibile, ma dovuta.

Il ragazzino di Fuengirola

Juan Gómez González nasce il 10 novembre 1954 a Fuengirola, fazzoletto di sole e sabbia sulla costa di Málaga, in quell’Andalusia che gli sarebbe rimasta cucita addosso anche quando avrebbe parlato la lingua dei salotti madrileni. È piccolo, rapido, irrequieto. A quindici anni l’Atlético Madrid lo nota e lo porta nella capitale. C’è un problema: è troppo giovane per giocare con la formazione Under 18. Soluzione? Falsifica i propri documenti. Già qui c’è tutto il personaggio: l’astuzia, la fretta di vivere, l’idea che le regole siano ostacoli da aggirare e non muri da rispettare. All’esordio segna due gol. Sembra l’inizio di una favola.

E invece è quasi la fine. Una frattura alla tibia ne spezza il sogno colchonero prima ancora che cominci. Non vestirà mai la maglia della prima squadra dell’Atlético. A diciotto anni, in un calcio che non perdonava gli infortuni gravi, molti l’avrebbero dato per finito. Lui no.

La resurrezione castigliana

La rinascita ha un nome austero e ventoso: Burgos. Città di cattedrale gotica e di inverni che tagliano la faccia, nel cuore della Castiglia. Qui Juanito rimette insieme i pezzi. Trascina il club alla vittoria della Segunda División nel 1975-76, poi esplode nella massima serie: l’esordio in Liga è un 2-1 all’Español, e da lì è una cavalcata di dribbling, finte e accelerazioni che mandano in tilt i terzini di mezza Spagna.

A fine stagione la rivista Don Balón lo incorona miglior calciatore spagnolo. Un ragazzo di provincia, partito da una tibia rotta, è diventato il giocatore più desiderato del Paese. A quel punto chiama la squadra che, da adolescente, aveva imparato ad amare. Da bambino tifava Real Zaragoza; crescendo, il cuore era scivolato verso il bianco.

Toccare il cielo con un dito

Giugno 1977. Il Real Madrid mette sul tavolo i soldi e Juanito firma. Il giorno della presentazione pronuncia una frase che i tifosi blancos si tramandano ancora: “Giocare per il Real Madrid è come toccare il cielo. Il Real è sempre stato la mia prima scelta come squadra, e Madrid la mia città preferita.” Non era retorica da conferenza stampa. Era una dichiarazione d’amore, e l’amore, in lui, era una cosa totale, viscerale, talvolta violenta.

Trova uno spogliatoio da leggenda: Santillana a fargli da spalla in attacco, il tedesco Uli Stielike a comandare il centrocampo, un giovane Vicente del Bosque che un giorno avrebbe alzato una Coppa del Mondo da commissario tecnico, e José Antonio Camacho a difendere come se ne andasse della vita. In dieci stagioni con la maglia delle Merengues gioca 401 partite ufficiali e segna oltre 120 gol, vincendo cinque campionati, due Coppe del Re e due Coppe UEFA. Nel 1983-84 conquista il Pichichi, il titolo di capocannoniere della Liga, con 17 reti.

In campo era un’ala destra di un metro e settanta scarso, baricentro basso, palla incollata al piede, capace di saltare l’uomo in spazi che a occhio nudo non esistevano. Ma la sua arma più affilata non stava nei piedi: stava negli occhi e nella voce. Non tutti i gol che contavano li segnava lui; spesso si limitava a incendiare i compagni. Tra i ricordi più dolci, una doppietta nella finale di Coppa del Re del 1980 — curiosità da far girare la testa, l’avversario era il Castilla, la squadra B dello stesso Real, travolta 6-1. E poi quella notte amara del maggio 1983, la finale di Coppa delle Coppe persa 2-1 contro gli scozzesi dell’Aberdeen di un giovane Alex Ferguson: il gol spagnolo, su rigore, porta la sua firma. Ma i numeri, con lui, sono la parte meno interessante della storia.

L’inventore della rimonta

C’è una parola che i giornalisti spagnoli associavano al Bernabéu di quegli anni: miedo escénico. Paura scenica. La sensazione, per le squadre avversarie, di entrare in un teatro dove il finale era già scritto a sfavore. E il regista di quel terrore era lui.

Primavera 1980, quarti di Coppa dei Campioni. All’andata, a Glasgow, il Celtic travolge il Real 2-0. Sembra fatta. Al ritorno, sotto il diluvio di decibel del Bernabéu, gli spagnoli ribaltano tutto: 3-0, e il terzo, quello che vale la semifinale, lo firma proprio Juanito. Non fu un episodio isolato. Sotto la sua regia emotiva il Real seppellì anche l’Inter e l’Anderlecht, trasformando passivi che parevano definitivi in serate di gloria. Era lui a radunare i compagni prima delle partite impossibili, a guardarli negli occhi, a convincerli che arrendersi non fosse contemplato. Da qui nasce il mito del minuto sette: lo spirito di Juanito chiamato in causa ogni volta che servisse una rimonta dell’altro mondo.

Il diavolo dentro

Sarebbe disonesto, però, dipingere soltanto il santo. Perché Juanito era anche un fuoco che bruciava chi gli stava troppo vicino, a partire da sé stesso. Il suo carattere indomabile lo trascinò in episodi che ancora oggi fanno discutere.

Nel 1978 aggredì l’arbitro Adolf Prokop durante una sfida europea contro i Grasshoppers di Zurigo: due anni di squalifica dalle competizioni continentali. In una notte di Coppa UEFA contro un’altra svizzera, il Neuchâtel Xamax, arrivò a sputare addosso a Uli Stielike, che del Real era stato suo compagno per anni. A Belgrado, con la nazionale, una bottiglia scagliata dagli spalti lo colpì mentre usciva dal campo, e la sua risposta fu un gesto osceno verso la tribuna.

Ma l’episodio che lo consegnò alla cronaca nera del calcio fu un altro. Aprile 1987, Real Madrid contro Bayern Monaco. A terra c’è Lothar Matthäus, uno dei centrocampisti più forti del pianeta. Juanito gli pesta deliberatamente il volto, con una freddezza che gela il sangue. La UEFA lo squalifica per quattro anni — per un errore di comunicazione si pensò addirittura a cinque. Fu, di fatto, la fine della sua carriera europea ai massimi livelli.

E qui arriva il dettaglio che lo rende impossibile da incasellare: per scusarsi, mandò a Matthäus un mantello da torero e una spada da matador. Un gesto teatrale, andaluso fino al midollo, mezzo provocazione e mezzo pace. Era fatto così. Capace della cosa più brutta e, un istante dopo, di un gesto disarmante.

La maglia rossa della Spagna

Con la Spagna colleziona 34 presenze e 8 gol. L’esordio è dell’ottobre 1976 contro la Jugoslavia, e proprio quell’avversario diventerà ricorrente nella sua carriera in Roja. Disputa due Mondiali, quello del 1978 in Argentina e quello del 1982 in casa, oltre all’Europeo del 1980. Nel torneo iridato giocato sul suolo di Spagna firma su rigore il gol che piega ancora una volta la Jugoslavia (2-1). Aveva anche assaggiato i Giochi Olimpici del 1976. Non fu mai il fuoriclasse assoluto della sua nazionale, ma portò ovunque quella stessa intensità che lo rendeva amato e temuto.

Il lungo addio e l’ultima città del cuore

Lasciato il Real nel 1987, Juanito torna a casa, in Andalusia, per vestire la maglia del Málaga. Ed è un finale degno di lui: trascina il club alla promozione vincendo la Segunda División, con in panchina nientemeno che il leggendario László Kubala. Una stagione ancora in massima serie, poi una breve parentesi tra i dilettanti del Los Boliches, nel 1991, per chiudere davvero dove tutto era cominciato, a due passi dalla sua Fuengirola.

Ma un uomo così non poteva starsene fermo. Appende gli scarpini e si siede su una panchina: diventa allenatore del Mérida, in Estremadura, portandolo a un dignitoso settimo posto in seconda divisione. Una nuova vita stava prendendo forma.

Calzada de Oropesa, 2 aprile 1992

La sera del 2 aprile 1992, Juanito era andato a Madrid per vedere la sua amata squadra. Il Real affrontava il Torino in Coppa UEFA al Bernabéu. Lui non poteva mancare: lo stadio era casa, il bianco era pelle. Finita la partita, si rimette in macchina per tornare a Mérida, dove l’attendeva il suo lavoro di tecnico.

Non ci arriverà mai. In un tratto di strada all’altezza di Calzada de Oropesa, in provincia di Toledo, un incidente stradale spezza tutto. Aveva trentasette anni. Se ne andò così, di ritorno dall’unico posto al mondo dove avrebbe sempre voluto essere, dopo aver guardato ancora una volta quei colori che gli avevano regalato il cielo.

Perché torna ogni sette minuti

La Spagna del calcio si fermò. El País titolò che la sua morte aveva sconvolto l’intero movimento. Ma il Real Madrid decise che Juanito non sarebbe morto del tutto. Da quella primavera, in ogni partita casalinga, al minuto sette, il Bernabéu lo richiama in vita con il suo canto.

Non lo fa per il giocatore che fu — ottimo, certo, ma non irripetibile. Lo fa per ciò che rappresentava: l’idea che una partita non sia finita finché c’è un secondo da giocare, che il talento conti meno della volontà, che si possa essere imperfetti, rissosi, sbagliati, e nonostante tutto adorati. Juanito era l’anima ruvida e indomabile del madridismo, ecco perché, ancora oggi, ottantamila persone interrompono la partita per ricordarlo. Perché il minuto sette, al Bernabéu, appartiene a lui. E gli apparterrà per sempre.