BERTI Nicola: genio e sregolatezza

Centrocampista di Fiorentina, Inter e Nazionale, è stato il “cavallo pazzo” del calcio anni ’80-’90: due Coppe UEFA, uno scudetto, un Mondiale sfiorato e una carriera vissuta a modo suo.

Prima dei riflettori di San Siro c’erano le ricotte tirate fuori dall’acqua ghiacciata. Sì, perché Nicola Berti, nato a Salsomaggiore Terme il 14 aprile 1967, da ragazzino lavora al mercato con il padre, imbacuccato dentro un giaccone che lo faceva sembrare un pupazzo: «D’inverno stavo lì con un giaccone enorme, stile omino Michelin», ha raccontato anni dopo al Corriere. È un dettaglio che vale tutto, perché spiega da dove arriva quella sfrontatezza ruvida che si porterà dietro per vent’anni: dal banco del formaggio, non dall’accademia del bel calcio.

Il talento però c’è, ed è di quelli che non si nascondono. Cresce nel Parma, gioca un po’ dappertutto — centravanti, stopper, mezzala — perché a quell’età un ragazzo lungo e veloce lo metti dove serve e lui corre. A diciassette anni è già in Serie B. La carriera, insomma, comincia dal basso e in salita, esattamente come piace a chi poi se la racconta col sorriso.

Firenze, ovvero lo zero in condotta

A Firenze diventa un giocatore vero. Tre stagioni con la Fiorentina, dal 1985 al 1988, e già si capisce che tipo è: forte, indisciplinato, irresistibile e a tratti insopportabile. Lo soprannominano «il miliardario con lo zero in condotta», frase nata da una bocciatura alle medie e diventata profezia caratteriale. Tra una giocata e l’altra colleziona bravate da romanzo: una notte i carabinieri lo ripescano da una fontana, dove era finito per sbirciare le concorrenti di Miss Italia.

Sembrano aneddoti da bar, e in parte lo sono. Ma sotto c’è un centrocampista nato centrale che salta l’uomo in conduzione, attacca l’area come pochi e ha — parole sue — la porta sempre in testa. Un metro e ottantasei di corsa e contrasti, capace di giocare mediano, interno e all’occorrenza esterno. È il prototipo dell’otto vecchia maniera, quello che oggi chiameremmo box-to-box e che allora si chiamava semplicemente uno che non si ferma mai. Tutta la Serie A lo nota, e si scatena un’asta. E nell’estate del 1988 arriva la chiamata che gli cambia la vita.

68 metri nella neve di Monaco

L’Inter lo prende nel 1988, ed è amore al primo allenamento. Berti trova Giovanni Trapattoni, l’uomo giusto al momento giusto: lo chiamerà «un secondo padre, che capiva le mie pazzie». Quel rapporto è la chiave di tutto. Il Trap ci sapeva fare con i ragazzi indomabili, e a Nicola lasciava la briglia lunga sapendo che, una volta in campo, quella corsa l’avrebbe ripagato. Bastano poche partite perché la Milano nerazzurra capisca di aver preso non un rincalzo, ma un motore. E le pazzie, in quella prima stagione, diventano leggenda.

23 novembre 1988, Olympiastadion di Monaco, andata degli ottavi di Coppa UEFA. Nevica. L’Inter è avanti 1-0 con Aldo Serena. Al 70′, Berti intercetta un pallone fuori dalla propria area e parte. Non si ferma più. Salta il centrocampo, brucia i difensori, ne lascia tre sull’erba bagnata e arriva davanti al portiere Aumann con la lucidità di chi quella corsa l’ha già vista finire in rete. Pallonetto, gol. Sessantotto metri palla al piede, una galoppata che la voce di Bruno Pizzul scolpisce nella memoria collettiva urlando quattro volte il suo nome in un crescendo da brivido. Poi Berti continua a correre fin sotto la curva e si inginocchia nella neve davanti agli striscioni nerazzurri.

Da lì in poi è il cavallo pazzo, soprannome che lui stesso fa risalire «dalla corsa e dalla mia predisposizione agli inserimenti». È un gol che i tifosi non gli perdonano di dimenticare: «Un gol pauroso che i tifosi mi ricordano tutti i giorni», ride oggi alla Gazzetta dello Sport. Curiosità da archivio del calcio: quella cavalcata fu magnifica e inutile. Al ritorno a San Siro il Bayern ribaltò tutto con un 3-1 e l’Inter uscì dalla coppa. Capolavoro a fondo perduto — il che, in fondo, lo rende ancora più suo.

Dieci anni in nerazzurro

Quella stessa annata, però, l’Inter di Trapattoni si rifà alla grande: arriva lo scudetto dei record del 1989, conquistato davanti al Milan di Arrigo Sacchi, con un Berti formato campione accanto ai vari Walter Zenga, Giuseppe Bergomi, Riccardo Ferri e ai tedeschi Lothar Matthäus e Andreas Brehme. È il vertice di una squadra che faceva paura.

E le coppe europee, prima negate, poi arrivano. La prima è la Coppa UEFA del 1990-91, vinta in una finale tutta italiana contro la Roma: Berti è protagonista nella doppia sfida, si procura un rigore pesante e mette la firma sul raddoppio che indirizza il trofeo. È il sigillo di una squadra costruita per dominare, capace di unire la solidità tedesca dei suoi stranieri alla cattiveria agonistica del gruppo italiano.

Tre anni dopo arriva il bis. Coppa UEFA 1993-94, finale contro il Casino Salisburgo: nella gara d’andata, in trasferta, è proprio Berti a firmare l’1-0 che vale mezzo trofeo. Al ritorno a San Siro un altro 1-0, gol dell’olandese Wim Jonk, e davanti a una San Siro stracolma l’Inter alza la sua seconda coppa europea con il cavallo pazzo ancora una volta nel cuore dell’azione. Due trofei continentali a cui vanno aggiunti lo scudetto e la Supercoppa: un palmarès che fa di lui uno degli uomini più vincenti di quel ciclo nerazzurro.

Sono dieci stagioni intere con la maglia nerazzurra, dal 1988 al gennaio 1998: 311 presenze e 41 reti secondo i conti del club, numeri da bandiera. Curiosità per gli amanti delle simmetrie: in quegli anni la sigla N.B. — Nicola Berti — era già il marchio di una mezzala che attaccava la porta, esattamente come oggi le stesse iniziali appartengono a un altro otto interista. Un decennio in cui Berti diventa un simbolo non per eleganza, ma per fame, fisicità e attaccamento, attraversando le ere e i tecnici che si avvicendano in panchina, dai trionfi del Trap alle annate più complicate. «San Siro per me era la gioia assoluta», dice. E quando gli chiedono cosa sia stato l’Inter nella sua vita, non gira intorno: la squadra di tutto, la casa, l’identità.

L’azzurro e quel rigore mai battuto

Con la Nazionale Berti gioca due Mondiali e tocca quota 39 presenze con 3 gol. Il primo grande appuntamento, l’Europeo del 1988, gli sfugge per un infortunio proprio alla vigilia: convocato, ma costretto a guardare da fuori. Si rifà due anni più tardi, a Italia ’90, quando è dentro la cavalcata delle notti magiche dell’Italia di Azeglio Vicini, una corsa che si ferma sul terzo posto nella semifinale persa ai rigori con l’Argentina. Quattro anni dopo, a USA ’94, l’Italia di Sacchi arriva fino in fondo e perde la finale ai rigori contro il Brasile, in quella sequenza maledetta che si chiude con l’errore di Roberto Baggio.

Berti, fedele a se stesso, voleva esserci dal dischetto. «Io mi ero candidato per calciare il rigore. Ma Sacchi mi saltò», ha raccontato. E come reagì alla finale persa? Andando a San Diego a consolarsi con gli amici brasiliani — perché certe cose, nella vita di Nicola, non potevano andare diversamente.

C’è anche un dettaglio curioso in quel gruppo: era un’Italia a forte tinta rossonera, piena di uomini di Sacchi, e lui era praticamente l’unico interista del giro. Eppure giurava di essere «il più sacchiano di tutti», a riprova di un’idea di calcio fatta di pressing e ritmo che gli apparteneva più di quanto la fama da ribelle lasciasse intendere. In azzurro, in fondo, è rimasta la fotografia di un giocatore generoso che ci ha sempre messo gamba e cuore, anche quando il destino aveva deciso di guardare altrove.

Londra, la Spagna e un saluto dall’altra parte del mondo

Nel gennaio 1998, a trent’anni, lascia l’Italia. Vola a Londra, al Tottenham, e gli Spurs scoprono un veterano che il calcio inglese lo capisce d’istinto: ritmo, contrasti, corsa a perdifiato. È un giocatore che a White Hart Lane piace subito, perché incarna lo spirito fisico della Premier prima ancora di parlarne la lingua. La soddisfazione vera arriva nel 1998-99, con la conquista della Coppa di Lega inglese, un trofeo cucito addosso a uno come lui.

Poi la lenta discesa verso il sipario, ma con uno stile tutto suo. Una parentesi in Spagna con l’Alavés, in quella Liga che lo accoglie come un nome di richiamo, e infine il salto più imprevedibile: chiude la carriera in Australia, al Northern Spirit di Sydney, ritirandosi nel 2000. Pochi se lo aspettavano dall’altra parte del pianeta, ma è esattamente il tipo di finale che gli si addice — niente lacrime in conferenza, solo un altro biglietto aereo e un’ultima avventura. Tre continenti in carriera, sempre con lo stesso passo da centometrista travestito da centrocampista.

Dove sei oggi, Nicola?

E il cavallo pazzo, dopo l’ultima galoppata? È rimasto esattamente quello che era: un personaggio prima ancora che un ex calciatore, uno che si gode la vita senza chiedere scusa a nessuno. Le sue feste milanesi sono entrate nella mitologia, duecentocinquanta metri quadri con terrazza sul Duomo e, ammette lui, «se quei muri potessero parlare». Alle serate si presentavano persino i rivali, gente dalla sponda rossonera e perfino il compianto Gianluca Vialli in arrivo da Torino. Quando gli rinfacciano lo stile di vita, smonta tutto con una spallata: «Non ho mai esagerato». E quando gli chiedono dei soldi, niente falsa modestia: «Guadagnavo più di Bergomi, Zenga e Ferri assieme». Genio e sregolatezza applicati al pallone, con il sorriso di chi sa di aver vissuto bene.

La cosa più bella è che il nerazzurro non gli è mai uscito di dosso: «Io resto un interista totale». Nel calcio di oggi ha trovato il suo erede spirituale in Nicolò Barella, mezzala di corsa e di smorfie come lui: «Barella è come ero io», dice, prima di ammettere che ogni tanto gli sussurra di non strafare, «altrimenti diventa più forte di me». Una carriera vissuta a modo suo, riassunta in una frase che è il suo autoritratto perfetto: «Ho fatto la carriera secondo le mie regole». E, a giudicare da com’è andata, erano regole niente male.